Per ricordare al mondo una lotta che dura da oltre 4 mesi, per fare pressione sul G7 riunito in Cornovaglia ma anche perché lunedi si apre in Myanmar l’ennesimo processo farsa alla Lady, i birmani sparsi nel pianeta hanno organizzato un global strike di due giorni che ricorda quelli che hanno attraversato il Myanmar sotto il pugno di ferro militare dopo il golpe del 1 febbraio.

Così il Global Myanmar Spring Revolution Weekend di oggi e domani è un appuntamento globale che vede in piazza in una cinquantina di centri urbani in oltre venti Paesi, tutte le comunità birmane della diaspora e gli amici locali che le sostengono in America, in Europa e in Asia. La manifestazione (a Roma tra le 16 e le 18 davanti a Montecitorio) non è solo in appoggio alla leader sotto schiaffo per false accuse, alla ribellione pacifica dei birmani e alla liberazione degli oltre 4.800 detenuti politici, ma anche per chiedere il riconoscimento del Nug, il governo ombra di unità nazionale che è stato formato da deputati birmani eletti l’8 novembre scorso ma esautorati del golpe militare di febbraio. La loro voce arriverà anche al G7 (attraverso una lettera del Nug a Boris Johnson cui è stato chiesto di mettere in agenda il Myanmar), dove peraltro sono comunque tante le orecchie da mercante con l’eccezione di qualche parlamentare e le timide aperture di qualche Paese (la Repubblica Ceca ad esempio).

Quanto il tema sia scottante lo si è del resto visto anche in forum meno roboanti, come quelli dell’Oms o dell’Ilo: secondari forse ma significativi. L’Organizzazione mondiale della sanità ha annunciato per prima che il Myanmar sarà escluso dalla sua assemblea annuale mentre l’Organizzazione internazionale del lavoro ha reso noto che non riconoscerà né al Nug né alla giunta le credenziali per rappresentare il Paese nel consesso mondiale che si occupa di lavoro. L’ultima parola, per entrambi, spetta infatti all’Assemblea generale dell’Onu dove al momento soprattutto Russia e Cina, ma anche i Paesi del Sudest asiatico, continuano a remare contro.

Pechino è stata intanto duramente condannata giovedi scorso da oltre 420 associazioni della società civile birmana dopo che la Rpc ha di fatto riconosciuto la giunta come il governo effettivo del Paese. Un paese dove – dice l’Onu – nel solo stato del Kayah gli sfollati sono almeno 100mila cui se ne aggiungono altri 75mila, 12mila dei quali cercano rifugio all’estero. Un Paese dove si combatte e i morti hanno ormai superato quota 860. Dove la protesta pacifica è solo un ricordo cui si è sostituita l’anticamera di una guerra civile.

Di Emanuele Giordana

[Pubblicato su il manifesto]