Da qualche tempo si parla dell’impatto ambientale (比特币对环境的影响 bǐtè bì duì huánjìng de yǐngxiǎng: environmental impact of bitcoin) provocato dalle criptovalute (加密货币 jiāmì huòbì: cryptocurrencies) essenzialmente legato all’enorme utilizzo di energia per le attività di mining (挖矿 wā kuàng)  che richiedono grande potenza di calcolo (per aggiungere nuovi blocchi alla blockchain) e un ingente dispendio di energia elettrica, quasi sempre proveniente da fonti non rinnovabili. 

Per attirare l’attenzione del grande pubblico su questo tema c’è voluto Elon Musk in uno dei suoi repentini cambi di idea: da un giorno all’altro ha deciso che non accetterà più le criptovalute per il pagamento delle Tesla, individuando proprio nel forte impatto ambientale la causa principale della sua scelta. 

In Cina, dove la febbre delle criptomonete è esplosa nel 2013, il paese si è imposto sulla scena internazionale quale hub dell’ecosistema delle criptovalute mondiale, sia per via del numero di transazioni operate e soprattutto per il mining. I network di miners e le fabbriche di bitcoin si sono avvantaggiate in Cina dell’iniziale disinteresse delle autorità e del basso costo dell’elettricità nel paese.

Ora questo disinteresse sta venendo meno e la preoccupazione per l’impossibilità di controllare le criptovalute da parte del governo centrale unita a quella per il consumo di energia, hanno portato Pechino a vietare a istituti finanziari e fondi di investimento di offrire servizi legati alle criptovalute poiché  costituirebbero un pericolo per “la sicurezza delle proprietà dei cittadini e danneggiano l’ordine finanziario ed economico”. 

A cura di Nicoletta Ferro e Sabrina Moles