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In Cina e Asia – La leader del KMT porge omaggio a Sun Yat-sen

In Notizie Brevi by Redazione

I titoli di oggi:

  • La leader del KMT porge omaggio a Sun Yat-sen
  • Trump ha detto che la Cina ha favorito la tregua con l’Iran
  • Cina, nuove misure contro discriminazioni nella supply chain
  • Indonesia, possibile riduzione del numero di caschi blu in Libano
  • Sondaggio: l’ASEAN teme Trump e sceglie allineamento con la Cina
  • Agenzia di sicurezza taiwanese: la Cina prende di mira il settore tech 
Leader del KMT porge omaggio a Sun Yat-sen

Cheng Li-wun, a capo del Kuomintang, il principale partito d’opposizione a Taiwan, che detiene la maggioranza in parlamento, sarà in viaggio in Cina fino al 12 aprile, con tappe nel Jiangsu, a Shanghai e infine a Pechino, dove sarà con ogni probabilità ricevuta dallo stesso Xi Jinping. Se avvenisse, l’incontro sarebbe il primo di questo tipo tra i leader dei due partiti negli ultimi dieci anni. Nella giornata di oggi Cheng si è recata a Nanchino per porre omaggio presso il mausoleo di Sun Yat-sen, fondatore del KMT e della Repubblica di Cina. “I valori fondamentali dell’ideale di Sun Yat-sen, secondo cui “tutti sotto il cielo sono uguali”, sono sempre stati l’uguaglianza, l’inclusione e l’unità”, ha affermato aggiungendo che “dobbiamo lavorare insieme per promuovere la riconciliazione e l’unità attraverso lo Stretto (di Taiwan) e creare prosperità e pace nella regione”.

La notizia della visita ha suscitato critiche da parte del Partito Progressista Democratico (DPP) al governo, che ha definito il viaggio politicamente problematico, in quanto coincide con un acceso scontro sulla proposta di spesa per la difesa per un cifra superiore a 39 miliardi di dollari Usa, che ha visto il KMT continuare a bloccare in parlamento l’acquisto di armi. Il partito al governo ha avanzato il sospetto che questa presa di posizione sia legata alla riuscita dell’incontro di Cheng con il leader cinese. (Leggi qui la nuova puntata della rubrica Taiwan Files, a cura di Lorenzo Lamperti)

Trump ha detto che la Cina ha favorito la tregua con l’Iran

“Mi pare di sì”, ha risposto Donald Trump in un’intervista con AFP quando gli è stato chiesto se Pechino fosse stata coinvolta nel convincere l’Iran a negoziare la tregua di due settimane in cambio della riapertura dello Stretto di Hormuz. Nelle ultime settimane il governo cinese si era impegnato a dialogare con il Pakistan, principale mediatore nella crisi, e altri paesi dell’Asia occidentale indirettamente coinvolti nel conflitto.

Le dichiarazioni del presidente americano seguono il veto con il quale ieri Russia e Cina hanno impedito al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di adottare una risoluzione presentata dal Bahrain che invitava gli Stati a coordinarsi per garantire la riapertura dello Stretto di Hormuz. Il testo ha ottenuto undici voti favorevoli su 15, mentre Mosca e Pechino, membri permanenti del Consiglio, hanno votato contro l’adozione. Due Paesi si sono astenuti: tra questi il Pakistan, impegnato in un ruolo di mediazione tra Iran e Stati Uniti.

La risoluzione, promossa dal Bahrain e sostenuta da Stati Uniti e Paesi del Golfo, mirava a incoraggiare il coordinamento internazionale per garantire la sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz. Il testo era stato progressivamente ammorbidito nel corso dei negoziati, eliminando riferimenti all’uso della forza e limitandosi a misure difensive, nel tentativo di superare le resistenze di Russia e Cina. Nonostante tali modifiche, i due Paesi hanno mantenuto la loro opposizione, denunciando il rischio di un’ulteriore escalation del conflitto nella regione.

Cina, nuove misure contro discriminazioni nella supply chain

Secondo una direttiva emanata ieri dal Consiglio di Stato cinese, Pechino istituirà un nuovo meccanismo per garantire la sicurezza delle sue catene di approvvigionamento, prendendo di mira lo spionaggio e consentendo alle autorità di reagire contro entità e individui stranieri che impongono restrizioni al commercio. Le nuove norme conferiscono alle agenzie governative l’autorità di avviare indagini di sicurezza contro nazioni e organizzazioni internazionali che adottino “divieti discriminatori” e altre misure simili nei confronti della Cina, o che intendano compromettere la sicurezza delle sue catene di approvvigionamento. Le misure di ritorsione includono il divieto di importazione o esportazione di beni, tecnologie e servizi, nonché l’imposizione di dazi speciali. Entità e individui stranieri potrebbero inoltre essere interdetti dall’ingresso, dagli investimenti e dalle transazioni in Cina.

Sondaggio: l’ASEAN teme Trump e sceglie allineamento con la Cina

Secondo il sondaggio annuale condotto dall’ASEAN Studies Centre dell’ISEAS – Yusof Ishak Institut, di Singapore, il 52% degli intervistati dei paesi ASEAN opterebbe per un allineamento con la Cina. L’ISEAS ha condotto il sondaggio online dal 5 gennaio al 20 febbraio, coinvolgendo oltre 2 mila persone provenienti da istituzioni, mondo accademico, think tank, gruppi di ricerca, media e imprese di paesi della regione. Il 48% è invece propenso per la vicinanza con gli Stati Uniti. La postura in tema politica estera dell’amministrazione Trump è stata indicata come la principale fonte di preoccupazione per il 51,9% dei partecipanti al sondaggio, seguita dalle truffe globali (51,4%) e dall’assertività della Cina nel Mar cinese meridionale (48,2%).

Già nel report del 2024 i paesi della regione avevano preferito la Cina agli Stati Uniti. “Ciò che emerge con chiarezza dal sondaggio di quest’anno è che il Sud-est asiatico nutre delle preoccupazioni nei confronti di entrambe le grandi potenze, seppur in modi diversi”, ha commentato un analista allo Strait Times. Nel sondaggio di quest’anno, in continuità con i risultati del 2025, gli intervistati hanno respinto l’idea che la neutralità dell’ASEAN non sia più praticabile: il 55,2% si è espresso a favore di una maggiore unità per resistere alle pressioni delle grandi potenze, mentre il 24,1% ha sostenuto la sua posizione di non allineamento.

Indonesia, possibile riduzione del numero di caschi blu in Libano

L’esercito indonesiano (TNI) sta valutando la possibilità di ridurre il numero di caschi blu schierati in Libano entro la fine di maggio. Il 3 aprile tre soldati indonesiani in servizio nella Forza di Interposizione in Libano delle Nazioni Unite (UNIFIL) sono rimasti feriti in un’esplosione di una struttura ONU vicino a El Adeisse, nel Libano meridionale, due dei quali in modo grave. A fine marzo altri tre caschi blu sono rimasti uccisi in due esplosioni separate nei pressi di Bani Hayyan, sempre nel sud del paese, dove Israele ha avviato “operazioni di terra limitate e mirate” con l’intento dichiarato di colpire infrastrutture di Hezbollah vicino al confine.

Malgrado le vittime, il Centro per le missioni di pace dell’esercito indonesiano (PMPP) ha dichiarato che i piani di rotazione sono ancora in corso e che i 753 soldati indonesiani attualmente di stanza in Libano saranno sostituiti da un nuovo contingente entro la fine di maggio. Ma il comandante del PMPP, Iwan Bambang Setiawan, ha anche menzionato discussioni sulla possibilità di ridurre il numero del personale schierato, anche a fronte del fatto che la maggior parte delle truppe non può muoversi liberamente ed è “confinata nei bunker” a causa dell’intensità delle operazioni delle Forze di Difesa Israeliane.

Agenzia di sicurezza taiwanese: la Cina prende di mira il settore tech 

Secondo un rapporto dell’Ufficio per la Sicurezza Nazionale di Taiwan pubblicato lunedì, la Cina punta ad accaparrarsi i suoi talenti e la sua tecnologia avanzata di produzione di chip. Pechino non starebbe soltanto incoraggiando le aziende dell’isola in settori come l’Intelligenza Artificiale e i semiconduttori a stabilire o mantenere attività in Cina, ma utilizzerebbe anche canali indiretti per “rubare tecnologia” e acquisire beni soggetti a restrizioni, azioni con cui la Repubblica popolare mira a superare le restrizioni tecnologiche internazionali. In più occasioni le autorità taiwanesi hanno segnalato lo smantellamento di reti di aziende cinesi che tentano illegalmente di sottrarre talenti nel settore dei semiconduttore o delle nuove tecnologie. Secondo il rapporto presentato dall’Ufficio al parlamento taiwanese, le attività di reclutamento vengono spesso condotte tramite piattaforme online: i bersagli possono essere incoraggiati a consegnare informazioni sensibili in cambio di denaro, o a produrre video, registrazioni audio o dichiarazioni scritte di lealtà alla Cina.