“La Cina non vuole combattere. Non cerca una guerra fredda e nemmeno una calda”. Questo il messaggio scandito dal presidente Xi Jinping durante l’Assemblea generale dell’Onu, che quest’anno a causa di Covid si è tenuta online. “Continueremo a limitare le differenze e a risolvere le controversie attraverso il dialogo e la negoziazione. Non ci lasceremo coinvolgere in un gioco a somma zero”, ha continuato il leader cinese esortando la comunità internazionale a non politicizzare la pandemia e a collaborare nella lotta contro il coronavirus. Una menzione speciale è andata all’Oms, accusata da molti di aver coperto le mancanze evidenziate dalla leadership cinese nella gestione del contagio. Xi ha inoltre riaffermato gli impegni presi con l’accordo di Parigi contro i cambiamenti climatici, disattendendo le aspettative dell’Ue per un’anticipazione del picco delle emissioni già entro il 2025 anziché il 2030, ma annunciando per la prima volta l’intenzione di raggiungere la neutralità carbonica prima del 2060. L’intervento del presidente, per quanto preregistrato, è parso rispondere per le rime alle accuse scagliate poco prima da Trump. Secondo l’inquilino della Casa Bianca la Cina deve riconoscere le proprie responsabilità nell’aver “diffuso la peste nel mondo”, con la complicità dell’Oms. Gli analisti hanno notato come il discorso del presidente americano abbia graziato l’Onu – che Washington spinge per riformare – per concentrare tutte le critiche contro la Cina, Con l’approssimarsi delle presidenziali i toni difficilmente diventeranno più amichevoli. Ma le tensioni tra le due sponde del Pacifico cominciano ad avere ripercussioni in tutta la regione. Sulla questione si è espresso senza giri di parole il presidente indonesiano Joko Widodo, secondo il quale la rivalità geopolitica rischia di minare la stabilità e la pace nel mondo. Widodo ha inoltre accennato al rispetto dell’integrità territoriale nel Mar cinese meridionale, che Pechino rivendica quasi interamente per sé. Un tema che ha dominato anche l’intervento del presidente filippino Rodrigo Duterte, che ha invitato la comunità internazionale a far valere la sentenza con cui nel 2016 il tribunale dell’Aja ha giudicato illegittime le rivendicazioni cinesi nelle acque contese. [fonte SCMP, NYT, Bloomberg]

I campi di lavoro arrivano in Tibet

Non solo il Xinjiang. Anche il Tibet sta puntando sui campi di lavoro per “emancipare” le minoranze etniche che popolano la regione autonoma. E’ quanto emerge da uno studio del ricercatore tedesco Adrian Zenz, realizzato per la Jamestown Foundation, secondo il quale documenti governativi testimoniano l’esistenza di un vero e proprio sistema di quote per il trasferimento di manodopera rurale in eccedenza. La campagna, che come nel Xinjiang, alterna la formazione professionale (con toni militareschi) al training ideologico, ha il doppio scopo di contribuire a sconfiggere la povertà e prevenire il separatismo. Incentivi statali ricompensano le aziende disposte ad assumere i lavoratori tibetani in altre province. Secondo un avviso pubblicato il mese scorso sul sito web del governo regionale, nei primi sette mesi del 2020 oltre mezzo milione di persone sono state “addestrate”, circa il 15% della popolazione locale. Di queste, quasi 50.000 sono state trasferite in altre aree del Tibet mentre diverse migliaia sono state spedite in altre parti del paese. Molti degli ex studenti finiscono a lavorare per pochi yuan, soprattutto nella produzione tessile, dell’edilizia e nel settore agricolo. Mentre il sistema esiste da anni, è a partire dal 2016 che, secondo immagini satellitari, è stata ampliata l’estensione delle “scuole professionali”. [fonte Reuters, Jamestown]

L’Ue avvia dialoghi commerciali con Taiwan

Nell’incertezza dei negoziati tra Cina e Ue per un accordo sugli investimenti, quindici paesi europei – compresa l’Italia – hanno avviato una nuova piattaforma di dialogo con Taipei che, stando alla leader taiwanese Tsai Inge-wen, potrebbe portare in futuro alla firma di un trattato bilaterle. Letteralmente: “Taiwan è pronta a diventare uno dei principali partner dell’Ue nei settori dell’informazione, della tecnologia della comunicazione, delle biotecnologie, della salute e della mobilità”. L’evento, organizzato dall’European Economic and Trade Office (l'”ambasciata” europea sull’isola), segue di poco la controversa visita del sottosegretario americano agli affari economici Keith Krach, conclusasi con l’annuncio di futuri negoziati per un accordo di libero scambio. Facendo eco a quanto suggerito dall’amministrazione Trump, il rappresentante Ue, Filip Grzegorzewski, ha sottolineato l’importanza di stabilizzare la catena di approvvigionamento globale diversificando i partner commerciali. Un pensiero condiviso dal ministro degli Esteri taiwanese, Joseph Wu, che ha ricordato come per troppo tempo l’ex Formosa abbia fatto affidamento sulla Cina. [fonte: Nikkei]

La Cina punta alla rotta transpolare

La Cina è l’unico paese al mondo ad aver utilizzato tutte e tre le rotte artiche. E’ quanto rivela uno studio dell’Università di Hong Kong, stando al quale la Repubblica popolare è la nazione più interessata a sviluppare la rotta marittima transpolare che connette Pacifico e Atlantico lambendo il Polo Nord. Ghiacciato per la maggior parte dell’anno, è un percorso più impervio rispetto alla rotta del Mare del Nord e al passaggio a nord-ovest. Tanto che si stima diventerà percorribile “agevolmente” solo nel 2050. Ecco perché la Cina, che a differenza delle democrazie occidentali persegue politiche di lungo periodo, ha mostrato maggiore interesse per la tratta, che in ottica commerciale ridurrà notevolmente il tempo di percorrenza tra i due Oceani. C’è poi da considerare un ulteriore elemento. La rotta del Mare del Nord attraversa quelle che la Russia considera le sue acque interne. Questo vuol dire che le navi cinesi sono tenute a pagare una tariffa ogni volta che ne fanno uso. La maggior parte della rotta marittima transpolare, invece, non è soggetta alla giurisdizione territoriale di alcuno stato, per cui la navigazione è libera e senza costi aggiunti. [fonte SCMP]

Il Tempio di Shaolin difende il proprio marchio

Il tempio buddista di Shaolin ha accusato un gigante cinese dell’abbigliamento Semir di sfruttare in modo illegale il proprio marchio “Shaolin Kungfu”.  Da agosto, l’azienda usa la griffe per una linea di vestiario giovanile: secondo i monaci si tratta di un evidente furto di proprietà intellettuale, dato che l’azienda non ha mai richiesto l’autorizzazione al monastero. Situato nell’Henan, il tempio è noto innanzitutto per essere la culla del kung fu. Ma negli ultimi anni, l’abate Shi Yongxin, soprannominato “l’amministratore delegato di Shaolin”, ha trasformato il monastero in un’impresa globale, con 666 marchi registrati negli ultimi 23 anni. Scandali e uno stile di vita dispendioso lo hanno reso una figura poco popolare in Cina.  Per la Semir, la denuncia dei monaci Shaolin rappresenta un duro colpo. A causa della pandemia, la compagnia dello Zhejiang ha chiuso un decimo dei suoi 7.500 negozi, e nei primi sei mesi dell’anno ha registrato un crollo dei profitti del 97% rispetto allo stesso periodo del 2019.  [fonte Caixin, Asia News]

China Files propone alle aziende italiane interessate alla Cina servizi di comunicazione quali: newsletter, aggiornamenti su specifici settori, oltre a progetti formativi e approfondimenti ad hoc. Contattaci a info@china-files.com