Secondo il New York Times, Dong Guangping è arrivato venerdì scorso a Toronto, in Canada, dove ha rilasciato la sua prima intervista dopo la fuga.
Una fuga durata 30 ore per raggiungere la Corea del Sud. L’attivista cinese Dong Guangping è scappato alla fine di maggio dallo Shandong, nella Cina settentrionale, a bordo di un gommone. La Guardia costiera sudcoreana lo ha tratto in salvo al largo di Taean, su segnalazione di un peschereccio, e posto in stato di fermo con l’accusa di “immigrazione illegale”.
È già la quarta volta che il sessantottenne cerca di fuggire dalla Repubblica popolare. Tutto comincia nel 1999 quando, allora impiegato come agente di polizia a Zhengzhou, nella provincia centrale dell’Henan, viene licenziato per aver firmato una lettera aperta in commemorazione del decimo anniversario della repressione di Piazza Tiananmen.
Due anni dopo viene incarcerato con l’accusa di “incitamento alla sovversione del potere statale” in merito al suo attivismo pro-democrazia. Scontati tre anni dietro le sbarre, nel 2014 lo attende un nuovo arresto per aver partecipato all’ennesima commemorazione di Tiananmen. La nomina di Xi Jinping a presidente, l’anno prima, aveva avviato una fase di maggiore chiusura nei confronti delle voci in difesa dei diritti umani. È in questo clima che Dong comincia a maturare l’intenzione di lasciare il paese.
Nell’ottobre del 2015, riesce a fuggire dalla Cina con la famiglia. Direzione: Bangkok, città nota per la società civile vibrante. Ma anche per il contesto politico fortemente restrittivo. Nel mese di maggio la deportazione di oltre cento uiguri getta tinte fosche sul governo di Yingluck Shinawatra. Un monito che Dong non coglie. D’altronde, sembra cosa fatta quando moglie e figlia ottengono lo status di rifugiati dalle Nazioni Unite e l’approvazione per il trasferimento in Canada. L’uomo ha quasi la valigia in mano quando, pochi giorni prima della partenza, le autorità thailandesi lo rimpatriano insieme a un altro dissidente. Tornato in Cina viene incarcerato per “incitamento alla sovversione” e “attraversamento illegale del confine nazionale”.
Eppure, nemmeno questa volta si dà per vinto. Giusto il tempo di scontare la pena e ci riprova. Stavolta a nuoto. Nel 2019 parte dalla costa della città di Shishi, nella provincia del Fujian, diretto a Kinmen, piccola isola amministrata da Taiwan. Appena una decina di chilometri lo separano dalla libertà. Sembra quasi farcela. Poi l’imprevisto: a metà strada viene recuperato da alcuni pescatori cinesi che lo consegnano alla polizia. Eppure quel quasi successo lo convince a insistere. Passato all’incirca un anno tenta nuovamente la fuga. Nel 2020 riesce a entrare in Vietnam, dove per due anni vive in totale clandestinità.
Ma anche qui sottovaluta gli stretti rapporti tra Pechino e il governo di Hanoi: nell’agosto 2022 viene arrestato dalla polizia locale e deportato in Cina. Qui lo aspetta una nuova condanna a undici mesi di carcere per aver attraversato illegalmente i confini nazionali. Esce di prigione solo nell’ottobre del 2023. Il resto è cronaca recente. “Per molto tempo abbiamo discusso su come fuggire dalla Cina”, ha raccontato alla CNN Sheng Xue, attivista canadese di origine cinese che ha avuto modo di parlare al telefono con Dong al suo arrivo in Corea del Sud.
Non è chiaro se l’uomo cercherà di riunirsi alla famiglia in Canada, paese che negli ultimi decenni ha dato rifugio a diversi dissidenti cinesi. Non si può dire lo stesso per la Corea del Sud, dove le politiche migratorie – in particolare per i richiedenti asilo – sono notoriamente rigide. A ciò si aggiunge il fattore politico: dall’insediamento del presidente progressista Lee Jae-myung, il governo di Seul è impegnato a ricucire i rapporti con Pechino dopo anni caratterizzati da un forte allineamento alle priorità geopolitiche degli Stati Uniti nell’Asia-Pacifico. Fornire protezione a un ricercato potrebbe rappresentare un nuovo elemento di tensione poco auspicabile in una fase in cui Lee sembra cercare un’intercessione cinese per riannodare il dialogo con il Nord.
La ONG Human Rights in China (HRIC), con sede a New York, ha dichiarato che Dong alla “corre un grave rischio di persecuzione e tortura” e ha esortato la Corea del Sud a “sostenere i principi umanitari e gli obblighi internazionali in materia di diritti umani” rifiutando la sua consegna in Cina. Un appello motivato dai precedenti poco confortanti. Il sessantottenne di Zhengzhou, infatti, non è il primo dissidente cinese a fuggire via mare verso la Corea del Sud. Né il primo a fare una brutta fine. Nell’agosto del 2023, Kwon Pyong, attivista pro-democrazia di etnia coreana, ha percorso 400 km a bordo di una moto d’acqua dallo Shandong alla città portuale di Incheon portando con sé solo un casco, un binocolo, una bussola e cinque serbatoi di carburante da 25 litri.
Valutata la sua domanda di asilo, i pubblici ministeri hanno richiesto due anni e mezzo di carcere per violazioni sulle norme di immigrazione sostenendo che la “persecuzione” non fosse la principale motivazione dell’espatrio dalla Cina. Dopo un lungo e penoso iter processuale, nel 2024 Kwon è stato deportato negli Stati Uniti dove, dopo una permanenza temporanea con un visto turistico, ha fatto richiesta di asilo. Ancora oggi la sua situazione resta poco chiara. E poi c’è Yang Liwei. L’attivista cinese nell’aprile di tre anni fa è stato detenuto per giorni presso l’aeroporto internazionale di Jeju, località balneare della Corea del Sud, dopo essere fuggito a un arresto per “sovversione del potere statale” a causa delle sue “idee radicali” condivise sui social. Dalle fonti pubbliche non è possibile verificare se abbia ottenuto asilo, sia stato ammesso in Corea del Sud, trasferito in un altro paese o rimpatriato in Cina. Il suo caso è praticamente scomparso dai media internazionali.
Nel contesto asiatico, la Corea del Sud viene considerata una democrazia piuttosto solida per quanto “giovane”. Al contrario della Cina, assicura libertà di espressione e di associazione. Ciononostante, ha uno dei sistemi di controllo dei rifugiati più severi al mondo. Sebbene nel 2013 diventa il primo paese asiatico a emanare una legge autonoma sui rifugiati nel 2013, il tasso di accettazione si aggira ancora intorno al 3-4%. Molti richiedenti a cui viene negato lo status di rifugiato a pieno titolo ottengono un “permesso di soggiorno umanitario”. Condizione che dà la possibilità di risiedere legalmente nel paese, ma offre meno diritti a lungo termine e benefici sociali rispetto allo status ufficiale di rifugiato grazie al quale è invece possibile ottenere un visto di residenza F-2, il diritto di lavorare senza autorizzazione preventiva e un percorso verso il ricongiungimento familiare. Alcuni dissidenti hanno denunciato procedure lunghe e incerte. Non tutti ricevono protezione permanente. E le condizioni di esilio non sono per nulla facili: problemi economici, isolamento linguistico e sociale si aggiungono al timore perenne di finire nelle maglie della sorveglianza transnazionale di Pechino.
Di Alessandra Colarizi
Classe ’84, romana doc. Direttrice editoriale di China Files. Nel 2010 si laurea con lode in lingua e cultura cinese presso la facoltà di Studi Orientali (La Sapienza). Appena terminati gli studi tra Roma e Pechino, comincia a muovere i primi passi nel giornalismo presso le redazioni di Agi e Xinhua. Oggi scrive di Cina e Asia per diverse testate, tra le quali Il Fatto Quotidiano, Milano Finanza e il Messaggero. Ha realizzato diversi reportage dall’Asia Centrale, dove ha effettuato ricerche sul progetto Belt and Road Initiative. È autrice di Africa rossa: il modello cinese e il continente del futuro.
