La nostra rassegna quotidiana


Pechino alla conquista dei Balcani

Le preoccupazioni manifestate recentemente dall’Ue nei confronti dell’attivismo cinese nei Balcani e nell’Europa orientale non sembrano aver distolto Pechino dai suoi obbiettivi. Il prossimo meeting regionale 16 + 1 — in programma a Sofia per questa settimana — anticipa di pochi giorni l’annuale summit Cina-Ue e segue di soli 7 mesi il precedente vertice. Secondo il Center for Strategic and International Studies (CSIS), il target degli investimenti cinesi nel quadrante evidenzia una certa predilezione per quei paesi in procinto di entrare nell’Ue. Contratti per circa 4,9 miliardi di dollari, ovvero più della metà dei 9,4 miliardi totali siglati con il blocco 16 + 1 tra il 2016 e il 2017, hanno visto coinvolti cinque membri extra Ue ma intenzionati a diventarne parte: Albania, Bosnia-Erzegovina, Macedonia, Montenegro e Serbia. Un dato che accresce i timori di quanti mettono in guardia dalla strategia con cui la cina starebbe cercando di indebolire il mercato unico secondo il principio del “divide et impera”.

La bolla del cinema cinese

L’industria cinematografica cinese è a rischio bolla. Dopo la crescita iperbolica degli ultimi 10 anni (35%), il settore non solo si è assestato su ritmi più contenuti, ma ha persino cominciato ad evidenziare segni di affaticamento. Al momento ci sono 20mila aziende operanti nel settore televisivo e cinematografico, ma solo poche sono realmente produttive. Segno che l’euforia per un settore inizialmente incoraggiato dal governo al fine di puntellare il soft power cinese nel mondo sta lentamente scemando. Nel 2015 solo la metà dei 686 film prodotti localmente ha raggiunto le sale, mentre le quote sulle pellicole straniere sono lievitate. Come in altri settori, secondo gli esperti, probabilmente anche l’entertainment sarà presto interessato da un’inusuale ondata di procedure fallimentari necessaria a rendere l’industria più efficiente. Questo nonostante nei primi sei mesi dell’anno il box office abbia raggiunto quota 32 miliardi di yuan, di cui il 60% incassato da produzioni cinesi, primo sorpasso degli studios locali su Hollywood.

Le donne cinesi della Nuova Era

Mentre in giro per la Cina continuano a nascere istituti di ricerca e corsi dedicati allo studio del pensiero di Xi Jinping, nel sud del paese il Zhen­jiang College e la the All-China Women’s Federation hanno avviato un programma di studio con un obbiettivo alquanto particolare: insegnare alle ragazze cinesi come diventare una donna modello nella “new era” lanciata dal presidente cinese. Un corso di buone maniere piuttosto che una lezione politica. Alla “New Era Women’s School” si impara come vestirsi, versare il tè o stare sedute. Lo scopo è quello di rendere le studentesse donne “sagge”, “solari” e “perfette” attraverso lo studio della storia e della cultura cinese. Da quando Xi ha assunto la presidenza, la Cina è stata investita da un revival neoconfuciano. Non solo. Secondo l’indice sulla parità di genere dell World Economic Forum la seconda economia mondiale è passata dalla 69esima posizione del 2013 alla 100esima dello scorso anno.

Denuclearizzazione: Pyongyang sta bluffando?

Secondo fonti interne dell’intelligence statunitense — riprese dal Washington Post— la Corea del Nord non ha nessuna intenzione di cedere interamente le sue scorte nucleari. Piuttosto starebbe valutando alcuni stratagemmi per nascondere il numero di testate nucleari in suo possesso nonché le strutture segrete utilizzate per l’arricchimento dell’ uranio. Alcuni funzionari dei servizi segreti stimano il numero delle testate intorno alla cinquantina. Al contempo un rapporto del Middlebury Institute of International Studies — avvalorato da immagini satellitari — dimostra che anche alla vigilia dell’incontro tra Kim e Trump, Pyongyang ha continuato a sviluppare il sito di Hamhung presso cui vengono prodotti motori per missili a combustibile solido e altre componenti fondamentali per il programma balistico nordcoreano. Le indiscrezioni trapelate sulla stampa internazionale coincidono con una serie di affermazioni contrastanti rilasciate dall’amministrazione americana sulle tempistiche del disarmo: secondo il consigliere per la Sicurezza nazionale John Bolton, Washington sarebbe in grado di concludere le operazioni in un anno, mentre secondo Mike Pompeo — in procinto di tornare a Pyongyang — servirebbero almeno due.

Seul interverrà contro i rifugiati yemeniti

Seul prenderà provvedimenti per dirimere la questione dei rifugiati yemeniti fuggiti sull’isola sudcoreana di Jeju. Lo ha annunciato venerdì il ministero della Giustizia, secondo il quale le autorità provvederanno a emendare il Refugee Act così come ad aumentare il numero dei funzionari per “rivedere rapidamente e verificare accuratamente l’identità [dei migranti] in modo da rivedere meticolosamente il potenziale per problemi quali terrorismo e crimini violenti”. Negli ultimi giorni una petizione indirizzata alla Casa Blu — che ha raggiunto più di 220mila firme — ha avanzato la richiesta di deportazione per gli sfollati in fuga dalla nazione lacerata dalla guerra tra Sunniti e Sciiti. Si tratta di cittadini yemeniti fuggiti in prima battuta in Malaysia — dove non è richiesto il visto — e una volta scaduto il permesso di soggiorno costretti a partire alla volta di Jeju, collegata a Kuala Lumpur da voli low cost e caratterizzata a sua volta — fino al 1 giugno — da un regime d’immigrazione particolarmente tollerante. Dei 561 yemeniti giunti quest’anno 519 hanno richiesto lo status di rifugiato. Ma l’intolleranza verso i cittadini di religione musulmana mixata al proliferare sui social della teoria che vedrebbe i nuovi arrivati come una minaccia per il mercato del lavoro non qualificato ha aizzato il risentimento dei sudcoreani.