Dayanita Singh, nata a Delhi nel 1961, è nota per aver ripensato la fotografia e i formati espositivi tradizionali attraverso un approccio narrativo e archivistico legato al “libro-oggetto” e all’eredità del libro d’artista. In questo progetto ospitato dall’Archivio di Stato di Venezia, realizza una vera e propria cartografia relazionale che unisce in dialogo il “rigore” degli archivi istituzionali alla leggerezza del diario personale.
Dayanita Singh arriva in Italia con una personale celebrazione della carta, dell’analogico e della forma del libro nell’era della digitalizzazione del sapere, dell’informazione e della memoria. Per la prima volta l’Archivio di Stato di Venezia apre le porte al progetto espositivo della Singh, a cura di Andrea Anastasio: ARCHIVIO, inaugurato il 17 aprile e visitabile sino al 31 luglio 2026. La mostra è il risultato di una ricerca pluridecennale, un itinerario fotografico, intimo e relazionale, che si raccoglie in un ampio corpus o “biblioteca” vivente di immagini (volti amici, architetture, archivi, dettagli effimeri e molto altro) e prosegue nella sua concezione esplorativa: da Venezia si sposterà al Museo Nazionale Etrusco Villa Giulia a Roma, al MAO di Torino, infine all’ Istituto Italiano di Cultura a New Delhi.
Dayanita Singh, nata a Delhi nel 1961, è nota per aver ripensato la fotografia e i formati espositivi tradizionali attraverso un approccio narrativo e archivistico legato al “libro-oggetto” e all’eredità del libro d’artista. In questa occasione realizza una vera e propria cartografia relazionale che unisce in dialogo il “rigore” degli archivi istituzionali alla leggerezza del diario personale.
Come racconta il curatore Andrea Anastasio: “Per oltre venticinque anni, Dayanita Singh ha fotografato l’Italia con discrezione, pazienza e perseveranza”. Venezia, Bologna, Milano, Firenze, Napoli, Torino, Roma: la sequenza fotografica racconta un vero e proprio metabolismo urbano, da osservare ed ascoltare, privo di gerarchie e profondamente definito e realizzato grazie al ruolo dell’amicizia.
La realizzazione stessa del progetto, quindi l’accessibilità ai luoghi di narrazione dell’artista (come case e collezioni private, magazzini e biblioteche sconosciute) è il risultato dei rapporti personali, della fiducia coltivata nei decenni: “Gli amici le hanno aperto le porte; le hanno affidato le loro storie, i loro interni, i loro silenzi. Così facendo, sono diventati, in un senso profondo, i suoi mecenati.”
L’intuizione e l’abilità di Dayanita Singh mostrano una nuova importanza del concetto di anonimato, alle storie di vita quotidiana, alle “note a margine” che completano la vita e la rete sociale umana. La selezione (tra oltre 350 fotografie) presentata presso la parentesi inaugurale veneziana è scandita da una serie di montaggi, di supporti modulari in legno, che riprendono il design di Bawa Rocks (2021) e uniscono senza soluzione di continuità visioni di diversa provenienza. Le fotografie sono per lo più in bianco e nero, ad eccezione di alcuni scatti dove trionfa il colore: si tratta di un parallelo con la conservazione tradizionale in India, dove libri, fascicoli o manoscritti antichi possono essere avvolti da panni cosparsi di pigmenti naturali dalle proprietà antifungine e repellenti dai parassiti —come il vermiglione “sindoor” o l’indaco, “indigo”.
Questi totem o colonne neutre sono distribuite con eleganza nella sala degli Archivi di Stato di Venezia e fungono da sia da dispositivi espositivi che da elementi integranti nella lettura dell’opera: l’allestimento rende lo spazio “abitabile”, dove le strutture diventano catalizzatori di relazioni e condizioni sociali, accoglie i visitatori ad osservare un album di famiglia destrutturato e li invita ad avvicinarsi a storie e memorie personali.
La fotografia, dispositivo tradizionalmente volto alla documentazione e alla testimonianza, suggerisce staticità, immutabilità, costanza ed autenticità. ARCHIVIO si configura come registrazione visuale migrante, come un museo mobile in legno e carta dove la documentazione fotografica non necessita di essere preservata e fissata nel tempo ma cerca piuttosto di comprendere la struttura interna delle cose. Come suggerito da Andrea Anastasio “ARCHIVIO si fonda sulla fiducia, si alimenta di un’attenzione recipr
Questa mostra assume un significato particolarmente profondo nel territorio italiano perché si confronta direttamente con un contesto culturale dove storia e memoria collettiva sono costantemente presenti, forse iper-visibili negli spazi quotidiani; l’Italia stessa è un vasto archivio culturale, artistico e sociale che si è articolato nei secoli. Dayanita Singh riflette questa realtà e va oltre: pone l’attenzione sul potenziale poetico dell’immagine, esplora in una prospettiva inedita i modi di abitare gli spazi costellati dalle immagini e reinterpreta la logica e il patrimonio archivistico e fotografico ragionando su una specifica domanda: come si costruisce la memoria culturale?
ARCHIVIO non è concepito come una mostra nel senso convenzionale del termine, né come una presentazione statica di opere fotografiche. È piuttosto un sistema vivente: una costellazione in continua evoluzione di immagini che prendono forma attraverso la loro disposizione nello spazio e la loro capacità di essere costantemente riconfigurate. Al suo centro si trova la ridefinizione di archivio di Dayanita Singh, che da tempo la propone: non come un luogo in cui le cose vengono conservate e stabilizzate, ma come un campo dinamico in cui i significati emergono attraverso la prossimità, la sequenza e l’incontro.
Nella sua pratica, l’archivio cessa di essere un deposito neutro del passato e diventa invece una forma viva e mutevole, che si attiva attraverso la sequenza, la circolazione e incontri intimi con gli spettatori. Questa trasformazione opera su diversi livelli. In primo luogo, ha esteso la fotografia oltre il singolo fotogramma, trattandola come un mezzo modulare, mobile e relazionale. Le sue opere esistono come libri, come installazioni, come sequenze che possono essere riconfigurate – mai fisse, mai definitive. In tal modo, dissolve i confini tradizionali tra fotografia, archivio ed esposizione, proponendo invece un sistema fluido in cui il significato viene continuamente prodotto attraverso la disposizione e l’incontro.
In secondo luogo, ha ridefinito l’archivio stesso. Nella pratica di Singh, l’archivio non è più un deposito statico del passato, governato da autorità e classificazione. Diventa una struttura vivente: aperta, permeabile e soggetta al cambiamento. Questa trasformazione non è solo formale, ma anche filosofica. Ci invita a riconsiderare come la conoscenza è organizzata, come la memoria è preservata e chi ha il potere di plasmare entrambe.
Di Marta Varini
[Dayanita Singh, ARCHIVIO, allestimento 2026 © Dayanita Singh/Archivio]
