Oltre mezzo milione di persone sono state cooptate nell’industria cotonifera dello Xinjiang, la regione da cui proviene il 20% della fibra di cotone mondiale e l’85% della produzione cinese. A far luce sull’estensione del sistema è un’inchiesta del Center for Global Policy che rivela nel dettaglio quanto scoperchiato nell’ultimo anno da testimonianze dirette di ex braccianti e documenti governativi. Ovvero l’impiego dei lavori forzati per emancipare le minoranze islamiche che abitano la regione autonoma uigura. Mentre il programma sembra in parte collegato alla campagna contro la povertà sponsorizzata su scala nazionale da Xi Jinping, la vicinanza di alcune fabbriche ai “centri per la rieducazione” sembra suggerire una stretta dipendenza tra le detenzioni extragiudiziali e la produzione dei filati fin dalla fse della raccolta. Solo alcuni giorni fa, gli Stati Uniti hanno bloccato tutte le importazioni di merci realizzate dalla Xinjiang Production and Construction Corps (XPCC), organizzazione paramilitare presente massicciamente nell’industria tessile locale. Sono ormai circa due anni che i gruppi per la difesa dei diritti umani chiedono un’intervento concertato a livello internazionale. Ma mentre Washington ha preso provvedimenti concreti – dispensando sanzioni anche al capo del Partito locale – lo stesso non si può dire dell’Ue ancora ferma alle accuse. Al contempo, il peso economico della Cina in Medio Oriente e Asia Centrale ha impedito la formazione di una coalizione panislamica in grado di dar voce alle vittime. A ciò si aggiunge l’ascendente politico di Pechino nelle organizzazioni multilaterali, rafforzato dal disimpegno americano. Lunedì il dossier Xinjiang è stato bloccato dalla corte penale internazionale che ha rifiutato di avviare un’indagine formale per verificare le accuse di genocidio sporte da uiguri residenti in Tajikistan e Cambogia. Secondo il Procuratore Fatou Bensouda, i reati sembrano essere stati commessi solo in Cina, che – a differenza di Tajikistan e Cambogia – non è tra i paesi firmatari dello Statuto di Roma. Il caso verrà congelato finché non saranno presentate nuove prove. [fonte Guardian, BBC, CNN]

L’Oms a Wuhan dal mese prossimo

L’atteso team di 10 esperti internazionali ha ricevuto l’ok dalle autorità locali e lavorerà sul campo con scienziati cinesi per 4-5 settimane. Lo scopo della missione è quello di accertare se il virus fosse in circolo perma dei casi conclamati del dicembre 2019 e cercare di individuare l’animale vettore attraverso il quale Sars-Cov-2 ha raggiunto l’uomo. A tale fine il team esaminerà i campioni medici e i raggi X relativi ai casi del primo focolaio preleverà campioni da pipistrelli e altre specie selvatiche. Da diversi mesi l’origine del virus è al centro di teorie cospiratorie e schermaglie diplomatiche tra Pechino e Washington. Dopo aver incassato le accuse per la scarsa tempestività dimostrata durante la prima fase della crisi, le autorità comuniste hanno sfruttato l’emergere di nuovi studi – non sempre attendibili – per contestare l’origine cinese del coronavirus. Secondo il People’s Daily, “tutte le prove disponibili suggeriscono che il coronavirus non è iniziato a Wuhan”. Nonostante l’intesa preliminare raggiunta durante l’Assemblea mondiale della sanità, la scarsa collaboratività dimostrata finora da Pechino ha molto ridimensionato le aspettative degli osservatori internazionali nei confronti dell’indagine. [fonte Guardian]

Doppia circolazione: Pechino lancia la “demand-side reform”

Vi ricordate della “supply-side reform”? Il termine era stato introdotto dalla leadership di Xi Jinping nel 2015 durante l’annuale forum economico di dicembre in riferimento alla necessità di ridurre la capacità industriale in eccesso, la giacenza delle proprietà immobiliari, alleggerire la leva finanziaria delle imprese i costi aziendali. Insomma, tarare l’offerta in base alla domanda. A distanza di cinque anni, il potente Politburo ha lanciato il concetto corrispettivo: la “demand-side reform”. Come riaffermato durante il V Plenum, davanti a Covid e alla minaccia di un decoupling con Washington (e non solo), il futuro economico del gigante asiatico dipenderà soprattutto dal mercato interno, ovvero dalla domanda dei consumatori. Ma finora la lenta ripresa degli acquisti – se rapportata all’export e all’immobiliare -disattende le aspettative del governo. Ecco perché occorre “eliminare i blocchi, affrontare le carenze e collegare produzione, distribuzione, circolazione e consumo per creare un equilibrio dinamico di più alto livello in cui la domanda guida l’offerta e l’offerta crea domanda, migliorando l’efficacia complessiva del sistema economico nazionale.” Secondo Zhou Xin, giornalista del SCMP, tra le righe si intuisce che l’obiettivo di lungo periodo è quello di aumentare il potere d’acquisto migliorando il welfare e riducendo le diseguaglianze sociali e regionali. Oggi Pechino guarda a Marx più che a Keynes, scrive l’editorialista. [fonte Caixin, SCMP]

La Cina apre il radiotelescopio più grande del mondo agli scienziati stranieri

Dopo la recente chiusura dell’Arecibo Observatory di Puerto Rico, quello costruito nella provincia cinese del Guizhou non è solo il il radiotelescopio più grande del mondo (FAST), ma anche l’unico nel suo genere. Avviato nel 2011, il progetto cinese è diventato pienamente operativo a gennaio e ha lo scopo di rilevare le onde radio emesse da stelle, galassie e nebulose. I dati raccolti da Fast dovrebbero consentire una migliore comprensione delle origini dell’universo e aiutare nella ricerca di forme di vita aliena.L’ultima notizia è che presto la struttura aprirà le porte agli scienziati internazionali. A partire dal 2021 i ricercatori stranieri intenzionati a utilizzare FAST potranno fare richiesta, ha dichiarato ad AFP Wang Qiming, ispettore capo del centro operativo e di sviluppo del radiotelescopio. Secondo Denis Simon, esperto di politica scientifica cinese, negli ultimi anni il governo cinese ha concesso alla comunità scientifica libertà senza precedenti per stimolare la sperimentazione e l’innovazione. La svolta è avvenuta nel 2018, quando agli scienziati stranieri è stato permesso di guidare progetti finanziati dallo stato. Segno che anche la ricerca risponde sempre più a logiche imprenditoriali. [fonte AFP]

Il ritorno di Covid in Corea del Sud e Giappone

Dopo la gestione esemplare delle prime due ondate epidemiche, dalla Corea del Sud arrivano segnali non più così rassicuranti. Negli ultimi tre giorni il bilancio ha superato i 1000 casi arrivando a toccare un nuovo record dall’inizio dell’epidemia. 12 sono i decessi registrati alla mezzanotte di mercoledì, in lieve calo rispetto ai 13 del giorno prima. Ma i casi gravi sono più che raddoppiati nelle ultime due settimane raggiungendo quota 226. E in tutta Seul, città con 26 milioni di abitanti, i posti in terapia intensiva ancora disponibili sono appena tre. Non va meglio in Giappone, dove la curva ha ripreso a salire toccando per la prima volta un picco giornaliero di 3000 infezioni lo scorso sabato. In entrambi i paesi asiatici, l’andamento preoccupante dell’epidemia sta compromettendo l’operato dei rispettivi leader. Il presidente sudcoreano Moon Jae-in, già compromesso dalla querelle tra il procuratore generale  Yoon Seok-youl e il ministero della giustizia Cho Kuk, ha visto il tasso di approvazione precipitare ai minimi dall’inizio del suo mandato, mentre il premier giapponese Yoshihide Suga è finito nell’occhio del ciclone dopo aver partecipato a un party in un ristorante di Ginza. Il tutto mentre molte aziende sono state costrette a vietare il tradizionale “bonenkai”, l’usanza che alla fine di ogni anno prevede una serata di baldoria tra ristoranti, karaoke e night bar per permettere ai colleghi di socializzare fuori dall’ufficio. [fonte Reuters, DW, JT CNA]

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