Negli ultimi mesi il Paese sta mostrando un volto più duro e diffidente nei confronti degli stranieri, un cambiamento che trova un motore politico nel governo guidato dalla neo premier nazionalista Sanae Takaichi, salita al potere a ottobre.
“Crimini e comportamenti di disturbo da parte di alcuni cittadini stranieri, così come l’uso inappropriato dei sistemi pubblici, stanno causando ansia e un senso di ingiustizia tra i cittadini giapponesi”. Con questa frase, pronunciata durante la sua prima conferenza stampa nell’inedito ruolo di ministra del Gabinetto incaricata delle politiche sui cittadini stranieri, Kimi Onoda ha fissato in modo chiaro il perimetro del discorso politico che oggi domina il Giappone. È una dichiarazione che, pur formalmente prudente e circoscritta a “una parte” degli stranieri, ha avuto una grande risonanza. concetti di “ansia” e “ingiustizia” sono le parole chiave più ricorrenti nella retorica anti-immigrati sui social network, nei commenti anonimi e nei video virali che stanno trovando sempre più spazio in Giappone.
Negli ultimi mesi il Paese sta mostrando un volto più duro e diffidente nei confronti degli stranieri, un cambiamento che trova un motore politico nel governo guidato dalla neo premier nazionalista Sanae Takaichi, salita al potere a ottobre. Quella che fino a pochi anni fa era una linea fatta di ambiguità, di pragmatismo silenzioso e di compromessi tecnici sull’immigrazione, oggi tende a trasformarsi in un discorso apertamente securitario e identitario, nel quale la presenza straniera viene sempre più spesso presentata come un problema da contenere piuttosto che come una risorsa da governare.
Il nodo più simbolico di questa svolta riguarda la cittadinanza. Il governo sta valutando di inasprire in modo significativo i criteri per l’accesso alla naturalizzazione giapponese, a partire dal requisito minimo di residenza, che potrebbe essere esteso oltre gli attuali cinque anni. Non si tratta di un dettaglio procedurale: in un Paese dove la cittadinanza è tradizionalmente concepita come un traguardo eccezionale e non come un percorso di integrazione, allungare ulteriormente i tempi significa ribadire l’idea che diventare giapponesi non è un diritto maturato con il radicamento sociale, ma una concessione discrezionale dello Stato. A questo si aggiunge l’ipotesi di un controllo molto più severo sul passato fiscale e previdenziale dei richiedenti, con la possibilità che anche irregolarità minori o ritardi nei pagamenti di tasse e contributi possano pesare negativamente sull’esito della domanda. In altre parole, la cittadinanza viene sempre più legata a una nozione di “affidabilità morale” che va oltre il rispetto formale della legge.
Queste misure non arrivano isolate, ma si inseriscono in un quadro più ampio che il governo intende presentare ufficialmente con un pacchetto completo di politiche su residenti e turisti stranieri previsto per gennaio. Il linguaggio utilizzato dall’esecutivo, pur accompagnato da dichiarazioni di rito contro la xenofobia, riflette una crescente ostilità culturale verso la presenza non giapponese, percepita come fonte di disordine, ingiustizia e tensioni sociali. La retorica insiste sull’idea che una parte della popolazione provi “senso di ingiustizia” di fronte ad alcuni comportamenti illegali o scorretti attribuiti agli stranieri, un frame narrativo che tende a trasformare episodi circoscritti in un problema collettivo.
Il governo Takaichi sostiene di voler semplicemente rafforzare l’applicazione delle regole esistenti, ma la scelta dei temi e delle priorità potrebbero prefigurare di più. I controlli su assicurazione sanitaria e previdenza sociale, ad esempio, diventano uno strumento centrale per disciplinare la presenza straniera: il mancato pagamento dei contributi potrebbe influire sul rinnovo del visto o sul cambio di status di residenza. Questo approccio trasforma il welfare da meccanismo di inclusione in leva di esclusione, accentuando la precarietà giuridica di chi già vive in condizioni lavorative fragili. Allo stesso tempo, il governo mira a intensificare le misure contro chi supera la durata consentita del visto o viola le condizioni dello status di residenza, rafforzando un sistema di controllo che in Giappone è già tra i più rigidi delle democrazie avanzate.
Un altro fronte sensibile è quello della proprietà immobiliare. La possibilità di rivedere le regole sull’acquisto di terreni e immobili da parte di stranieri risponde a un diffuso malcontento per l’aumento dei prezzi delle abitazioni in alcune aree urbane e turistiche. Qui la narrazione politica tende a semplificare dinamiche complesse del mercato immobiliare, attribuendo agli investitori esteri una responsabilità che in realtà è condivisa con fattori strutturali interni. Tuttavia, il messaggio che passa è chiaro: lo straniero non è solo un lavoratore o un residente, ma anche un potenziale predatore economico che sottrae risorse ai cittadini giapponesi.
Sembra invece tramontare definitivamente, almeno per ora, la richiesta di riforma del sistema dei centri di detenzione per immigrati irregolari. Vengono definiti strutture amministrative destinate a trattenere persone che hanno violato le norme sull’immigrazione, come il superamento della durata del visto o il mancato rinnovo del permesso di soggiorno. Nella pratica, però, il loro funzionamento e le condizioni di vita al loro interno assomigliano molto a quelle di istituti penitenziari, con una differenza cruciale: chi vi è detenuto non sta scontando una pena stabilita da un tribunale, ma si trova in una condizione di detenzione amministrativa potenzialmente indefinita. Il sistema giapponese consente infatti di trattenere gli stranieri irregolari senza un limite massimo di tempo, in attesa di rimpatrio o di una decisione sul loro status. Questo aspetto distingue il Giappone da molte altre democrazie avanzate e rappresenta uno dei punti più duramente criticati da avvocati, ONG e volontari. In uno di questi 17 istituti, qualche anno fa è morto (ufficialmente per suicidio) Gianluca Stafisso, cittadino italiano residente in Giappone da quasi due decenni. Non è l’unico caso.
La linea di Takaichi non può essere compresa senza guardare al contesto politico più ampio. L’ascesa di partiti e movimenti nazionalisti come il Sanseito, molto popolari online e particolarmente efficaci tra i giovani, ha spinto il Partito Liberal Democratico a rincorrere temi e linguaggi che fino a poco tempo fa restavano ai margini. Lo slogan implicito “Japanese First”, modellato su retoriche populiste occidentali, ha trovato un’eco crescente in un elettorato frustrato dall’inflazione, dalla stagnazione dei salari e dall’incertezza economica. In questo clima, la figura dello straniero diventa un comodo capro espiatorio, un simbolo su cui proiettare paure e risentimenti.
Il paradosso è che questa deriva avviene mentre il Giappone ha un bisogno strutturale di immigrazione come mai prima d’ora. Con quasi quattro milioni di residenti stranieri, pari a circa il tre per cento della popolazione, il Paese rimane uno degli Stati avanzati con la quota più bassa di immigrati. Eppure, il declino demografico e la carenza di manodopera rendono indispensabile l’apporto di lavoratori stranieri, soprattutto nei settori manuali, nei servizi e nell’assistenza. Il governo stesso lo riconosce, ribadendo la necessità di attrarre competenze e forza lavoro dall’estero, ma questa consapevolezza convive sempre più faticosamente con una narrativa politica che descrive gli stranieri come problema di ordine pubblico e di coesione sociale.
Il risultato è un delicato e instabile equilibrio tra inclusione economica ed esclusione simbolica. Da un lato, il Giappone continua a costruire percorsi di ingresso e formazione per lavoratori stranieri; dall’altro, alza barriere sempre più alte sul piano dei diritti, della stabilità giuridica e dell’accesso alla cittadinanza. Questo doppio binario rischia di produrre una società in cui milioni di persone restano intrappolate in una condizione permanente di temporaneità, utili come forza lavoro ma mai pienamente accettate come parte della comunità giapponese.
Di Lorenzo Lamperti
[Pubblicato su Gariwo]
Classe 1984, giornalista. Direttore editoriale di China Files, cura la produzione dei mini e-book mensili tematici e la rassegna periodica “Go East” sulle relazioni Italia-Cina-Asia orientale. Responsabile del coordinamento editoriale di Associazione Italia-ASEAN. Scrive di Cina e Asia per diverse testate, tra cui La Stampa, Il Manifesto, Affaritaliani, Eastwest. Collabora anche con ISPI. Cura la rassegna “Pillole asiatiche” sulla geopolitica asiatica.
