Calano i matrimoni e i genitori corrono ai ripari. Se i figli sono troppo impegnati o troppo passivi per trovare un partner da soli, sono i più vecchi a prendere l’iniziativa. Alcuni giovani soffrono l’ingerenza esterna, ma altri cominciano ad apprezzare – o quanto meno accettare con accondiscendenza – l’aiuto del parentame.
C’è chi porta un/a amica, chi affitta un/a fidanzato/a e c’è chi non torna proprio a casa. Il Capodanno lunare, momento di ricongiunzione famigliare, pone molti giovani single davanti a un dilemma: come giustificare l’assenza di un partner durante l’attesa ricorrenza, spesso scandita da lunghi interrogatori di madri e padri interessati a sapere di tutto e di più sulla situazione lavorativa e sentimentale dei propri figli.
Costo della vita (e dell’istruzione), carriera professionale, maggiore individualismo, e scetticismo verso le istituzioni sociali tradizionali, stanno spingendo sempre più cinesi a rimandare il matrimonio o a non sposarsi affatto. Nel 2024, in Cina, solo 6,1 milioni di coppie hanno detto sì, il numero più basso dal 1980, anche se nei primi nove mesi dello scorso anno alcune agevolazioni nel sistema di registrazione hanno favorito un rimbalzo dell’8,5% invertendo il prolungato declino.
Nella Repubblica popolare, dove la maternità fuori dalle nozze è ancora poco comune, meno matrimoni vuol dire anche meno nascite, meno lavoratori e meno contribuenti. Quindi più anziani e una crescita economica più lenta a fronte di maggiori spese per la previdenza sociale. Comprensibile la preoccupazione del governo cinese. Ma anche molti genitori, ormai avanti con gli anni, condividono timori simili vedendo venire meno la continuità della discendenza.
Ovvero quella assistenza tra le mura domestiche che per decenni ha sopperito alle lacune del welfare. Senza contare l’imbarazzo con amici e vicini ad ammettere la fine della stirpe. Così se i figli sono troppo impegnati o troppo passivi per trovare un partner da soli, sono i più vecchi a prendere l’iniziativa. Alcuni giovani soffrono l’ingerenza esterna, ma altri cominciano ad apprezzare – o quanto meno accettare con accondiscendenza – l’aiuto del parentame.
Il fenomeno non è del tutto nuovo. Semplicemente comincia a manifestarsi sotto forme più consone ai tempi. Dai cartelloni esposti nel Parco del Popolo di Shanghai, noto punto di ritrovo dei genitori in cerca di nuore e generi, alle dating app: secondo la rivista Sixth Tone, nel 2023 il matchmaking online in Cina ha raggiunto un valore di 1,3 miliardi di dollari rispetto ai circa 373 milioni di dollari del 2014. Piattaforme come Tantan (il Tinder cinese) ormai includono filtri per “approvazione famigliare” o “compatibilità con i suoceri”. Ma ne sono spuntate di nuove ad hoc: applicazioni, come Perfect In-Laws (完美亲家 Wánměi Qīnjiā) e Family Match (成家相亲 Chéngjiā Xiāngqīn), consentono ai genitori di creare biografie, filtrare i candidati e avviare contatti con altre famiglie, spesso prima ancora di informare i figli. Progettate per utenti di mezza età, presentano layout di grandi dimensioni per chi ci vede poco, interfacce essenziali boomer-friendly e filtri che danno priorità a istruzione, reddito, proprietà immobiliare e status familiare. L’aspetto fisico dei candidati, importante per i più giovani, passa in secondo piano. Alcune app offrono anche servizi offline, come colloqui telefonici e il supporto di matchmaker professionisti, per aiutare i genitori a valutare i pretendenti e a entrare in contatto con potenziali suoceri.
Attenzione, però: non è un ritorno ai matrimoni combinati. Le famiglie si fanno carico di organizzare le fasi preliminari della frequentazione, coinvolgendo i figli in un secondo momento. Saranno loro a prendere la decisione finale. Quando ormai il grosso è fatto.
L’apparente dissonanza tra il calo dei matrimoni e la maggiore disposizione dei ragazzi a ingaggiare gli insoliti sensali trova conferma in una ricerca dell’Università della California. Secondo il sondaggio, a luglio scorso poco più della metà degli under 30 intervistati risultava già sposato. Ma, tra chi ancora non lo era, oltre il 70% intendeva prima o poi andare all’altare. Segno della “duratura popolarità delle strutture familiari tradizionali” – spiegano gli autori – anche se il più frequente no delle donne (il doppio dei coetanei uomini) rispecchia al contempo un cambio di mentalità rispetto al passato. Dato ancora più spiazzante: sono sempre di più i cinesi a sposarsi senza amore. Stando a uno studio effettuato dall’Accademia cinese delle Scienze Sociali (CASS) di Shanghai, mentre nel 2001 era un’opzione accettata da meno del 12% dei rispondenti, oggi è tollerata da ben il 25% degli uomini e il 23,6% delle donne. Circa la metà delle ragazze nubili è persino propensa a cambiare i propri piani matrimoniali se i genitori disapprovassero la scelta del marito.
E’ una resa alle pretese dei parenti? Chiamiamolo piuttosto pragmatismo davanti all’incertezza del momento. In una società iper-competitiva e meno stabile (con la disoccupazione giovanile sopra il 16%), le nuove generazioni vedono il matrimonio non necessariamente come un atto d’amore, bensì come un compromesso per ottenere una qualità di vita migliore.
Che si tratti di stabilità finanziaria o reti sociali più solide. I genitori, con la loro esperienza e le loro risorse (economiche), sono percepiti come un prezioso aiuto per valutare la compatibilità di un aspirante partner e coprire le spese del corteggiamento. Anche se il loro metro di giudizio ( istruzione, reddito, beni di proprietà, educazione) non necessariamente tiene conto dei gusti dei figli. Concorre l’influenza della cultura confuciana, ancora radicata: la devozione filiale (xiàodào) spinge molti giovani a considerare i desideri dei genitori come direttrici del proprio percorso di vita. Mentre arrivare alla soglia dei 30 anni single è considerato – soprattutto per le donne – disdicevole, seppur meno che in passato.
“Contrariamente alle aspettative degli accademici negli anni ‘90, l’urbanizzazione e la modernizzazione non hanno diluito la consolidata cultura familiare cinese, ma hanno anzi approfondito i legami economici ed emotivi tra genitori e figli”, conclude Liu Wenrong del CASS.
La postura inaspettatamente “conservatrice” dei giovani nei confronti dei rapporti famigliari trova riscontro negli studi sulla sessualità della sociologa Liu Jieyu. In Embedded Generations: Family Life and Social Change in Contemporary China, frutto di tre anni di ricerche tra aree urbane e rurali, la docente della School of Oriental and African Studies di Londra evidenzia come la verginità femminile sia ancora un requisito richiesto da molti uomini cinesi nati alla fine degli anni ‘90. E, sebbene il sesso prematrimoniale sia diventato più diffuso (tra il 60% delle donne e l’80% dei maschi), spesso si finisce per sposare la stessa persona con la quale si è avuto il primo rapporto. Per le donne è anche una conseguenza della minaccia di uno stigma sociale che – per quanto meno di un tempo – potenzialmente ancora penalizza il genere femminile agli occhi delle famiglie e dei futuri pretendenti.
Siamo davanti a un ritorno all’austerità dei costumi? Non esattamente. Lo dice chiaramente Liu: nei giovani cinesi convivono ambizioni moderne e aspettative molto tradizionali. Soprattutto quando si passa dalle idee alla pratica non è facile dare seguito a quanto si spera davvero in fondo al cuore. Ruoli di genere, richieste dei parenti e obblighi intergenerazionali restano fortissimi. Specialmente nella Cina rurale, dove la sposa ha – nel vero senso della parola – ancora un “prezzo”.
Wei Huan, una ventottenne di Lushan, villaggio nello Henan, si è suicidata a dicembre gettandosi dalla finestra della sua suite nuziale il giorno prima della cerimonia. È crollata dopo dieci anni di pressioni famigliari. “Riconosco chiaramente che il mio valore più grande risiede nel matrimonio. Ho resistito per sette anni, a partire dalla laurea. Se aggiungi i quattro di università, sono 11 anni in totale. Ma ho fallito”, spiega la ragazza in un ultimo post diventato virale su WeChat dopo la morte.
Di Alessandra Colarizi
Classe ’84, romana doc. Direttrice editoriale di China Files. Nel 2010 si laurea con lode in lingua e cultura cinese presso la facoltà di Studi Orientali (La Sapienza). Appena terminati gli studi tra Roma e Pechino, comincia a muovere i primi passi nel giornalismo presso le redazioni di Agi e Xinhua. Oggi scrive di Cina e Asia per diverse testate, tra le quali Il Fatto Quotidiano, Milano Finanza e il Messaggero. Ha realizzato diversi reportage dall’Asia Centrale, dove ha effettuato ricerche sul progetto Belt and Road Initiative. È autrice di Africa rossa: il modello cinese e il continente del futuro.


