gioventù indiana

La meglio gioventù indiana alla prova del manganello

In Asia Meridionale, Economia, Politica e Società by Matteo Miavaldi

Oscurati dal telegiornali mainstream del Paese e accusati di atteggiamento «anti-nazionale» dagli opinionisti da tastiera al servizio del governo, i manifestanti e le manifestanti per un giorno e mezzo si sono rivisti e riviste negli schermi dei propri smartphone, in una cronaca collettiva di una violenza agita contro «i figli e le figlie» di un’India non abituata a trovarsi dalla parte sbagliata del manganello.

Le teste aperte di solito sono quelle dei contadini, o di chi scende in piazza sventolando la bandiera dei partiti di opposizione, o di chi sta uscendo da una moschea, o dei dalit massacrati dalle squadracce delle caste alte. Stavolta invece a prenderle è stata «la meglio gioventù»: chi studia così tanto da sacrificare la vita sociale, chi già lavora in ufficio e si è preso la malattia per scendere a protestare, chi ha una casa con aria condizionata dove rifugiarsi dopo una giornata passata a schivare i fendenti della polizia nel caldo torrido del luglio di Delhi.

Saggiare il trattamento standard riservato a chi ancora fa opposizione al governo indiano evidentemente ha fatto deflagrare qualcosa nel tessuto sociale dell’India urbana. Perché i ragazzi e le ragazze sono tornati in strada a Delhi ma anche nel resto delle grandi città indiane e perfino all’estero, perfino la diaspora londinese ieri ha manifestato fuori da India House. E le parole d’ordine sono cambiate, adesso la «testa» di Pradhan non basta più.

Dalle piazze si alzano cori che invocano le dimissioni di Narendra Modi e di Amit Shah, richiesta nemmeno lontanamente immaginabile solo una settimana fa considerando che i vertici movimento, all’inizio della protesta a Jantar Mantar, avevano accolto la polizia locale donandogli ghirlande di fiori.

Abhijeet Dipke, il trentenne creatore della pagina satirica degli «scarafaggi» e fattualmente il leader di questo movimento di protesta, si ritrova per le mani una rabbia generazionale che certamente non pensava di dover gestire. E un’opposizione parlamentare pronta a fare eco alle proteste di piazza.

Dopo aver dato battaglia in aula, ieri il leader dell’Indian national congress (Inc) Rahul Gandhi e la sorella deputata Priyanka hanno organizzato un altro sit-in di protesta di fronte alla residenza delhese di Narendra Modi. Ci sono rimasti due ore, prima che la polizia caricasse in camionetta anche loro, in un’ennesima photo opportunity sensazionale: Rahul Gandhi portato via di peso da un nugolo di poliziotti.

L’amministrazione Modi avrebbe potuto disinnescare il malcontento sacrificando il ministro Pradhan, ma ora potrebbe essere troppo tardi e il governo non pare dare segni di ammorbidimento. Oggi nelle strade di Delhi tornano i figli e le figlie dell’India «bene» e i manganelli. È un’altra giornata di ordinaria amministrazione, nel cuore della democrazia più grande del mondo.

Di Matteo Miavaldi

[Pubblicato su ilmanifesto]