Il nuovo documento sulla Strategia di sicurezza nazionale della Casa bianca riordina le priorità di Washington. Pechino vede un’America più introversa, concentrata sulle proprie frontiere e sulla sicurezza economica, e meno impegnata nel contenimento ideologico. Il documento attenua la centralità dell’Indo-Pacifico, delegando agli alleati asiatici una quota crescente della deterrenza regionale
Sfida prioritaria. Nel 2017 e nel 2022, la Cina era definita così, nella strategia di sicurezza nazionale della prima amministrazione Trump e in quella Biden. Ora Pechino non è più “la minaccia principale“, spostata sulla sicurezza interna e le frontiere degli Stati uniti. Quantomeno su carta, un drastico cambio di priorità. Leggendo il documento, Pechino scorge un’America più concentrata su se stessa e sul proprio emisfero, meno interessata a un confronto globale e più attenta alla dimensione economica della competizione. Ma anche un’America che, pur ridimensionando la centralità del contenimento della Cina, continua a volerne impedire il consolidamento del primato in Asia. D’altronde, “gli Usa non possono permettere che una nazione diventi così dominante da minacciare i nostri interessi.“
Uno dei passaggi più sorprendenti agli occhi cinesi è la completa scomparsa della dimensione ideologica. Non ci sono richiami alla “competizione tra democrazie e autocrazie“, nessuna missione di difendere l’ordine liberale, nessuna retorica sui diritti umani. Per Pechino, questo segna un ritorno alla realpolitik più pura. La Cina ha sempre considerato la retorica americana sulla democrazia un pretesto geopolitico. La sua sparizione è letta come un profondo riallineamento strutturale che potrebbe anche aprire a un tentativo di coesistenza sotto l’etichetta di G2, lanciata da Trump e che Xi Jinping non potrà esplicitamente accettare, per non tradire la sua narrativa multipolare e di solidarietà col sud globale.
La competizione è descritta soprattutto in termini economici e la Cina è trattata come una questione pratica da affrontare più che come un avversario tout court. La ormai tradizionale narrativa della “sfida strategica” è sostituita da termini come squilibri commerciali, controllo delle catene di approvvigionamento e concorrenza tecnologica. Pechino apprezza questo spostamento: la competizione economica è considerata gestibile, negoziabile e non necessariamente conflittuale. A differenza della competizione militare, l’economia lascia margini di compromesso, anche se il timore di un disaccoppiamento tecnologico resta tangibile.
La decisione di concentrare risorse sull’America latina è vista in Cina come la conferma che Washington sta tornando nella sua sfera storica e rinunciando alla proiezione globale illimitata. Se l’Indo-Pacifico non è più la priorità, spera Pechino, significa che Trump vuole gestire la Cina ma non contenerla in modo così proattivo sul piano strategico. Se gli Usa riassegnano risorse verso il Messico, il Golfo, i Caraibi, la frontiera sud e i cartelli, l’Asia orientale diventa meno presidiata.
Resta, come prevedibile, il nodo Taiwan. Trump conferma la postura degli Usa, che “non supportano alcun cambiamento unilaterale dello status quo” e prevede di costruire un esercito “in grado di negare qualsiasi aggressione lungo la prima catena di isole“. Rispetto a Biden, però, l’elaborazione è molto più scarna: mancano riferimenti espliciti ai documenti che impegnano Washington a supportare l’auto difesa di Taipei. La sensazione è che Taiwan si collochi tra le priorità, ma non tra quelle vitali.
La Casa bianca intende “mantenere un equilibrio militare favorevole“, ma preme su alleati e partner asiatici, a cui viene chiesto di “spendere e agire molto di più per la difesa collettiva“. Obiettivo: “dissuadere l’aggressione“. Formula che non suona come un impegno vincolante al soccorso americano in caso di crisi.
Per Tokyo e Seul il documento potrebbe rendere più complesso prendere impegni anti cinesi, sul commercio o soprattutto sulla sicurezza, rischiando poi di finire esposti in prima persona. Emblematica la recente richiesta di Trump alla premier Sanae Takaichi, nel bel mezzo della crisi diplomatica tra Giappone e Cina, di “non provocare” Xi su Taiwan. Anche per questo, Pechino sta alzando così tanto il volume sul rischio del riarmo nipponico.
Certo, è possibile (se non probabile) che la minore durezza sulla Cina potrebbe essere volta a tutelare la tregua commerciale e la visita di Trump a Pechino ad aprile. Ma la speranza cinese è che il documento possa significare che la deterrenza dell’America in Asia orientale non cresce, ma si frammenta.
Di Lorenzo Lamperti
[Pubblicato su il Manifesto]
Classe 1984, giornalista. Direttore editoriale di China Files, cura la produzione dei mini e-book mensili tematici e la rassegna periodica “Go East” sulle relazioni Italia-Cina-Asia orientale. Responsabile del coordinamento editoriale di Associazione Italia-ASEAN. Scrive di Cina e Asia per diverse testate, tra cui La Stampa, Il Manifesto, Affaritaliani, Eastwest. Collabora anche con ISPI. Cura la rassegna “Pillole asiatiche” sulla geopolitica asiatica.
