Il silenzio è stato rotto. Il presidente cinese Xi Jinping nella giornata di ieri ha inviato l’atteso messaggio di congratulazioni a Joe Biden per la sua elezione a presidente degli Stati Uniti. Pechino è stata una delle poche a ritardare il riconoscimento della vittoria del democratico, nonostante lo scorso 8 novembre numerosi Stati americani avessero già concesso la vittoria allo sfidante di Donald Trump. Secondo molto analisti, Pechino ha atteso che il risultato fosse ufficialmente confermato, in modo da non sembrare a favore di nessuna delle due parti oppure rischiare di rimanere invischiata nella politica interna degli Stati Uniti; inoltre, con i rapporti bilaterali ai minimi storici, Pechino non vuole compromettere le relazioni con il neo presidente. Sono stati proprio i media statali a spiegare il motivo per cui la Cina ha temporeggiato: il messaggio del presidente cinese è arrivato solo quando la General Services Administration ha dato il via libera per l’inizio formale della transizione dei poteri presidenziali; inoltre, la cauta posizione della Cina si inquadra anche alla luce della presentazione di Biden del suo team, dove le nomine nei settori chiave di politica estera e sicurezza confermano un allontanamento dall’”America first” del presidente uscente Donald Trump. Già lo scorso 14 novembre c’è stato un timido messaggio da parte del Partito comunista cinese: il portavoce del ministero degli Esteri Wang Wenbin, nel corso di una conferenza stampa, si è congratulato con Biden e Harris, senza però esplicitare il motivo delle congratulazioni. [fonte SCMP ]

Cina: la scarsa qualità dell’istruzione nelle zone rurali compormette l’economia

La Cina deve affrontare una sfida impegnativa: migliorare la qualità dell’istruzione superiore, soprattutto nelle zone rurali, per evitare le disuguaglianze sociali. A porre l’accento sulla necessità di garantire un miglioramento del sistema scolastico è una ricerca della Shaanxi Normal University e della Stanford, secondo cui solamente un cinese adulto su tre, di età compresa tra i 25 e i 64 anni, ha frequentato la scuola superiore; un livello molto basso, al di sotto della media del 90 per cento dei Paesi ad alto reddito come gli Stati Uniti e la Germania. Per realizzare la ricerca, gli studiosi hanno analizzato il microcensimento cinese del 2015, che ha esaminato l’1 per cento della popolazione, e i dati dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. Con una forza lavoro poco istruita la Cina cadrà subito nella trappola del reddito medio, dove si stabilizza la crescita economica. Un pericolo che certamente Pechino non vorrebbe correre se punta a far crescere il reddito nazionale lordo pro capite da 10.410 dollari del 2019 ad almeno 12.536 dollari entro la fine del 2025, il limite per diventare un Paese ad alto reddito secondo gli standard della Banca Mondiale. È di qualche giorno fa la notizia che la Cina ha sconfitto la povertà. Secondo gli esperti, superata la soglia critica in futuro la campagna per debellare la povertà a livello nazionale diventerà una “guerra di lunga durata” contro la povertà relativa. [fonte SCMP ]

Per Pechino il carbone importato dall’Australia non rispetta gli standard ambientali

La Cina ha reso noto nella giornata di ieri che il carbone importato dall’Australia non è riuscito a soddisfare gli standard ambientali locali, confermando la notizia secondo cui dozzine di cargo di carbone australiano sono attualmente bloccati nei porti cinesi. La Cina ha vietato in modo non ufficiale le importazioni di carbone australiano da ottobre a causa delle tensioni crescenti tra Pechino e Canberra; allo stesso tempo, però, Pechino si è rivolto al mercato della Mongolia e della Russia. Per questo, la Cina ha rafforzato l’esame e il collaudo del carbone importato in termini di sicurezza, qualità e standard ambientali, in modo da proteggere meglio gli interessi ambientali. [fonte Reuters ]

Thailandia, 15 attivisti accusati di aver violato la legge di lesa maestà

Centinaia di manifestanti thailandesi sono scesi nelle strade della capitale Bangkok per chiedere al Parlamento di discutere nuovamente un’approfondita riforma della Costituzione che limiti i poteri della monarchia e porti alle dimissioni del primo ministro Prayut Chan-o-cha. Ma i manifestanti chiedono anche che il Re Rama X ceda il controllo dei fondi reali del valore di decine di miliardi di dollari. La repressione esercitata dalle autorità thailandesi attraverso il ricorso alla legge di lesa maestà, che prevede fino a un massimo di 15 anni di detenzione, non spaventano gli attivisti. Per indebolire il movimento democratico, la polizia ieri ha convocato 15 attivisti di spicco, accusati di aver diffamato e insultato la famiglia reale durante le manifestazioni delle scorse settimane. La protesta si è poi accesa in serata. La polizia ha fatto ricorso a gas lacrimogeni e cannoni ad acqua per respingere i manifestanti che, secondo le autorità avrebbero violato l’area nella quale erano stati confinati. Almeno 18 persone sono rimaste ferite nei disordini. [fonte The Guardian]

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