Il 1° aprile sono entrati in vigore nuovi aggiustamenti del salario minimo in due province cinesi: Heilongjiang e Jiangxi. Nello Shaanxi entreranno in vigore a maggio. Si tratta di sviluppi importanti che giungono dopo il congelamento dei salari minimi dello scorso anno, una situazione che ha esasperato la condizioni già precarie dei lavoratori a basso reddito. Nel 2020, i livelli salariali dei lavoratori migranti sono aumentati solo del 2,8% – a fronte di un incremento del 6,5% nel 2019. I nuovi posti di lavoro, 12 milioni secondo i dati ufficiali, si sono rivelati  essere tendenzialmente occupazioni precarie e a bassa retribuzione nel settore dei servizi, sulla base di rapporti di lavoro che non includono la previdenza sociale e i cui compensi spesso non raggiungono neanche il minimo salariale.

Osservare l’andamento dei salari minimi aiuta a comprendere una parte dei fattori che determinano il costo del lavoro in Cina e, soprattutto, rivela le forti disparità ancora esistenti tra province costiere e province interne e tra città e campagna.

Come funziona il salario minimo in Cina?

Il salario minimo è stato introdotto in Cina già a inizio degli anni Novanta nell’ambito della riforma del lavoro, ma viene ufficializzato con il Regolamento sul salario minimo (最低工资条例), emanato nel marzo 2004 dal ministero del Lavoro e della Sicurezza Sociale. La legge prevede che i governi locali apportino degli aggiustamenti almeno una volta ogni due anni, ma ogni entità amministrativa può regolare i propri livelli sulla base di condizioni come costo della vita, salario medio e offerta e domanda globale di lavoro. Di conseguenza, si registrano forti disparità tra regioni o province e, in particolar modo, tra aree urbane e rurali.

Stando ai dati di luglio 2020, è Shanghai ad assicurare il salario minimo mensile più alto in Cina, con 2.480 yuan, (equivalenti a 318 euro circa), quasi il doppio del minimo in province della fascia più bassa: Liaoning, 1.120 yuan (143 euro), Hunan, 1.130 yuan (145 euro) e Anhui, 1.150 yuan (147 euro).

La flessibilità concessa alle autorità locali permette loro di scegliere di congelare i salari per mantenere la competitività economica in periodi di incertezza. Nel 2010, in seguito alla crisi economica globale, il Guangdong – la provincia che contribuisce maggiormente al PIL nazionale – ha scelto di adeguare il minimo salariale ogni tre anni invece che ogni due, nel tentativo di rallentare la dislocazione dei siti manifatturieri verso altri paesi o verso le province interne della Cina. L’ultimo aumento registrato risale al 1° luglio 2018 e finora non sono state annunciate variazioni.

Negli anni successivi altre province hanno seguito l’esempio, determinando un forte impatto sulla vita dei lavoratori a basso reddito: secondo un sondaggio condotto dal gruppo Worker Empowerment con sede a Hong Kong, la maggior parte degli stipendi mensili degli intervistati non superava di molto il minimo salariale, con seri problemi per la sopravvivenza quotidiana.

Un’altra questione critica è che ad oggi solo un numero esiguo di città ha raggiunto l’obiettivo di impostare il minimo salariale a una percentuale tra il 40 e il 60% del salario medio locale: a Guangzhou e Chongqing, ad esempio, il minimo corrisponde a poco più del 20% del salario medio. Il problema risiede nel fatto che prestazioni sociali come indennità di malattia e disoccupazione si calcolano sulla base del salario minimo.

Nel complesso, i salari minimi del paese hanno beneficiato di un aumento graduale a partire dal 2004, ma spesso hanno tenuto il passo con il costo della vita, in particolar modo nelle grandi città.

Che cosa è cambiato col Covid-19?

A causa della crisi pandemica, nel 2020 la maggior parte delle province cinesi ha rimandato i propri piani di adeguamento del salario minimo. I casi di aumento registrati in tre province – Fujian, Ningxia e Guanxi – erano stati già comunicati nel 2019. Pechino, al pari di Shanghai e Shenzhen, ha dichiarato che non avrebbe apportato ulteriori cambiamenti per tutto il 2020, assestandosi a un salario minimo mensile di 2.200 yuan (poco più di 280 euro).

A fine febbraio 2021, alcuni governi locali hanno annunciato aggiustamenti salariali, pur non trattandosi di nessuna provincia chiave dal punto di vista economico. Lo Heilongjiang, nel nord-est della Cina, il 1° aprile ha applicato incrementi in tutto il territorio: si sono raggiunti i 1.860 yuan (239 euro) nella città di Harbin, mentre nelle aree meno abitate come la città-prefettura di Yichun non si sono superati i 1.450 yuan (186 euro).

Nello stesso periodo, anche la provincia dello Jiangxi ha incrementato il salario minimo: il tasso più alto si registra della capitale Nanchang, con un aumento dai 1.680 ai 1.850 yuan (239 euro). A maggio, la provincia dello Shaanxi raggiungerà i 1.950 euro mensili nelle zone urbane. Anche i governi municipali di Tianjin e Chengdu hanno indicato che apporteranno un aumento del loro salario minimo, malgrado non abbiano fornito ancora ulteriori dettagli.

Quali sono gli scenari futuri?

Le province dello Hunan, del Gansu, del Guizhou e dello Zhejiang sono tra quelle che più probabilmente adegueranno i loro salari minimi entro la fine del 2021, non avendo ancora apportato modifiche negli ultimi tre anni. Secondo gli osservatori, l’aggiustamento sarà piuttosto modesto, specialmente se paragonato agli aumenti a due cifre che si sono verificati nel 2010 e nel 2011.

L’ultimo caso di congelamento del salario minimo su scala nazionale risale al 2008, anno della crisi finanziaria globale. Il blocco è rimasto immutato fino ai primi mesi del 2010, quando grazie alla ripresa economica e alla crescita dell’inflazione i lavoratori di tutto il paese hanno avanzato richieste di aumenti salariali, poi di fatto applicati da 27 province entro settembre dello stesso anno.

Spesso risultati di questo genere si raggiungono grazie a ondate di scioperi che vengono favorite da situazioni di “carenza di manodopera” (民工荒). Nel 2004, in netto contrasto con l’eccedenza di forza lavoro dei primi anni Novanta, si è manifestata la prima carenza di forza lavoro: forti di un maggior potere contrattuale, i lavoratori si sono organizzati in scioperi frequenti che hanno costretto il governo ad aumentare il salario minimo e a formulare nuovi regolamenti in tema lavorativo, culminati nella legge sui contratti di lavoro del 2008.

Allo stesso modo, gli adeguamenti salariali registrati negli ultimi anni si spiegano con il graduale abbandono delle zone costiere da parte dei lavoratori migranti, a favore delle province interne: stando ai dati dell’Ufficio Nazionale di Statistica, nel 2019 il loro numero nelle province costiere è sceso dello 0,7%, mentre quello delle province occidentali è cresciuta del 3,0%. Le statistiche ufficiali riportano che non solo la crescita del numero dei migranti rurali è diminuita gradualmente, ma per la prima volta nel 2020 si è registrato un calo di più di 5 milioni di persone.

Di Vittoria Mazzieri