La Cina ha sconfitto la povertà. Secondo quanto annunciato ieri da Li Jian, responsabile per le politiche antipovertà del Guizhou, anche le ultime nove contee più arretrate della provincia sono state rimosse dalla lista nera. Oggi infatti il reddito procapite dei residenti ha raggiunto gli 11.487 yuan annui , quasi il triplo della soglia di povertà stabilita dalle autorità: 4.000 yuan, pari a ovvero 1,52 dollari al giorno) . Il Guizhou è la quinta provincia – dopo Gansu, Sichuan, Ningxia e Yunnan – ad aver raggiunto l’agognato traguardo. La lotta contro la povertà era stata annunciata nel 2013, all’alba della presidenza Xi Jinping. Da allora, 93 milioni di persone sono state liberate dallo stato di povertà assoluta, sebbene i parametri cinesi – che variano in base alla regione -siano più accessibili rispetto ai criteri adottati dalla Banca Mondiale. C’è chi mettendo in dubbio l’attendibilità delle statistiche ufficiali ritiene che l’annuncio sia funzionale ad accreditare l’ingresso della Cina nell’era della “società moderatamente prospera” in previsione del centenario del partito comunista cinese (23 luglio 2021).  Secondo gli esperti, superata la soglia critica in futuro la campagna diventerà una “guerra di lunga durata” contro la povertà relativa. In una conferenza stampa, Tang Chengpei, vice ministro per gli affari civili, ha riferito che più di 20 milioni di cittadini hanno le qualifiche per accedere ai “dibao”, pagamenti assistenziali progettati per garantire standard di vita minimi; due terzi dei destinatari sono bambini, persone di mezza età o anziani, disabili o  malati gravi. Dall’inizio delle riforme economiche, circa 700 milioni di cinesi sono stati sollevati dallo stato di povertà. [fonte Caixin, WSJ]

Hong Kong: Lam promette di ristabilire “l’ordine costituzionale”

Con oltre un mese di ritardo, Carrie Lam ha tenuto il suo discorso politico annuale. L’appuntamento, fissato per ottobre ma posticipato dopo l’improvvisa convocazione della leader a Pechino, è servito a ribadire la necessità di ristabilire “l’ordine costituzionale”. Lam ha parlato delle sfide senza precedenti alludendo alle proteste contro l’ingerenza cinese così come alle ripercussioni economiche della pandemia – per il 2020 è prevista una contrazione del Pil del 6,1%. Il capo dell’esecutivo ha aggiunto che alcune “persone malintenzionate influenzate da forze esterne” hanno strumentalizzato l’attuale situazione sociale e politica per confondere la popolazione sul rapporto tra l’ex colonia britannica e le autorità centrali. E’ per questo che l’amministrazione locale provvederà a promuovere l’educazione patriottica e a introdurre nuove regole sul giuramento richiesto al momento dell’assunzione di incarichi pubblici. Mossa che risponde alla necessità di adeguare i criteri alla recente risoluzione dell’Assemblea nazionale del popolo che ha portato all’espulsione di quattro legislatori pan-democratici accusati di scarso patriottismo. Lam e il suo braccio destro hanno inoltre annunciato una serie di politiche volte ad allentare la pressione sull’immobiliare e sul mercato del lavoro. Spicca l’iniziativa Greater Bay Area Youth Employment Scheme per i neolaureati interessati a lavorare nella megaregione nel delta del Fiume delle Perle. In tutto si prevedono 2000 nuovi impieghi.[fonte Reuters, SCMP]

L’84% dei cinesi promuove la campagna anti-corruzione di Xi

Sconfitta la povertà, la leadership comunista pare cavarsela egregiamente anche con la lotta alla corruzione, l’altra fissazione di Xi Jinping. Secondo un rapporto del Transparency International, la Cina è uno dei pochissimi paesi asiatici – insieme a Cambogia, Myanmar e Filippine – dove la maggior parte dei cittadini percepisce un miglioramento in termini di trasparenza della classe politica. Oltre l’84% dei cinesi intervistati ritiene che il livello di corruzione oltre la Muraglia è diminuito nell’ultimo anno. Al contrario in Nepal e Thailandia  – dove da luglio imperversano le proteste studentesche – il problema della corruzione viene dato in crescita. Va detto che il giudizio popolare non sembra rispecchiare sempre la realtà, considerato che stando all’indice sulla corruzione globale compilato dalla Ong tedesca, in realtà, la Cina totalizza un punteggio di 40 su una scala da 0 (il livello peggiore) a 100. [fonte Guardian]

Pechino prepara una blacklist degli indipendentisti taiwanesi

Pechino sta preparando una blacklist degli elementi sovversivi che minacciano le relazioni tra le due Cine. Secondo quanto confermato da Zhu Fenglian, portavoce dell’Ufficio cinese per gli affari di Taiwan, dopo giorni di indiscrezioni  “l’elenco prende di mira solo i pochissimi ostinati attivisti per l’indipendenza di Taiwan e i loro finanziatori”. Nessun pericolo quindi per “la maggior parte dei compatrioti” al di là dello Stretto. Senza fornire nomi e dettagli, Zhu ha tuttavia precisato che a finire nel mirino saranno tutti “coloro che fanno osservazioni arroganti e conducono azioni dannose per promuovere l’indipendenza, e i leader che organizzano, pianificano e implementano attività secessioniste sia all’interno che all’esterno dell’isola di Taiwan, nonché i loro principali finanziatori e sostenitori”. La notizia, anticipata la scorsa settimana dal Ta Kung Pao, giunge in concomitanza all’annuncio della condanna a quattro anni di reclusione di Shih Cheng-ping, docente presso la National Taiwan Normal University ed ex membro del partito nazionalista Guomindang. L’accusa ufficiale è di spionaggio. Shih era sparito nel 2018 mentre si trovava in Cina. Secondo la  Straits Exchange Foundation, sono oltre 140 i cittadini taiwanesi ad essere scomparsi in circostanze analoghe dal maggio 2016. [fonte Bloomberg, SCMP, GT]

Pechino cerca di sabotare le alleanze americani corteggiando Ue e Giappone

A soli pochi giorni dalla vittoria di Biden, la Cina si sta affrettando a rafforzare le relazioni con i due principali alleati americani in Oriente e Occidente: il Giappone e l’Unione europea. Obiettivo: evitare che la nuova amministrazione torni a giocare di squadra come ai tempi di Obama. I dossier sui quali gli interessi di Washington e Bruxelles convergono sono molti, dalla richiesta di una maggiore apertura del mercato cinese alle preoccupazioni per un 5G “made in China”. Negli ultimi due giorni, sia il ministro degli Esteri cinese Wang Yi sia Xi Jinping in persona hanno raggiunto telefonicamente i vertici comunitari. Lunedì a stretto giro dalla telefonata tra Biden, il presidente del Consiglio europeo Charles Michel e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, Wang ha invitato l’omologo Josep Borrell a mantenere “un’autonomia strategica”. “Le relazioni tra le grandi nazioni non dovrebbero essere basate sul né / o, men che meno su un gioco a somma zero” ha spiegato il capo della diplomazia cinese alludendo alla “nuova guerra fredda” con l’America di Trump. Un messaggio ribadito ieri da Xi durante una conversazione con Angela Merkel. Il leader cinese ha invitato l’Ue al reciproco rispetto e al dialogo auspicando un trattamento equo per le aziende cinesi nel Vecchio Continente. La Germania è l’ultima potenza europea a non aver ancora sciolto le riserve su Huawei. Altrettanto cordiali i toni tra Wang Yi e l’omologo nipponico Toshimitsu Motegi. Volato a Tokyo per la prima volta dall’insediamento del primo ministro giapponese Yoshihide Suga, Wang ha convenuto sulla riapertura dei confini per i viaggi business entro la fine del mese, nonostante una nuova ondata di Covid stia attraversando l’arcipelago. Le due parti hanno inoltre concordato sulla necessità di ristabilire un dialogo economico e di collaborare nella lotta al coronavirus così come nell’organizzazione dei Giochi di Tokyo e delle Olimpiadi di Pechino 2022. Persino nel mar cinese orientale, dove i due paesi si contendono le isole Sankaku/Diaoyu, c’è spazio per “pace, amicizia e cooperazione”, sebbene entrambi continuino a rivendicare la propria sovranità. Solo pochi giorni fa Xi ha confermato per la prima volta l’intenzione di entrare nella TPP, il mega accordo di libero scambio dell’Asia-Pacifico siglato grazie alla perseveranza del Giappone dopo il disimpegno americano. Secondo  Eurasia Group, un ingresso di Pechino renderebbe più difficile per Washington riuscire a convincere Tokyo e Seul a limitare l’export di tecnologia strategica verso la Cina. [fonte SCMP, SCMP, Bloomberg]

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