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La stretta su Macao

In Cina, Economia, Politica e Società by Alessandra Colarizi

Macao è stata a lungo considerata un esempio di lealtà. Quello che Hong Kong non è più o forse non è mai stata. Poi il 30 luglio, un ex parlamentare pro-democrazia di Macao è diventato la prima persona ad essere arrestata ai sensi della legge sulla sicurezza nazionale locale. 

“Ama la Cina, ama Macao… ogni partito comprende profondamente che il futuro e il destino di Macao e della Cina sono strettamente correlati”. Era il 19 dicembre 2019 quando il presidente cinese Xi Jinping pronunciò quelle parole per celebrare il 20° anniversario del ritorno dell’ex colonia portoghese alla Cina. In città c’era aria di festa. Salito sul palco, il leader cinese intonò il motivo patriottico “Ode alla mia Patria”.

Macao è stata a lungo considerata un esempio di lealtà. Quello che Hong Kong non è più o forse non è mai stata. Entrambe le regioni amministrative speciali hanno goduto di un certo livello di autonomia sotto il motto “un paese due sistemi”. La triste parabole dell’ex colonia britannica è ormai nota: represse le proteste anti-estradizione del 2019, Pechino ha provveduto a soffocare qualsiasi forma di dissenso, erodendo l’indipendenza giudiziaria che per decenni  aveva reso la città la capitale finanziarie d’Asia. Ora qualcosa di simile si sta verificando anche a Macao. Ora, a distanza di sedici anni, le parole di Xi più che una lode suonano come una minaccia.

Il 30 luglio, un ex parlamentare pro-democrazia di Macao è diventato la prima persona ad essere arrestata ai sensi della legge sulla sicurezza nazionale locale. Au Kam San, impiegato come insegnante in scuola elementare, è stato accusato di aver fornito “una grande quantità di informazioni false e sediziose a un gruppo anti-cinese”. L’operazione sovversiva sarebbe avvenuta attraverso pubblicazioni online e all’estero a partire dal 2022, “fomentando odio” contro i governi di Macao e Pechino. 

Au è stato uno dei parlamentari pro-democrazia più longevi della città, ruolo che ha ricoperto per vent’anni fino alla mancata ricandidatura nel 2021. Spesso in piazza per protestare contro la corruzione dei funzionari locali, ha fondato l’Unione per lo Sviluppo Democratico di Macao, il gruppo che per anni ha organizzato commemorazioni annuali del massacro di Tienanmen e i cui membri hanno ripetutamente subito intimidazioni e molestie da parte delle autorità. Le celebrazioni della ricorrenza sono vietate dal 2020, anno in cui il pretesto del COVID ha permesso al governo di stringere la morsa sulla società civile.

Il fermo di Au è giunto solo poche settimane dopo la squalifica di 12 candidati alle elezioni legislative (previste a metà settembre) per presunta “slealtà”. La decisione, che non ha risparmiato nemmeno il centrista Ron Lam U Tou, è stata presa su richiesta del Comitato per la Sicurezza Nazionale della città.

Entrata in vigore nel 2009 (ben prima di quella di Hong Kong) ai sensi dell’articolo 23 della mini-costituzione locale, originariamente la normativa sulla sicurezza nazionale di Macao doveva perseguire solo “atti criminali seriamente violenti”. Come assicurato dall’allora capo dell’esecutivo, Edmund Ho Hau-wah, non avrebbe limitato la libertà di parola: “Cantare slogan, scrivere articoli che criticano il Consiglio di Stato cinese o il governo di Macao, sono attività che non subiranno l’effetto di questa legge”, disse all’epoca. Ma a distanza di tanti anni molto è cambiato. Nel 2023 un emendamento approvato all’unanimità ne ha ampliato la portata agli atti non violenti, per affrontare “nuove sfide avverse”. Mentre la collusione con l’estero è sempre stata criminalizzata, con la revisione vengono perseguite non più solo le organizzazioni politiche straniere presenti nel territorio bensì anche le entità con sede al di fuori della città. Secondo il Global Times, potenziare la legge servirà a contenere nello specifico le “influenze straniere” e i “sostenitori dell’indipendenza di Taiwan”, dilatando la definizione di reati come l’istigazione e il sostegno all’insurrezione. Alcuni sono punibili con pene detentive fino a 25 anni di carcere. 

Come ci spiega Fabrizio Franciosi, un tempo storico della colonizzazione portoghese e autore di Macao 1974-1979: Ombre cinesi sulla sovranità portoghese, “le leggi sulla sicurezza nazionale relative sia a Hong Kong che a Macao sono legittime, dal momento che la Cina, pur dovendo rispettare gli accordi con Regno Unito e Portogallo, esercita malgrado tutto la sovranità su questi due territori. Se vogliamo è una sovranità modellata da due trattati, ma gli ordinamenti dei rispettivi territori sono in ogni caso stati adottati dall’ordinamento ad essi superiore, che è quello generale, applicabile a qualsiasi altra parte della Cina”

Inutile dirlo, però più la normativa diventa ampia più risulta difficile stabilire quali azioni costituiscono una reale minaccia alla sicurezza nazionale. Per Sarisha Harikrishna, esperta di diritti umani presso la Queen’s U. Belfast School of Law, la formulazione della legge è ormai tanto ambigua da renderla suscettibile di abusi. Anche criticare il governo può costituire una trasgressione. 

Si tratta di una svolta epocale per Macao, che ha seguito un percorso diverso da Hong Kong. Circa la metà dei 700.000 abitanti è composta da immigrati giunti recentemente dalla Cina continentale. L’opinione prevalente è stata a lungo di relativa accettazione nei confronti del controllo del governo centrale. Almeno finché il gioco d’azzardo – trainato dai visitatori cinesi – ha continuato a far volare l’economia locale. Al contempo, lasciando un minimo di respiro alla popolazione, Pechino puntava preservare la credibilità di “un paese due sistemi” macchiato dagli eventi di Hong 8Kong. Un segnale distensivo nei confronti dell’isola di Formosa, che la Cina aspira a (ri)annettere – se possibile – pacificamente, applicando un modello amministrativo analogo. 

Intanto la campagna anticorruzione lanciata da Xi ha avuto un impatto anche sull’ex colonia portoghese. Il business dei casinò è stato parzialmente ridimensionato. In compenso da alcuni anni la città figura nella Greater Bay Area, un’ambiziosa iniziativa tesa a creare nella Cina meridionale una gigantesca regione metropolitana, simile alla Silicon Valley. Un’inclusione economica che funge da paravento alla crescente assimilazione politica.

L’onere di riordinare le casse statali e mantenere la stabilità sociale nel spetterà al “nuovo” capo dell’esecutivo: Sam Hou Fai, 62 anni, originario della provincia cinese del Guangdong, ex capo della corte suprema di Macao, nell’ottobre 2024 è diventato il primo leader della città a essere nato e cresciuto nella Cina continentale. Una vittoria scontata quella del 63enne, scelto da una giuria di 400 lealisti filo-Pechino e unico candidato in corsa per la leadership.

Di Alessandra Colarizi

[Pubblicato su Gariwo]