La lunga marcia della Cina verso la transizione ecologica è cominciata. Punti di partenza: gli obiettivi contenuti nel 14esimo piano quinquennale e le dichiarazioni di Xi Jinping durante la 75esima sessione dell’Assemblea Generale dell’ONU del 22 settembre scorso, quando il presidente cinese aveva affermato che la Cina punterà a raggiungere il picco delle emissioni prima del 2030 e a raggiungere la neutralità carbonica entro il 2060. 

La 26esima Conferenza sul Cambiamento Climatico delle Nazioni Unite (COP26) si terrà tra l’1 e il 12 novembre 2021 a Glasgow, nel Regno Unito, ed avrà i riflettori puntati sulla Cina e sugli Stati Uniti, in un testa a testa tra le due più grandi economie al mondo. L’amministrazione Biden in questo senso sta cercando di rimodellare l’immagine internazionale degli USA nella lotta al cambiamento climatico, con l’immediato ritorno all’interno dell’Accordo di Parigi dal quale l’ex presidente Trump era invece uscito.

Secondo l’ Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), la Cina è responsabile del circa 28% delle emissioni globali, di cui gran parte dovuti alla dipendenza dal carbone della produzione cinese e l’alto consumo energetico a livello globale. Allo stesso tempo, la Cina ricopre un ruolo centrale nel panorama energetico globale, essendo il più grande consumatore e produttore di energia al mondo e negli ultimi anni anche il più grande investitore in energia rinnovabile.

Nel 2020, la Cina è stata l’unica grande economia con una crescita positiva del PIL. Questo però, insieme alle restrizioni anti Covid, ha portato anche ad un aumento del consumo di energia e del consumo di elettricità tra il 2% e il 3%. Il consumo di carbone è cresciuto dello 0,6% a 3,86 miliardi di tonnellate registrando il quarto picco più alto nella storia cinese, dopo quelli di 2012, 2013 e 2014. 

Le 148 pagine del 14esimo piano quinquennale presentano i principali obiettivi fissati per il periodo 2021-2025, così come gli obiettivi a lungo termine per il 2035 in vista della cosiddetta ‘Vision of 2035’. Questi cinque anni rappresentano un periodo di opportunità strategiche per la Cina di sperimentare nuovi modelli di sviluppo e cercare di migliorare gli standard di vita, anche al fine di promuovere/consolidare il concetto di “self-reliance” (Zili gengsheng), inteso come autosussistenza nel ciclo produttivo e la necessità di fare affidamento sui consumi interni. Dai punti del documento si evince che le asperità si trovano principalmente nell’obiettivo di conciliare il mantenimento di una crescita economica abbastanza alta e allo stesso tempo passare da una crescita ad alta velocità ad una crescita di alta qualità aumentando il consumo interno, seguendo un modello di “green development”. Gli obiettivi per i prossimi cinque e 15 anni sono passi essenziali per il perseguimento del secondo obiettivo del centenario: costruire un paese socialista moderno.

Un’ ulteriore complessità sta nella “necessità di realizzare stili di vita sostenibili e benessere nel contesto della “società armoniosa” (和谐社会 he xie she hui) e come questo sia in contrasto con l’attuale modello di sviluppo cinese che si concentra su una rapida crescita ad alta intensità di risorse” scrive Patrick Schröder, autore di Civil Climate Change Activism – More than Meets the Eye.

Il professor Ji Zou, amministratore delegato e presidente della ONG Energy Foundation China (EFC), ha spiegato al britannico Carbon Brief che fino all’inizio del 2020 c’era ancora molto dibattito tra i politici e i loro consulenti sul fatto che l’incorporazione di obiettivi di sviluppo a basse emissioni di carbonio avrebbe potuto in qualche modo causare “un grande shock per l’economia”. Il rallentamento dell’economia, dopo il blocco causato dalla pandemia, ha reso la decisione ancora più difficile, ma ciò non esclude che la transizione alla decarbonizzazione possa invece stimolare la crescita economica e portare una serie di benefici aggiuntivi, come la creazione di più posti di lavoro. 

Qual è lo spazio destinato ai movimenti ambientalisti e all’attivismo?

In questo panorama di grandi cambiamenti e sfide multiformi, qual è lo spazio destinato ai movimenti ambientalisti e alla partecipazione pubblica? In Cina la sensibilizzazione sulle tematiche di tutela ambientale passa attraverso i canali ufficiali. Questo fenomeno viene definito da alcuni studiosi, tra cui Bruce Gilley, autore di Authoritarian environmentalism and China’s response to climate change e professore di scienze politiche alla Portland University, come ‘ambientalismo autoritario’. 

La partecipazione pubblica è limitata a un ristretto quadro di élite scientifiche, o meglio “ecoélite”; formato da tecnocrati ed esperti, mentre ci si aspetta che la società civile viene chiamata in causa solo per la corretta implementazione delle regole. Le ONG e i movimenti ambientalisti, nell’ottica di Pechino, si fanno semplicemente portavoce delle direttive del governo centrale e le iniziative guidate dallo Stato. 

A questo proposito, era il 2019 quando Howey Ou, la giovane attivista cinese del movimento ‘Fridays for Future’, finì sotto i riflettori per aver protestato per una settimana davanti all’ufficio del governo locale a Guilin, nel sud della Cina. La giovane studentessa era all’epoca l’unica portavoce del movimento nel paese, sul web le opinioni su di lei erano contrastanti, i netizen cinesi si dividevano tra coloro che la elogiavano e chi invece metteva in dubbio il suo rendimento scolastico. Dopo sette giorni di proteste, Howey Ou venne allontana dalle autorità e interrogata. Non solo: la scuola le aveva anche proibito di tornare in classe se avesse continuato a scioperare per il clima.

Occorre ricordare che dopo i fatti di Piazza Tiananmen del 1989, oggi in Cina vige una legge che impone condizioni severe sui raduni pubblici e l’obbligo di registrarsi con la polizia prima di organizzare una protesta. Oggi l’attivista ha 18 anni e continua a contribuire alla causa. Il 5 febbraio 2021 si trovava a Berlino, dove si è unita ai manifestanti tedeschi del movimento ‘Fridays For Future’. Dalla vicenda di Howey Ou si capisce come il raggio d’azione dei cittadini cinesi operi in confini ristretti per cui, molto spesso, l’unica alternativa è quella di limitarsi a cooperare con le autorità statali e, inoltre, i bassi livelli di consapevolezza pubblica del cambiamento climatico vengono sovente utilizzati per giustificare il ruolo guida e dominante dello Stato.

Nella RPC è attiva la China Youth Climate Action Network (CYCAN). Fondata nel 2007, è la prima organizzazione ambientale no-profit che ha come obiettivo la  responsabilizzazione dei giovani cinesi. La CYCAN è una delle vie ufficiali che i giovani possono percorrere per partecipare al dibattito, l’organizzazione infatti fornisce una piattaforma per gli studenti universitari e i giovani per sostenere la lotta al cambiamento climatico. 

Stando ad un rapporto pubblicato dal China Youth Climate Action Network nel dicembre 2020, l’84%, delle oltre 5.000 persone intervistate di età compresa tra i 18 e i 24 anni negli istituti superiori di tutto il paese, era consapevole della gravità del cambiamento climatico, e oltre il 40% lo ha definito come il problema più grave del presente, seguito dalla disuguaglianza sociale (12,9%) e dalla salute pubblica (8.3%). E’ emerso anche che una buona fetta dei giovani intervistati non avesse una conoscenza approfondita delle principali cause del cambiamento climatico, ciononostante rimangono il segmento sociale più informato e più consapevole.

Sensibilizzazione e mobilitazione passano attraverso lo spazio digitale 

Lo studio condotto dal CYCAN, pubblicato dal China Dialogue, spiega che gli intervistati, sebbene nati tra il 1995 e il 2002, erano molto più informati del Protocollo di Kyoto del 1997 che dell’Accordo di Parigi del 2015. Una delle possibili spiegazioni è che il Trattato appare molto più sovente nei libri scolastici e viene discusso maggiormente tra i banchi di scuola rispetto all’Accordo più recente, che sarebbe stato percepito in modo più distaccato, come una notizia proveniente da un paese lontano. 

Dai gruppi di discussione della CYCAN è uscito che questa categoria di consumatori è molto più propensa a pagare per opzioni più sostenibilii: il 68% ha detto che pagherebbe prezzi più alti per prodotti ecologici, e il 62% pagherebbe più tasse per aiutare a tutelare l’ambiente; il 57% abbasserebbe il suo standard di vita per questo stesso obiettivo.

In una puntata della rubrica Caratteri Cinesi di China Files, si sono affrontati i temi della sicurezza alimentare in Cina, nella doppia declinazione di “food security”, intesa come autosufficienza nazionale/ sicurezza di accedere a cibo sufficiente, e “food safety”, nel significato di sicurezza igienico-alimentare. In particolar modo, durante i mesi della pandemia è risultata ancora più evidente la debolezza della catena alimentare cinese e la dipendenza dell’ approvvigionamento dal mercato straniero. 

Il problema della qualità in Cina rimane ancora un tasto dolente: l’economista cinese Ye Tan sostiene che non riguardi solo vendite nel mercato estero, ma anche in quello interno dove i consumatori cinesi hanno scarsa fiducia del “made in China”. Segnante è stato l’incidente della melammina del 2008, che ha interessato l’intera industria lattiero-casearia e da cui si è irradiato ulteriormente lo spettro dell’insicurezza alimentare.

L’opinione pubblica cinese ha particolarmente a cuore la salute, la società e la sostenibilità alimentare, soprattutto a causa del carattere ciclico di questi scandali alimentari e del problema sempre più attuale dello spreco alimentare, al centro di importanti campagne lanciate dal presidente cinese Xi Jinping (dei quali si era parlato qui).

Voto con il portafoglio: Millennials e Generazione Z in Cina

Quali sono i propositi della generazione che dovrà destreggiarsi tra cambiamento climatico, sostenibilità e crescita economica?  I risultati del sondaggio della CYCAN riflettono gli attuali stili di vita dei giovani cinesi, con il 67% che fa shopping online almeno una volta al mese, e solo l’1,5% che non lo fa mai. Un’altra abitudine tipica dei giovani è ordinare cibo tramite le app di delivery. Un rapporto del 2020 della società di consegne Meituan ha mostrato che i nati tra il 1990 e il 2010 rappresentano oltre il 60% dei clienti e oltre il 70% degli ordini.

Un rapporto McKinsey pubblicato nel 2020, mostra come la Gen Z dell’ Asia Pacifico (APAC) abbia sviluppato dei tratti comportamentali (di consumo) unici. La Gen Z, è la fascia demografica definita dai media dei ‘nativi digitali’, che assieme ai Millennials è cresciuta e maturata dopo la crisi economica del 2008 e che oggi vive nel pieno della crisi climatica. 

Nella seconda metà del 2019 McKinsey ha intervistato più di 16.000 consumatori in sei paesi: Australia, Cina, Indonesia, Giappone, Corea del Sud e Thailandia, per poi  confrontare i risultati con le altre due  generazioni:  Millennials (nati dal 1980 al 1995) e Gen X (nati dal 1965 al 1979). In tutta l’area APAC, questa categoria di consumatori afferma di avere a cuore il consumo sostenibile. Proprio come i millennials, la Gen Z dice di preferire prodotti ecologici, cibi biologici e moda etica. Per esempio, in Cina, il 60% dei Gen Zers e dei millennials intervistati dichiara che sta cercando di minimizzare gli effetti negativi che le proprie abitudini alimentari hanno sull’ambiente.

Il 62 degli intervistati cinesi identificati nel segmento dei “consumatori attenti ai brand” (“brand conscious followers”) preferisce fare acquisti mediante le piattaforme di e-commerce, e il 45% compra volentieri su Taobao o Xianyu. 

La Cina mostra delle tendenze che la contraddistinguono dalle altre nazioni APAC. In un articolo del Jing Daily si legge che secondo recenti studi, la pandemia ha aperto la strada a un mercato alternativo per l’industria globale del lusso. Diverse iniziative sostenute dal governo e dai giganti dell’e-commerce hanno reso evidente un cambio di approccio in atto.

La pandemia ha segnato una svolta radicale in tal senso. Il “lusso discreto” è entrato in tendenza tra i consumatori cinesi, in particolare modo le classi agiate prediligono forme meno evidenti e più discrete di ricchezza. Viene spontaneo pensare, a questo punto, alla  vicenda di Douyin, piattaforma di streaming in cui gli utenti avevano iniziato ad ostentare prodotti di lusso in una sorta di nuovo trend, definito successivamente come una pratica “immorale” dal principale organo cinese di amministrazione della radio e della televisione, questi precetti ideologici calati dall’alto sono stati poi seguiti dalla piattaforma che ha infine proibito questo tipo di contenuti. 

Allo stesso modo, aziende leader nel territorio nazionale come JD.com e Alibaba hanno iniziato ad investire maggiormente in tecnologie e pratiche sostenibili, anche per stare al passo con i giovani consumatori che, con il loro voto con il portafoglio, possono, al momento dell’acquisto – che sia nello spazio digitale o fisico – fare una scelta di consumo responsabile.

di Xixi Hong

*Generazione Z e italiana di seconda generazione, Xixi Hong è una laureanda in Lingue e Culture dell’Asia e dell’Africa all’Università degli Studi di Torino. È un’appassionata di lingue: parla inglese, cinese, spagnolo e tedesco. Segue con occhio attento le dinamiche culturali, sociali e di attualità, cercando di formare al tempo stesso la propria penna.