Dopo tre mesi a contagio zero, in Laos e Vietnam torna l’incubo Covid-19. In almeno due casi si tratta di lavoratori provenienti dall’estero: un marinaio birmano in Vietnam e un tecnico sudcoreano per il Laos. Le autorità di Vientiane non si mostrano preoccupate, ma rafforzano l’allerta. Hanoi, invece, impone la chiusura della città costiera di Danang dopo 14 casi a livello locale. 80mila persone verranno evacuate dalla località marittima, in questo periodo gremita di turisti vietnamiti. Intanto, in Cina, le infezioni continuano a diffondersi a macchia di leopardo. Nelle ultime 24 ore si sono registrati 68 nuovi casi, il bilancio più alto da marzo, con 57 contagi solo nello Xinjiang. Ma è allerta anche nel nord-est, dove la città di Dalian sta effettuando tamponi a tappeto dopo che una donna impiegata in uno stabilimento per la lavorazione del pesce è risultata positiva. Casi correlati sono stati riportati persino nella provincia meridionale del Fujian e a Pechino. Il coronavirus torna così nella capitale cinese dopo tre settimane di pausa. Non va meglio a Hong Kong (a quota 145 nuovi casi), dove ieri per la prima volta sono state vietati pranzi e cene al ristorante e i raduni nei luoghi pubblici con più di due persone. Secondo l’HKET, il governo di Carrie Lam si appresta a sfruttare l’emergenza Covid per posticipare le legislative in un momento di forte consenso per il fronte pro-democrazia. Una confemra potrebbe arrivare già in giornata.[fonte Asia News, Bloomberg, Reuters]

Se Trump chiude le porte al Pcc

Non succede, ma se succede gli Stati Uniti potrebbero chiudere le porte a tutti i membri del partito comunista cinese. L’idea folle – che circola da giorni alla Casa Bianca – rischia di provocare una frattura irreparabile nelle relazioni bilaterali. Non solo diplomatiche ma persino economiche. In tutto i membri del Pcc sono circa 90 milioni e, sebbene la membership stia crescendo più lentamente rispetto ad alcuni anni fa, il suo peso nella società cinese è aumentato in maniera esponenziale dall’arrivo di Xi Jinping, promotore di una nuova stretta ideologica. Quale è il ruolo del Pcc nella società cinese? Quali sono le categorie sociali più rappresentative, l’età media dei suoi membri, il livello d’istruzione? Un report del Macro Polo sintetizza alcuni dei trend più interessanti: spiccano la giovane età delle new entry e una maggiore partecipazione delle minoranze etniche, mentre il ruolo delle donne rimane marginale. Per comprendere le ripercussioni di un possibile “ban”, basti pensare che tra le frange del Pcc militano alcuni dei miliardari cinesi più noti, da Jack Ma al fondatore di Tencent, Pony Ma. [fonte Macro Polo, CNN]

India: Jack Ma citato in giudizio da un ex dipendente

Un tribunale indiano ha convocato Alibaba e il suo fondatore Jack Ma in relazione al caso di un ex dipendente di  UC Web India (il browser web sviluppato dalla società internet mobile cino-singaporiana UCWeb, di proprietà di Alibaba) che ha affermato di essere stato licenziato per aver denunciato episodi di censura e notizie false sulle app UC Browser e UC News. Secondo Reuters, negli atti giudiziari datati 20 luglio, Pushpandra Singh Parmar, sostiene che la società era solita censurare i contenuti sfavorevoli alla Cina mentre Uc Browser e Uc News avrebbero diffuso notizie infondate “per causare disordini politici”. Le accuse arrivano in un momento particolarmente delicato per Alibaba e le aziende tecnologiche cinesi nel subcontinente. Solo alcuni giorni fa Nuova Delhi ha bandito 59 app – tra cui Uc Browser – per presunte minacce alla sovranità nazionale. Il clima di crescente ostilità ha già mandato in ritirata diversi colossi cinesi, compresa Huawei che – secondo l’Economic Times – starebbe licenziando tra il 60 e il 70% del suo personale indiano. [fonte Reuters, Reuters]

Scandalo 1MDB: l’ex premier malese Najib Razak è colpevole

Si è concluso questa mattina il primo dei cinque processi a carico dell’ex premier malese Najib Razak coinvolto nello scandalo del fondo pubblico 1Malaysia Development Berhad (1MDB). L’Alta Corte ha confermato tutti e sette i capi d’accusa che vedono Najib, 67 anni, colpevole di abuso di potere, violazione della fiducia e riciclaggio di denaro in riferimento all’appropriazione indebita di 42 milioni di ringit  (circa 10 milioni di dollari). Ogni imputazione comporta una pena detentiva fino a 15-20 anni. Il verdetto segue di pochi giorni l’annuncio di un accordo tra il governo malese e Goldman Sachs, per chiudere il contenzioso relativo al ruolo della banca statunitense nella raccolta dei fondi illeciti durante il governo Najib. Goldman ha acconsentito a versare allo Stato malese 3,9 miliardi di dollari, inclusi 2,5 miliardi in contanti, in cambio della revoca di tutti i capi d’accusa a suo carico. Lo scorso 14 aprile, il dipartimento di Giustizia americano ha annunciato di aver restituito alla Malesia 300 milioni di dollari frutto del sequestro degli asset acquistati in giro per il mondo con quanto sottratto da 1MDB. [fonte NYT]

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