Molto è stato scritto sulla graduale evoluzione della Cina da manifattura del tessile mondiale a paese consumatore, poco in realtà si conosce del comparto moda Cinese tout court. A colmare questo vuoto ci hanno pensato Simona Segre Reinach, antropologa della moda e docente di Fashion Studies all’università di Bologna e Wessie Ling, storica e artista visuale dell’Università di Northumbria, che insieme hanno curato il volume monografico: “Fashion in Multiple Chinas, Chinese Styles in the Transglobal Landscape”, uscito per I.B. Tauris quest’anno.

Raccontandoci la genesi del libro che verrà presentato all’Istituto Confucio di Milano il prossimo autunno Simona Segre dice: “Era un po’ che parlavamo di scrivere un volume che combinasse diverse discipline dall’antropologia, alla storia della moda passando dagli studi post-coloniali e dalle discipline economiche, per ricostruire una narrazione evolutiva della storia della moda in Cina. L’occasione si è presentata a Macao all’International Convention of Asia Scholars (ICAS) che ha visto riunirsi più di 1200 studiosi di Asia da tutto il mondo dove abbiamo organizzato un panel sulla moda con molti degli autori dei saggi raccolti nel libro.”

Quali sono le “multiple Chinas” cui si riferimento nel titolo?

Sono quelle di un contesto complesso e stratificato come quello della produzione della moda in Cina che vede convivere le grandi manifatture tessili e la produzione artigianale, il “cheap” con i livelli di grande sofisticatezza ed eleganza. Volevamo proprio attirare l’attenzione su questa complessità, al di là delle solite semplificazioni che intervengono quando si parla di moda e Cina.

La Cina sta facendo grandi sforzi per convertire il proprio modello economico da pura sede di produzione a fornitore di servizi, come questo si riflette sul mondo della moda?

È un lavoro in salita perché il paese continua a produrre il 70% della moda globale. D’altra parte la Cina sta investendo molto in formazione. Molti sono stati gli investimenti fatti per attrarre talenti stranieri e aprire scuole di formazione nel paese. E un ruolo importante lo hanno avuto anche i cinesi che rientrano dopo un periodo di studio all’estero tornano nel paese portando know how.

Xi Jinping governa nel segno di un rinnovato nazionalismo, in che modo questo trova espressione nella moda?

Siamo abituati a considerare i consumatori cinesi come fruitori acritici dei brand occidentali. In realtà le cose stanno cambiando e le nuove generazioni si fanno sempre più spesso interpreti della volontà del paese di esprimere una nuova narrativa di sé verso l’esterno, lontana dai soliti stereotipi e forte del rinnovato ruolo che il paese gioca sullo scacchiere globale. Il brand di spostswear Li Ning ad esempio ha di recente presentato una collezione piena di simboli e bandiere rosse.

Quale influenza ha la diaspora creativa cinesi sulla percezione che si ha della Cina nel campo della moda?

In effetti esiste una fetta di creativi cinesi che rientrano in Cina con un bagaglio forte. Quelli rimasti all’estero, dopo aver in un primo momento estetizzato l’esotismo cinese, stanno progressivamente riscoprendo la loro “cinesità” su basi diverse. Un punto di svolta in tal senso è stata la mostra tenutasi nel 2015 al Metropolitan di New York “China: through the looking glass” che rivelava le influenze dell’estetica cinese sulla moda occidentale, quello è stato a mio parere l’inizio di un ripensamento che continua ancora oggi.

Quali sono le principali eccezioni cinesi dell’industria della moda rispetto a quella occidentale?

Il retail è completamente diverso dal modello occidentale. Tutto si basa sulle tipologia delle città e sulla loro collocazione nella geografia del consumo cinese e poi ci sono i mall a farla da padrone. Anche qui la collocazione è centrale, posizionarsi bene in un mall è tutto perché permette di farsi conoscere al consumatore cinese, inserendosi in un universo ben chiaro ai suoi occhi. Ci sono eccezioni come negozi multimarca al di fuori dei mall come Zuc Zug.

di Nicoletta Ferro