Periodicamente si scopre che in Asia accadono parecchie cose, in Paesi di cui spesso dimentichiamo l’esistenza, salvo poi occuparcene con una sorta di imbarazzo: talvolta l’informazione è sensazionalistica, talvolta parziale, talvolta riportata a somiglianze o assonanze con il nostro mondo occidentale. C’è poi un equivoco di fondo: il grande mistero è quello cinese, una cultura così distante da risultare complicato il suo incasellamento nei nostri schemi mentali. Eppure la Cina è ormai onnipresente sui media; l’equivoco riguarda paesi come Giappone, Corea del Sud o Taiwan: la loro vicinanza politica e culturale (e consumistica) all’Occidente ci fa credere che si tratti di Paesi di cui è semplice riconoscere i tratti salienti, le caratteristiche principali. In realtà, però, ignoriamo molta della loro storia, la lenta e tenace costruzione di un’identità in un continente nel quale l’anima di un Paese si forma spesso a seguito di traumi, catastrofi o problematiche sorte con i propri vicini.

PER OVVIARE a questi equivoci sono appena usciti due libri, entrambi focalizzati per lo più sull’Asia non cinese, benché la Cina allunghi su di essa la sua ombra, che di recente appare sempre più ingombrante. Si tratta di Asiatica di Marco Del Corona (Add, pp. 312, euro 18) e di Sotto lo stesso cielo di Giulia Pompili (Mondadori, pp. 252, euro 18).

Del Corona è stato corrispondente in Cina per il Corriere della Sera dal 2008 al 2012, ma ha girato tutta l’Asia e anche per quel suo lavoro ha spesso ampliato lo spettro dei suoi interventi al di là della Cina. E spesso ha provato a interpretare i gorgoglii sociali di Giappone, Coree, Vietnam, Cambogia, Taiwan attraverso le parole degli scrittori e delle scrittrici di questo Paese. In Asiatica propone le loro voci, insieme alla propria, ad accompagnare il lettore in un viaggio sinuoso tra identità, traumi e aspirazioni di popolazioni che hanno sovente attraversato fasi sociali concitate, quando non addirittura terribili nel loro poco casuale incastro con interessi di grandi potenze, regionali e non. Pesa la presenza della Cina (di cui Del Corona tratta nel libro) e quella degli Stati Uniti. Ma questi aspetti legati alla storia con la «S» maiuscola sono tradotti dalle voci di autori e autrici (molti dei quali tradotti anche in italiano, per quanto raramente conosciuti ad eccezione di alcuni «casi letterari» come la scrittrice vietnamita Han Kang) alla ricerca di un filo più intimo capace di legarli in una mai definitiva versione dell’anima nazionale.

A CONDURRE Del Corona nel suo viaggio sono le metropoli, le città, coacervo di contraddizioni e luoghi nei quali si realizza il travaglio interiore dei Paesi.

Quanto a Giulia Pompili si occupa da anni di Asia, l’ha girata in lungo e in largo e ha finito per focalizzarsi per lo più su quei Paesi che in fondo hanno una relazione complicata, nel bene e nel male, con la Cina, gigante che ha strappato il «secolo asiatico» riportandolo a sé attraverso il decantato «secolo cinese». Pompili lavora al Foglio e da tempo produce la newsletter Katane diventata un punto di riferimento per l’informazione su tutto il continente. In Sotto lo stesso cielo Pompili attraversa la contemporaneità di Giappone, Coree, Taiwan unendo i puntini: si tratta di una sorta di controcanto politico a quello più intimo di Del Corona. Anche Pompili, in fondo, si ritrova a dover gestire pezzi di storia sconosciuti in Occidente e talvolta dimenticati dai Paesi asiatici o, peggio ancora, contesi tra Paesi, proprio come atolli e tratti di costa da anni rivendicati da diversi Stati asiatici.

Emerge dunque l’identità di Paesi complessi, la cui storia si affaccia su quella degli altri e non può farne a meno: dalla Seconda guerra mondiale in poi, benché oscurata dal nostro eurocentrisimo, l’Asia ha vissuto i suoi momenti salienti (guerre, disastri scontri civili, dittature) come un’eco di eventi legati a fenomeni globali (Guerra fredda, emergere di nuove potenze, ecc) che ha poi provato a riportare all’interno di una storia ancora più complicata, fatta di scontri, guerre e alleanza volatili o appese al filo di carriere politiche traballanti, a loro volta inchiodate a consuetudini politiche che fanno di questi Paesi degli incredibili laboratori dai quali se non è lecito attingere, è fondamentale però la conoscenza.

[Pubblicato su il manifesto]