Il prodotto interno lordo di Pechino si espande sotto le attese. Vola l’export, ma i consumi interni sono ancora deboli. Il nuovo modello di sviluppo voluto da Xi Jinping non è così semplice da realizzare
La Cina continua a crescere. Ma lo fa più lentamente e non proprio nel modo in cui vorrebbe Xi Jinping. I dati del secondo trimestre restituiscono un identikit non lineare, per la seconda economia mondiale. Tra aprile e giugno, il prodotto interno lordo è cresciuto del 4,3% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, sotto il 4,5% atteso alla vigilia e l’obiettivo annuale tra il 4,5 e il 5% fissato dal governo per il 2026. Si tratta anche del tasso di crescita più basso dalla fine del 2022, quando economia e industrie cinesi erano ancora colpite dalle chiusure anti Covid.
Sul dato incidono diversi fattori. Innanzitutto, il calo degli investimenti. Nel primo semestre, quelli in capitale fisso sono scesi del 5,7%. Sia enti locali che imprese private stanno esercitando maggiore cautela, rallentando il ricorso alla tradizionale medicina delle costruzioni e delle grandi infrastrutture. Il motore principale dell’economia cinese pare in parte inceppato, anche per il tentativo del governo di risanare i debiti nascosti delle amministrazioni locali. La conversione delle passività fuori bilancio in obbligazioni ufficiali dovrebbe ridurre gli interessi e rendere i conti più trasparenti, ma nel breve periodo limita la capacità delle province e delle città di finanziare nuovi progetti.
Gli investimenti immobiliari vanno ancora peggio, con un crollo del 18%, a dimostrazione che il mattone continua la sua lunga crisi cominciata a cavallo della pandemia. Le difficoltà del settore si ripercuotono sull’altro grande problema: i consumi. Una quota elevata della ricchezza delle famiglie cinesi è infatti legata alla casa: il calo dei prezzi degli immobili (seppure ora meno intenso) induce i proprietari a sentirsi più poveri e a risparmiare di più. La disoccupazione urbana è stabile al 5%, ma sempre più lavoratori si stanno spostando verso occupazioni autonome o gli impieghi a chiamata tramite piattaforme digitali della gig economy. Il che significa meno stabilità, reddito basso e bassa propensione alla spesa.
A giugno, le vendite al dettaglio sono tornate a crescere dell’1%, ma la domanda è ancora troppo debole. Così cresce lo squilibrio tra domanda e offerta, col mercato interno che non è in grado di assorbire l’ampia produzione nazionale. Da qui la necessità di inviare merci all’estero. Ebbene, a giugno l’export è cresciuto addirittura del 27%, ben sopra le previsioni degli analisti. Un boom spinto principalmente da tre fattori. Primo: la tregua con gli Stati uniti, confermata dal vertice di maggio tra Xi Jinping e Donald Trump. Le spedizioni cinesi in America sono cresciute del 13,8%. Secondo: l’ormai consolidata diversificazione dei mercati di destinazione delle merci di Pechino, che volano anche in Europa e nel Sud globale. Terzo: la corsa globale ai componenti per l’intelligenza artificiale che spingono la vendita di server, computer, circuiti, apparecchiature elettroniche e sistemi di alimentazione. Non va trascurato nemmeno il record per le esportazioni di auto elettriche, che a giugno hanno superato un milione di unità con un balzo del 72% rispetto al 2025.
L’aumento dell’export ha evitato un rallentamento ancora più marcato della crescita del pil, ma il surplus commerciale nei confronti di Europa e Stati Uniti continua a salire. Questo espone la Cina a potenziali rischi come nuovi dazi o a critiche sulla sovraccapacità. C’è poi un aspetto più ampio di natura politica. Nel nuovo piano quinquennale 2026-2030, Pechino ha indicato come priorità assoluta l’aumento dei consumi interni, per ridurre la dipendenza dalle esportazioni e proteggere così la Cina dalle turbolenze esterne come shock della domande globale, sanzioni, dazi e restrizioni alle catene di approvvigionamento. Dal governo ci si aspettano ora politiche più “proattive”, come promesso durante le ultime due sessioni di marzo. Dalla banca centrale potrebbero arrivare nuovi incentivi ai consumi e maggiore sostegno fiscale, ma secondo diversi analisti servirebbero interventi più strutturali per aumentare il reddito e la sicurezza economica delle famiglie. Gli ultimi dati suggeriscono che la trasformazione del modello di sviluppo voluta da Xi potrebbe non essere così semplice da completare.
Di Lorenzo Lamperti
[Pubblicato su il Manifesto]
Classe 1984, giornalista. Direttore editoriale di China Files, cura la produzione dei mini e-book mensili tematici e la rassegna periodica “Go East” sulle relazioni Italia-Cina-Asia orientale. Responsabile del coordinamento editoriale di Associazione Italia-ASEAN. Scrive di Cina e Asia per diverse testate, tra cui La Stampa, Il Manifesto, Affaritaliani, Eastwest. Collabora anche con ISPI. Cura la rassegna “Pillole asiatiche” sulla geopolitica asiatica.
