“Ci hanno mentito. Hanno tenuto nascosto tutto”. Blindato dietro visiera protettiva e doppia mascherina, il dottor A. L. di Roma non ha dubbi sulle responsabilità dell’epidemia da coronavirus: è colpa della Cina. Dopo aver visitato 300 pazienti – “anche positivi” – e aver seppellito colleghi, il medico condanna senza pietà il ritardo con cui Pechino ha reso nota l’entità del contagio e la sudditanza politica dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms): “una marionetta nelle mani della Cina.”

L’opinione di A.L. trova largo consenso in Italia, dove – secondo uno studio condotto congiuntamente dell’Istituto Affari Interazionali (IAI) e dal Laboratorio di analisi politiche e sociali dell’Università di Siena – la maggioranza (ben il 79%) è convinta che la responsabilità della pandemia sia da attribuire alla Cina, mentre quattro rispondenti su cinque ritengono che Pechino dovrebbe anche ammettere le proprie responsabilità per la diffusione di Covid-19 nel mondo. Il motivo sta in quel mese di ritardo intercorso tra i primi casi e l’ufficializzazione della trasmissibilità del virus. Ovvero, il presunto insabbiamento da parte delle autorità di Wuhan, per non rovinare i festeggiamenti dell’imminente Capodanno cinese. Ma tra i molti errori qualcosa si salva. Come le capacità gestionali dimostrate dal sistema cinese, considerate un modello da seguire dal 63% degli italiani.

Il risultato del sondaggio, per quanto apparentemente dissonante, riflette in maniera cristallina il grande paradosso cinese. La Cina appare con le sembianze di un Giano Bifronte: focolaio della pandemia (salvo smentite), rimane il più grande paese in via di sviluppo del mondo con le sue tradizioni alimentari discutibili, il pallino per la censura e lo strabismo di un apparato amministrativo farraginoso che risente costantemente delle tensioni tra autorità centrali e periferiche. Talvolta, con l’effetto di ritardare la risposta in situazioni di crisi. Ma la Cina è anche il paese che per primo ha saputo domare il virus, formulando – con il plauso dell’Oms – soluzioni replicate (non sempre con ugual successo) in altre parti del mondo. Un risultato ottenuto grazie agli avanzatissimi apparati tecnologici (pensiamo agli occhiali termoscanner o alle mascherine autodisinfettanti) e alla mole di risorse statali dispiegate, tanto umane quanto economiche. Ovviamente l’establishment di Pechino ha fatto il possibile perché a prevalere, nell’opinione pubblica mondiale, fosse questo secondo aspetto. In alcune circostanze c’è riuscito, in altre no.

L’autocelebrazione della grandeur cinese è stata portata avanti attraverso una miscela di “hard power” e “soft power”, sfruttando le convulsioni politiche e gli inciampi commessi dalle potenze occidentali durante la gestione della crisi.

 

Il doppio binario dello storytelling

L’Italia è diventata laboratorio delle strategie comunicative della propaganda cinese a base di aiuti sanitari e disinformazione. Non solo perché è stato il primo paese fuori dall’Asia a fronteggiare duramente l’epidemia. Come spiega il rapporto IAI, “il 77% degli intervistati considera le forniture di personale e materiale medico come un chiaro segnale di solidarietà”, tanto che “la quota degli italiani che valuta gli aiuti cinesi una forma tutto sommato genuina e disinteressata di solidarietà è superiore a quella di coloro che guardano all’intervento cinese come politicamente strumentale.” Un dato che risente dello “sforzo profuso dalle autorità cinesi nel pubblicizzare mediaticamente il proprio impegno a favore di altri paesi duramente colpiti dalla pandemia”. Complice la percezione di un mancato sostegno da parte di Bruxelles e dei paesi europei – almeno nella fase iniziale. Conclusioni simili ritornano in un rapporto del Servizio europeo per l’azione esterna, edulcorato (dice il New York Times) prima della pubblicazione in seguito alle pressioni dei funzionari cinesi.

Secondo il Ministero degli Esteri cinese, dall’inizio della crisi, Pechino ha prestato assistenza (seppur non sempre gratuita) ad almeno 127 Paesi e quattro organizzazioni internazionali – incluse Oms e Unione africana. Ventilatori, mascherine, guanti, tamponi, farmaci e persino la medicina tradizionale cinese hanno viaggiato attraverso le rotte precedentemente solcate dal denaro degli investimenti cinesi sotto i vessilli della Belt and Road Initiative (BRI). Proprio quella “Nuova via della seta” che il presidente Xi Jinping lanciò nel 2013 per cementare le relazioni economiche, diplomatiche e culturali attraverso i cinque continenti, arricchita quattro anni più tardi di connotazioni per l’appunto “sanitarie”.

Proprio come per la BRI, gli scopi commerciali della “Health Silk Road” (esportare il “made in China“) si sovrappongono a finalità di natura politica: riaffermare lo status del gigante asiatico sul proscenio globale. Una missione agevolata dal ripiegamento di Stati Uniti ed Unione Europea, travolti dalla pandemia proprio mentre in Asia ripartivano le attività economiche.

Ha funzionato? In Italia pare di sì. Laddove, secondo il Pew Research Center, con Covid-19 l’ostilità degli americani verso il gigante asiatico ha raggiunto livelli record, nel Belpaese non solo l’opinione pubblica ha abbandonato una certa tradizionale diffidenza verso la Cina, ma, Stando all’IAI, un’ampia maggioranza (il 73% dei rispondenti) ha anche maturato “un certo disincanto nei confronti delle democrazie liberali, ritenute inadeguate e incapaci di gestire emergenze di tale portata.”

Insomma, il “modello cinese” ha conquistato punti, almeno in Europa, dove altre inchieste hanno registrato orientamenti simili nell’opinione pubblica. Perché è innegabile che l’efficienza dimostrata da Pechino nel contenimento del virus vada in buona parte attribuita al dirigismo del Partito/Stato e all’introduzione di misure coercitive inapplicabili nelle democrazie occidentali; più tollerabili, invece, in società asiatiche come quella cinese, dove il retaggio culturale confuciano subordina le esigenze individuali al bene della collettività. Anche quando entrano in gioco player privati, spesso è la lunga mano di Pechino a manovrare nell’ombra. Basta pensare al ruolo svolto dal “Dipartimento di Lavoro per il Fronte Unito”, emanazione del Comitato Centrale del Partito, che – stando al Corriere della Sera – fin da febbraio avrebbe ordinato alle comunità cinesi in Italia di mantenere un basso profilo per evitare che l’emergere di tensioni con la popolazione locale influisse “negativamente sull’immagine e sulla reputazione della Cina”.

Questa fase iniziale del contagio, per così dire “difensiva”, ha coinciso con un restringimento delle maglie della censura e un giro di vite contro il giornalismo partecipativo cinese e alcuni intellettuali liberali. “Dobbiamo collaborare e comunicare con gli altri paesi, condividere le informazioni sull’epidemia e le strategie di contenimento per ottenere comprensione e supporto internazionale”, sentenziava Xi Jinping nel corso di un incontro con gli alti esponenti del Partito. Era il 3 febbraio e solo il giorno seguente il Dipartimento per la Propaganda avrebbe spedito a Wuhan, ancora in stato d’emergenza, 300 giornalisti affiliati ai media statali con un obiettivo preciso: “raccontare le storie commoventi di come [i cittadini] in prima linea stanno combattendo il virus” per “mostrare l’unità del popolo cinese di fronte al pericolo”. Di lì a poco è toccato ai social media allinearsi alle direttive ufficiali. Secondo l’organizzazione Citizen Lab, tra gennaio e febbraio, oltre 516 parole chiave sono state bloccate su WeChat, che rimandavano dai contenuti allarmistici fino alle critiche dei leader, passando per il nome di Li Wenliang, uno dei medici-“whistleblower” prima messo a tacere, poi proclamato eroe nazionale post mortem. Oltre 20mila account sono stati chiusi con il pretesto (non sempre infondato) di contrastare le fake news.

Narrativa, Fase 2

Il 10 marzo il presidente Xi si è recato a Wuhan per la prima volta dall’inizio dell’epidemia. Il virus è stato ufficialmente sconfitto. Il Partito ha vinto la grande prova (“dakao”) inviata dal “Cielo” per testare le capacità della leadership. L’epicentro della crisi si sposta improvvisamente in Occidente. La propaganda comunista entra in modalità “aggressiva”. La narrazione ufficiale dell’epidemia viene “canonizzata” prima ad aprile con la pubblicazione di una timeline ufficiale dell’epidemia, poi l’8 giugno con il libro bianco “Fighting COVID-19: China in Action“. Glissando completamente sul contributo di Li Wenliang e colleghi, il messaggio racchiuso tra le righe è inequivocabile: la gestione della crisi dimostra “il vantaggio politico del sistema socialista cinese”.

Questa ostentata sicurezza assume il duplice scopo, in patria, di cementare la legittimità del Partito agli occhi dei cittadini, provati dai lutti famigliari e dai mesi di quarantena. All’estero, di ridare credibilità al paese considerato la vera causa della pandemia.

Tra l’altro, non c’è affatto unanimità, nel mondo, su quest’ultimo punto. Nuovi studi scientifici e teorie complottiste sembrano voler mettere in dubbio le origini cinesi del paziente zero. La paternità del virus, ancora argomento di dibattito scientifico, è diventata nel corso dei mesi l’ennesimo casus belli tra Pechino e Washington. Accuse incrociate, inventate o meno, hanno tenuto occupata la diplomazia tra le due sponde del Pacifico, riaccendendo il proverbiale patriottismo del popolo cinese.

A cavalcare l’onda del nazionalismo troviamo una nuova generazione di funzionari con doti dialettiche e un debole per i social media. Secondo il Ministero degli Esteri, dall’inizio dell’epidemia, le missioni diplomatiche cinesi hanno rilasciato oltre 400 interviste e autografato più di 300 articoli su Covid-19, mentre sono almeno 50 gli incontri internazionali a cui ha presenziato virtualmente Xi. Ma, come nella fase “difensiva”, anche durante il contrattacco lo storytelling ufficiale passa soprattutto attraverso la rete. La differenza è che stavolta, invece di censurare, prendendo spunto dalla Russia, Pechino è ricorso a produrre tesi cospiratorie e utilizzare piattaforme occidentali (bloccate in patria) e per sviare l’attenzione dagli errori commessi.

A giugno, Twitter ha rimosso 170mila account falsi utilizzati per rilanciare contenuti filocinesi. Mentre la propaganda ricorre perlopiù agli ideogrammi, il target è sempre più internazionale. Stando a un rapporto del Copasir, il comitato parlamentare che vigila sull’operato dei servizi segreti italiani, L’Italia ha ricoperto un ruolo centrale nella campagna infodemica dei “regimi autocratici” (leggi Cina e Russia).

Lo confermano i dati della società italiana Alkemy, che a marzo ha svelato la mobilitazione di migliaia di “bot” su Twitter per sostenere gli aiuti dell’ambasciata cinese a Roma. Il 46,3% dei post pubblicati tra l’11 e il 23 marzo con l’hashtag #forzaCinaeItalia sarebbe opera di profili automatici, così come il 37,1% dei post pubblicati nello stesso periodo con l’hashtag #grazieCina.

[Pubblicato su Aspenia]