I titoli di oggi:
- Robot di Honor vince seconda maratona di Pechino
- Nuova Delhi avverte l’Iran dopo attacco a navi indiane
- I paesi del G7 vogliono ridurre la dipendenza dalla Cina sui minerali critici
- FT: nell’indagine della Cina a carico di Manus e Meta si parla di “cospirazione”
- Cina, multate diverse piattaforme di delivery
- La tensioni commerciali riducono le intenzioni di investimenti in Cina e Stati Uniti
- Il Giappone rimuove molte restrizioni sull’export di armi
- Myanmar, ridotta la condanna di Aung San Suu Kyi. Ma le restano 22 anni di carcere
- India, bocciata la riforma costituzionale del governo sui seggi da riservare alla donne
Domenica si è tenuta la seconda edizione della maratona di Pechino per umanoidi. Con un tempo di 48 minuti e 19 secondi, a vincere stavolta è stato il robot umanoide “Lightening“, costruito dal produttore di smartphone cinese Honor. Una performance che non solo straccia il record precedente di Tiangong Ultra, che lo scorso anno arrivò primo in circa 2 ore e 40 minuti. È anche un risultato migliore rispetto ai 57 minuti e 20 secondo dell’atleta ugandese Jacob Kiplimo che il mese scorso ha vinto la mezza maratona di Lisbona. Oltre a Lightening, gli umanoidi di Honor hanno ottenuto tutti i primi cinque posti a classifica. Come segnala Reuters, l’edizione di quest’anno si è distinta anche per numero di squadre partecipanti, aumentato da 20 a oltre 100, e diversi robot si sono dimostrati notevolmente più veloci degli atleti professionisti, battendo i vincitori umani di oltre 10 minuti.
Nuova Delhi avverte l’Iran dopo attacco a navi indiane
Le autorità indiane hanno avvertito l’Iran, ieri, che ci saranno “conseguenze” per l’attacco condotto dai Guardiani della rivoluzione islamica (Irgc) contro due petroliere battenti bandiera indiana nello Stretto di Hormuz. Lo riferiscono fonti governative al quotidiano Hindustan Times, confermando che non vi sono stati feriti nell’incidente, pur precisando che il vetro di una cabina di una delle navi è stato frantumato. Intanto, la nave da guerra iraniana Iris Lavan, che aveva cercato rifugio in India dopo che un’altra unità della Marina iraniana, la Iris Dena, era stata silurata e affondata da un sottomarino statunitense il 4 marzo scorso nelle acque vicino allo Sri Lanka, si trova tuttora ormeggiata nel porto di Kochi. Circa 120 dei 183 membri dell’equipaggio sono già stati rimpatriati, mentre una parte del personale essenziale è rimasta a bordo per la manutenzione della nave. Secondo le stesse fonti, esiste una discrepanza tra la posizione della missione diplomatica iraniana in India e quella dell’Irgc: quest’ultima vorrebbe imporre un pedaggio a tutte le navi che attraversano lo Stretto, richiesta che Nuova Delhi ha respinto categoricamente. “Non c’è alcuna possibilità che l’India paghi un simile pedaggio”, ha dichiarato un funzionario indiano.
FT: nell’indagine della Cina a carico di Manus e Meta si parla di “cospirazione”
Secondo fonti del Financial Times, Pechino avrebbe definito l’acquisizione di Manus da parte di Meta come un tentativo “cospiratorio” volto a privare la Repubblica popolare di una base tecnologica avanzata nel settore dell’intelligenza artificiale (IA). Questo è quanto emergerebbe da un report della Commissione per la sicurezza nazionale, organo presieduto direttamente da Xi Jinping. A marzo 2025 Manus, start-up che all’epoca aveva sede a Pechino, aveva lanciato la sua IA (in grado di svolgere compiti complessi e articolati in più fasi) attirando da subito l’attenzione degli investitori. Pochi mesi dopo (a giugno) la società ha spostato la sua sede legale a Singapore, ufficialmente per attrarre più facilmente investimenti esteri, per poi essere comprata dalla statunitense Meta per due miliardi di dollari, a dicembre.
L’operazione è stata immediatamente posta sotto attenzione dalle autorità cinesi, che hanno avviato un’indagine di revisione dell’accordo, attivando varie agenzie governative. A marzo i due co-fondatori di Manus (Xiao Hong e Ji Yichao) sono stati interrogati per discutere di potenziali violazioni della legge cinese sugli investimenti esteri, e da allora non possono lasciare il paese. A risultare sospette per ragioni di sicurezza nazionale sono soprattutto le tempistiche dell’accordo, visto che Meta ha acquistato Manus dopo sole due settimane di trattative e a pochi mesi dal trasferimento della società a Singapore. Mentre l’indagine prosegue, scrive il FT, la leadership cinese si starebbe interrogando sul da farsi: l’obiettivo di Pechino è impedire che una cosa simile si ripeta in futuro, senza però minare la fiducia delle aziende tecnologiche nei confronti della Repubblica popolare.
Cina, multate diverse piattaforme di delivery
Le autorità di regolamentazione cinesi hanno multato le principali piattaforme di consegna di cibo a domicilio, tra cui Alibaba, Meituan, Douyin e PDD per negligenza nei controlli sui dati forniti dai commercianti registrati sui rispettivi portali. A seguito di varie indagini si è scoperto che alcuni venditori si registravano sulle piattaforme utilizzando indirizzi falsi e licenze governative contraffatte, a volte subappaltando gli ordini a terzi senza informare i clienti. In totale, tra sanzioni e confisca dei profitti, le multe ammontano a 3,6 miliardi di yuan (528 milioni di dollari): è la cifra più alta mai comminata al settore dalla pubblicazione degli emendamenti alla legge sulla sicurezza alimentare, in vigore dal 2015.
La tensioni commerciali riducono le intenzioni di investimento in Cina e Stati Uniti
Secondo un sondaggio di Allianz Trade, le tensioni commerciali tra Cina e Stati Uniti, unite all’instabilità generata dalla guerra in Asia occidentale, stanno rendendo le aziende di tutto il mondo meno propense a investire nei due paesi. Le intenzioni di investimento in Cina sono crollate al 24% rispetto al 53% registrato lo scorso anno, con il 25% delle società intervistate che si dicono sempre più predisposte a tagli negli investimenti. Il sondaggio ha coinvolto 6.000 aziende, intervistate sia prima che dopo l’inizio della guerra in Iran.
Il Giappone rimuove molte restrizioni sull’export di armi
Secondo lo Yomiuri Shimbun, la prossima settimana il governo giapponese approverà delle nuove modifiche ai Tre Principi sul trasferimento di attrezzature e tecnologie per la difesa, cioè le linee guida sulla base delle quali Tokyo può vendere armamenti e mezzi militari all’estero, un tempo molto stringenti. Le nuove disposizioni puntano a promuovere attivamente l’export di armi allo scopo di sostenere l’industria bellica e il suo sviluppo tecnologico, pur inserendo meccanismi di monitoraggio che serviranno – in teoria – a impedire che le armi finiscano a gruppi terroristici o a paesi terzi rispetto a quello di vendita. Verranno quindi eliminate le cinque categorie che attualmente limitano le esportazioni a fini di soccorso, trasporto, allerta, sorveglianza e sminamento, aprendo di fatto la strada all’export di armi letali. Il Giappone, sostengono vari analisti, starebbe così cercando di prendere l’iniziativa e fare la sua parte per la sicurezza regionale, come richiesto dagli Stati Uniti.
Intanto, il 18 aprile Tokyo ha approvato la spedizione delle prime tre delle undici fregate stealth acquistate dall’Australia nel 2025 per circa 7 miliardi di dollari. Si tratta del più grande accordo di export legato alla difesa siglato dal Giappone dai tempi della seconda guerra mondiale.
I paesi del G7 vogliono ridurre la dipendenza dalla Cina sui minerali critici
Il 17 aprile, nel corso di un incontro tra i ministri delle Finanze del G7 a Washington, i paesi del blocco si sono impegnati a estendere la cooperazione con gli stati ricchi di risorse minerali allo scopo di ridurre la dipendenza dalla Cina, che domina la filiera delle terre rare. Alcuni di questi potenziali paesi “partner” (Argentina, Australia, India, Indonesia, Sudafrica e Corea del Sud) erano presenti all’incontro, insieme ai rappresentanti della Banca Mondiale, della Banca di Sviluppo Asiatico e di altre istituzioni finanziarie che contribuiranno agli investimenti.
In uno sviluppo simile, il 16 aprile gli Stati Uniti hanno siglato un accordo con le Filippine per stabilire un centro di produzione di alta tecnologia nell’isola di Luzon: si tratta di un’area di 1.600 ettari per la quale Washington non pagherà nessun affitto, e al cui interno gli operatori godranno di immunità diplomatica come in un’ambasciata. Il contratto è biennale ma potrebbe essere rinnovato per 99 anni. Le Filippine, ricche di nichel, rame, cromite e cobalto, hanno esperienza nella produzione di semiconduttori, ma negli ultimi anni l’industria locale ha subito una battuta d’arresto a causa degli elevati costi energetici e logistici.
Myanmar, ridotta la condanna di Aung San Suu Kyi. Ma le restano 22 anni di carcere
Venerdì 17 aprile il generale golpista Min Aung Hlaing, nominato presidente del Myanmar a inizio mese dopo le elezioni-farsa di dicembre e gennaio, ha concesso l’amnistia a 4.335 detenuti. Si tratta di una misura “tradizionale” per le autorità birmane, che in occasione di festività come il giorno dell’indipendenza (4 gennaio) e il capodanno buddhista (Thingyan, si festeggia ad aprile) decidono quasi sempre di ridurre o cancellare le condanne di alcuni detenuti per reati minori o vicini alla fine della pena, compresi i dissidenti politici.
Mentre migliaia di prigionieri politici restano nelle carceri birmane, tra le persone che hanno ricevuto una diminuzione della pena c’è anche l’ex leader democratica del paese, Aung San Suu Kyi: condannata a 35 anni di carcere con accuse farlocche dopo il colpo di stato del 2021, la sua pena era già stata ridotta in due occasioni fino ad arrivare a 27 anni. Il nuovo atto di “clemenza” le ha tolto altri 4 anni e 6 mesi, senza però garantirle gli arresti domiciliari. Dopo oltre 5 anni di carcere è stato invece rilasciato l’ultimo presidente democraticamente eletto del Myanmar, U Win Myint. Come successo più volte negli ultimi anni, Naypyidaw pubblicizza queste amnistie allo scopo di riabilitarsi internamente e agli occhi della comunità internazionale, mentre combatte una guerra brutale contro i suoi stessi cittadini.
India, bocciata la riforma costituzionale del governo sui seggi da riservare alla donne
Venerdì 17 aprile il parlamento indiano ha bocciato il disegno di legge governativo che proponeva di riservare alle donne un terzo dei seggi nella camera bassa (Lok Sabha), ampliando il numero di deputati a 850 rispetto agli attuali 543. È la prima volta in 12 anni che il governo di Narendra Modi non riesce a far approvare una riforma costituzionale, che conteneva al suo interno anche altri due emendamenti legislativi con i quali sarebbero stati ridefiniti i confini delle circoscrizioni elettorali. Il leader dell’opposizione Rahul Gandhi ha parlato di un “trucco incostituzionale finalizzato a violare la costituzione in nome delle donne”, accusando Modi di aver provato a mascherare in questo modo una misura che avrebbe finito per favorire il suo partito alle elezioni. Secondo il governo, la ridefinizione dei confini delle circoscrizioni sarebbe invece necessaria, visto che non vengono modificate dal censimento del 1971.
La proposta ha ricevuto 298 voti favorevoli e 230 contrari, non riuscendo a raggiungere la maggioranza dei due terzi obbligatoria per l’approvazione delle riforme costituzionali. Al momento le deputate donne occupano il 14% dei seggi alla camera bassa e il 17% alla camera alta.
