Gli appelli anti-involuzione contro la concorrenza spietata tra le piattaforme non sono solo avvertimenti: maxi multa inflitta ai sette maggiori colossi di consegna di cibo. Un estratto di un approfondimento uscito sulla newsletter di Simone Pieranni Il Partito. Iscriviti per leggerlo integralmente.
Aprile 2025. Da un paio di mesi, l’ingresso di JD.com (京东, Jingdong) nel settore delle consegne di cibo a domicilio ha inasprito la competizione tra le piattaforme. Meituan, colosso leader del settore, Ele.me, di proprietà di Alibaba, e il nuovo arrivato si sfidano a colpi di coupon e sconti stracciati per i consumatori. Sui social media se ne parla come di una vera e propria “guerra delle consegne” (外卖大战 waimai dazhan) – di ciò che ha comportato per le big tech coinvolte abbiamo parlato ampiamente in questa puntata de Il Partito.
Ad aprile, Jingdong gioca una carta delicata: pubblica una “Lettera aperta a tutti i fattorini”, in cui sottolinea l’importanza di tutelare il benessere sociale e migliorare le condizioni dei rider che sfrecciano per le città del paese sostenendo un mercato interno. L’azienda afferma che alcuni competitor (il riferimento è a Meituan, senza citarla direttamente) non forniscono alcuna copertura assicurativa ai lavoratori e, anzi, impediscono loro, anche nel caso di fattorini part-time, di accettare ordini da altre piattaforme. Poi va oltre, toccando un altro tema sensibile: quello della sicurezza alimentare. Jingdong sostiene infatti che Meituan (ancora una volta senza nominarla direttamente), tolleri, se non favorisca, le cosiddette “cucine fantasma”, vale a dire attività prive di punti di vendita fisici e, in alcuni casi, sprovviste di licenze necessarie per la preparazione di cibo.
Veniamo a oggi. Il 17 aprile le autorità di regolamentazione cinesi hanno inflitto multe per un totale di 3,6 miliardi di yuan (circa 528 milioni di dollari) alle sette principali piattaforme di e-commerce del paese: JD.com, Ele.me, Douyin, Taobao, Tmall, Pinduoduo e Meituan. Si tratta della cifra più alta mai imposta dall’entrata in vigore della Legge sulla Sicurezza Alimentare e, secondo gli analisti, segna l’inizio di una nuova fase nel controllo che Pechino esercita sulle piattaforme digitali. La maxi multa “può essere interpretata come l’ultima mossa dell’autorità di regolamentazione per contrastare l’ ‘involuzione’ dell’economia delle piattaforme”, scrive il giornalista Fed Gao in una puntata della sua newsletter Inside China.
La sanzione più elevata, pari a 1,5 miliardi di yuan, ha colpito Pinduoduo, tra i più noti e-commerce in Cina e società madre di Temu, (che, come vedremo più avanti, ha inizialmente ostacolato le indagini delle autorità). Sanzioni per circa 20 milioni di yuan sono state inoltre comminate a rappresentanti legali e responsabili della sicurezza alimentare di queste aziende. È stata anche sospesa l’erogazione di licenze per nuovi negozi di pasticceria, per periodi compresi dai 3 ai 9 mesi.
La stretta regolatoria non nasce dal nulla. È il risultato di circa dieci mesi di indagini condotte dalla State Administration for Market Regulation (SAMR, 国家市场监督管理总局 Guojia Shichang Jiandu guan li zongju) in tutte le province, le regioni autonome e le municipalità del paese. Le autorità hanno raccolto una vasta mole di dati, ricostruendo una rete capillare di “consegne fantasma” (幽灵外卖 youling waimai). A febbraio 2026 sono state emanate nuove direttive in tema sicurezza alimentare, lanciando un monito ai big tech operativi nel settore. Due mesi dopo, è arrivata la maxi multa.
Le indagini
La macchina del controllo si è messa in moto dopo una denuncia ricevuta nel luglio 2025 dall’ufficio competente del distretto di Haidian, a Pechino. Come riporta l’agenzia Xinhua, un uomo di Pechino, di cognome Liu, acquista una torta di compleanno decorata con fiori freschi infilati direttamente all’interno. Insoddisfatto e preoccupato per la sicurezza del prodotto, decide di segnalare il caso alle autorità. A seguito della denuncia, le indagini rilevano che la catena di pasticcerie Tianyan Qingshu, che dichiara oltre 378 punti vendita e 10 mila ordini mensili, non possiede in realtà nessuna sede fisica. Tutte le licenze commerciali, inoltre, risultano falsificate.
Il caso richiede l’intervento della SAMR, che ad agosto istituisce una task force speciale con oltre 200 agenti provenienti da tutto il paese. Incrociando indirizzi IP, registri di accesso e numeri di telefono, gli investigatori portano alla luce una vera e propria filiera alimentare sommersa su scala nazionale. Il meccanismo è il seguente: quando il cliente ordina un prodotto su un’app di consegna, il commerciante – che si presenta come tale ma non possiede un reale laboratorio di produzione – lo ripubblica su un’altra piattaforma, dove decine di migliaia di produttori competono al ribasso per aggiudicarselo.
Un esempio riportato sempre dalla Xinhua chiarisce il funzionamento: un ordine per una torta “di lusso” da circa 250 yuan viene trasferito sulla piattaforma intermediaria, dove tre laboratori offrono rispettivamente 100, 90 e 80 yuan per accaparrarselo. Vince l’offerta più bassa. In questo modo, il “negozio fantasma” incassa 120 yuan, mentre circa 50 yuan vanno alla piattaforma di e-commerce come commissione di servizio. La piattaforma intermediaria, a sua volta, guadagna trattenendo una commissione sui laboratori: su 80 yuan, circa 3 yuan.
Le piattaforme intermediarie che hanno alimentato questa vera e propria catena industriale illegale “fantasma” sono due, Chongqing Zhuandanbao e Anhui Xunmeng, responsabili complessivamente di oltre 3,6 milioni di ordini evasi. Il sistema ha messo a nudo la natura spietata e competitiva delle piattaforme: enormi margini di profitto finiscono nelle mani delle piattaforme di e-commerce e dei “negozi fantasma”, mentre i reali laboratorio di pasticceria ricevono compensi minimi, spesso a scapito della qualità e della sicurezza dei prodotti.
“Molti imprenditori commettono lo stesso errore”, si legge in un articolo di un account WeChat che si occupa di petizioni: “Riducono disperatamente i costi della catena di approvvigionamento e usano gli ingredienti più economici possibili, pensando così di fare economia, ma gli utenti non sono stupidi. Ogni centesimo risparmiato si tradurrà in sfiducia da parte degli utenti”.
[Questo articolo è stato scritto per la newsletter di Simone Pieranni Il Partito. Iscriviti per leggerlo integralmente]
Marchigiana, si è laureata con lode a “l’Orientale” di Napoli con una tesi di storia contemporanea sul caso Jasic. Ha collaborato con Il Manifesto, Siamo Mine, Valigia Blu e altre testate occupandosi di gig economy, mobilitazione dal basso e attivismo politico. Per China Files cura la rubrica “Gig-ology”, che racconta della precarizzazione del lavoro nel contesto asiatico.


