Pechino non vuole mollare il Cai, l’accordo di investimento bilaterale Cina-Ue congelato da Bruxelles la scorsa settimana. E questa volta la Cina ci prova con la Francia, il cui pressing ha garantito la chiusura del trattato dopo sette anni di trattative. Il ministro del Commercio cinese Wang Wentao, nel corso di una video conferenza che si è tenuta martedì, ha lanciato un appello al ministro delegato francese per il commercio, Franck Riester, per riavviare le discussioni sull’accordo sino-europeo. “Si spera che la Francia svolga un ruolo attivo nel promuovere la firma e l’entrata in vigore del patto il prima possibile”, ha detto Wang durante l’incontro, aggiungendo che si tratta di un accordo vantaggioso per entrambe le parti. Ma è di tutt’altro tono invece il comunicato rilasciato dal ministero francese per l’Europa e gli affari esteri dopo la videoconferenza bilaterale, con cui si specifica che i ministri hanno discusso di relazioni commerciali sino-europee, senza però menzionare il Cai. Secondo il documento francese, Reister ha sottolineato l’esigenza di riequilibrare gli scambi economici cinesi con la Francia. Lo scambio è avvenuto contestualmente alla ripresa del dialogo sulla Cina tra Ue e Stati uniti, presieduto ieri dal vice segretario di Stato Wendy Sherman e da Stefano Sannino, il capo del Servizio europeo per l’azione esterna. Durante l’incontro avvenuto a Bruxelles le due parti hanno discusso di Xinjiang, Tibet, Hong Kong e Mar cinese meridionale, auspicando inoltre una maggiore inclusione di Taiwan nelle varie piattaforme multilaterali, compresa l’Oms. Dal meeting non sono, tuttavia, emersi segnali evidenti di un piano d’azione comune né tantomeno di un possibile boicottaggio delle Olimpiadi di Pechino 2022, come invece auspicato dal Congresso americano. [fonte SCMP, SCMP]

La polizia di Macao vieta la veglia del massacro di Tiananmen

Macao come Hong Kong. Anche nell’ex colonia portoghese è finito nel mirino delle autorità la veglia del massacro di Tiananmen. Per il secondo anno consecutivo, le autorità di Macao hanno vietato la commemorazione annuale del massacro del 4 giugno 1989, con la motivazione che l’evento e gli slogan pronunciati violano una serie di leggi penali locali, incluse quelle varate contro l’istigazione alla sovversione e la diffamazione. A darne notizia sono stati i deputati di Macao Antonio Ng e Au Kam-san che, sulle loro pagine di Facebook, hanno presentato le controverse misure del codice penale raccolte in un documento di 12 pagine diffuso ieri dalla polizia di Macao. Slogan come “porre fine al governo del partito unico” o “fermare la persecuzione politica” costituirebbero istigazione alla sovversione del sistema esistente, danneggerebbero la fiducia del pubblico nelle autorità e costituirebbero diffamazione; inoltre, secondo le autorità, la partecipazione di centinaia di cittadini alla manifestazione commemorativa consentirebbe la diffusione del coronavirus. Ma la decisione delle autorità non piace all’’Unione per lo sviluppo democratico di Macao, l’organizzatore dell’evento commemorativo, che ha deciso di fare ricorso in tribunale contro la decisione della polizia. Secondo il portavoce del gruppo democratico, la polizia ha fatto appello a leggi emanate nel 1995, che non sono mai state applicate negli anni precedenti in occasioni delle scorse manifestazioni commemorative. [fonte HKFP]

WhatsApp fa causa al governo indiano

C’è un’aria tesa tra i colossi dei social network e il governo indiano guidato dal premier Narendra Modi. WhatsApp ha citato in giudizio il governo indiano per la nuova legge voluta da New Delhi sui media e su internet, ritenuta una minaccia per la privacy dei propri utenti. Il ricorso è stato depositato all’Alta corte di Delhi ieri, giorno di entrata in vigore della norma, che consente al governo indiano un maggiore potere di monitorare l’attività online, anche su app crittografate come WhatsApp e Signal. In base alla legge, l’Information Technology (Intermediary Guidelines and Digital Media Ethics Code) Rules 2021, approvata lo scorso 25 febbraio, la crittografia end-to-end deve essere rimossa da WhatsApp India e i messaggi devono essere inseriti in un database accessibile al governo, che può così identificare e agire nei confronti dell’utente che scritto o diffuso un contenuto considerato illegale. Per la società del gruppo Facebook la norma è incostituzionale, poiché “richiedere alle app di messaggistica di tracciare le chat equivale a chiedere di conservare un’impronta digitale di ogni singolo messaggio inviato su WhatsApp, violando così i principi della crittografia end-to-end e della privacy delle persone”.
È la prima volta che WhatsApp, l’app di proprietà di Facebook, intenta una causa contro un governo nazionale. [fonte The Indian Express]

Total sospende i versamenti all’azienda birmana Mgtc

“Alla luce dell’instabile contesto nel Myanmar e in seguito a una proposta congiunta di Total e Chevron durante l’assemblea generale di Moattama Gas Transportation Company Limited del 12 maggio scorso, tutte le distribuzioni agli azionisti della compagnia sono state sospese”. Con queste parole, in un comunicato diffuso nella giornata di ieri, il gruppo petrolifero francese Total ha annunciato la sospensione dei versamenti all’azienda birmana Moattama Gas Transportation Company Limited (Mgtc), che gestisce un importante gasdotto nel Myanmar. Mgtc è detenuta al 31,24 per cento da Total, al 28,26 per cento da Chevron, al 25,5 per cento dalla tailandese Thailand’s PTT Exploration & Production e al 15 per cento da Myanmar Oil and Gas Enterprise, controllata dall’esercito birmano. La compagnia birmana svolge infatti un ruolo fondamentale per l’approvvigionamento elettrico nella zona di confine tra il Myanmar e la Thailandia: proprio qui la Mgtc fa arrivare il gas prodotto dal giacimento di Yadana, gestito da Total Exploration & Production Myanmar. La mossa di Total, però, non giunge inaspettata. Qualche giorno fa, una decina di operai del giacimento di gas di Yadana ha rilasciato una serie di interviste anonime che preannunciavano la decisione del colosso francese per impedire alla giunta militare di ricevere una quota di entrate proveniente dal sistema petrolifero del paese. Le rivelazioni dei dieci operai già segnavano un cambio di rotta dall’amministratore delegato di Total Patrick Pouyanné, che il mese scorso, sul quotidiano francese Le Journal du Dimanche, ha confermato che la produzione a Yadana sarebbe continuata per proteggere i dipendenti da probabili ripercussioni da parte della giunta militare, oltre a garantire elettricità nella capitale del Myanmar, Yangon. Forse il colosso petrolifero francese ha fatto un passo indietro perché intimorito dalle rivelazioni di una recente inchiesta giornalistica di Le Monde, secondo la quale Total negli anni avrebbe finanziato con centinaia di milioni di dollari la giunta militare. (Total Myanmar Now  Le Monde]

Ha collaborato Alessandra Colarizi