Lo scorso anno, per la prima volta dal lancio della Belt and Road, la maggior parte degli investimenti energetici cinesi all’estero sono finiti nelle rinnovabili. Lo rivela uno studio della Central University of Finance and Economics di Pechino, secondo il quale nel 2020 la quota di energia eolica, solare e idroelettrica ha rappresentato il 57% del totale, pari a circa 11 miliardi di dollari, ben al di sopra del 38% riportato nel 2019. Secondo quanto spiega Christoph Nedopil Wang, direttore del Green Belt and Road Initiative Center dell’università, il passaggio verso fonti green nasce dalla maturata consapevolezza tra gli investitori cinesi e i paesi beneficiari che “la produzione di energia ad alta intensità di carbonio comporta rischi sia finanziari che ambientali.” Da tempo i detrattori della BRI accusano Pechino di esportare bassi standard ambientali e la transizione verso le rinnovabili segna una svolta importante. Ciononostante, si tratta solo di una mezza vittoria. I bassi costi e la disponibilità di risorse locali rendono ancora i combustibili fossili una scelta attraente mettendo a rischio l’obiettivo della neutralità carbonica entro il 2060. E infatti i dati dimostrano che nel 2020 la Cina ha destinato al carbone 20 miliardi di dollari, ovvero il 27% del totale, ben più del 15% del 2018. [fonte FT]

Biden firma memorandum in difesa della comunità asiatica

E’ passata appena una settimana dal suo arrivo alla Casa Bianca e Biden ha già cominciato a smantellare l’eredità di Trump. Partendo dalle cose più facili. Mentre le controverse politiche commerciali nei confronti della Cina verranno trattate con “pazienza strategica” e da una prospettiva “multilaterale” (lo ha detto lunedì il portavoce della Casa Bianca), il nuovo presidente sembra deciso a intraprendere una svolta progressista, almeno sul fronte delle politiche etniche. Nella giornata di ieri Biden ha firmato un memorandum che intima ai dipartimenti e alle agenzie federali di prendere provvedimenti affinché  “le loro azioni, documenti e le dichiarazioni ufficiali non mostrino o contribuiscano al razzismo, alla xenofobia e all’intolleranza contro gli asiatici americani e gli isolani del Pacifico”. Il provvedimento segue l’incremento vertiginoso di episodi di discriminazione collegati alla presunta origine cinese del coronavirus, ma non è escluso vada letto come un primo passo verso una maggiore tolleranza nei confronti della comunità scientifica cinese, accusata dall’amministrazione Trump di spionaggio e furto di tecnologia. Negli ultimi anni, il mondo accademico americano è stato attraversato da una vera e propria “caccia alle streghe” con decine di arresti contro ricercatori cinesi. La maggior parte dei quali tuttavia sono risultati responsabili di crimini ben più lievi dello spionaggio, come la falsa testimonianza per aver omesso l’affiliazione a istituti cinesi come previsto dalle leggi americane. Secondo il WSJ, il Dipartimento di Giustizia starebbe valutando un’amnistia per chi non ha ancora dichiarato di aver ricevuto fondi dal governo cinese. [fonte SCMP,Reuters WSJ]

La Cina sorpassa gli Usa per investimenti stranieri

La Cina ha superato gli Stati Uniti diventando il primo paese al mondo per investimenti diretti stranieri  Con la complicità della pandemia – secondo un’analisi della Conferenza delle Nazioni Unite su Commercio e Sviluppo – lo scorso anno il gigante asiatico ha attratto investimenti per 163 miliardi di dollari, mentre gli Stati Uniti si sono fermati a 134 miliardi di dollari, in netto calo rispetto ai 251 miliardi del 2019. Il sorpasso cinese sull’America conferma un trend che vede in generale l’Oriente posizionarsi meglio dei paesi occidentali grazie alla gestione tempestiva del virus. Detto ciò va considerato che la Cina era dal 2016 che prendeva la rincorsa. Da allora il flusso di capitali nel paese ha continuato a crescere, mentre sull’altra sponda del Pacifico avveniva l’esatto contrario. Secondo gli esperti tale tendenza verrà confermata anche quest’anno. Grandi multinazionali, da Tesla a Starbucks, hanno già confermato di avere in cantiere nuovi progetti milionari. Walmart ha un piano da 460 milioni di dollari per un progetto a Wuhan, epicentro della prima diffusione dell’epidemia. [fonte WSJ]

WeChat vale più della Ferrari

Il Covid e i vari lockdown hanno portato al fallimento di migliaia di aziende, ma c’è anche chi festeggia. Sono i colossi del tech cinese, che grazie a un aumento degli acquisti online e della richiesta di servizi digitali hanno visto il proprio patrimonio di marca lievitare esponenzialmente. Secondo una ricerca di Brand Finance, la crescita maggiore è stata riportata da Alibaba.com, la piattaforma di trading di Alibaba Group Holding, che con un balzo del 108% ha raggiunto i 39,2 miliardi di dollari posizionandosi seconda al mondo dopo Tesla (+158%). Può ritenersi più che soddisfatta anche WeChat, l’app di Tencent, il cui  trdamark ha riportato un aumento del valore del 25%, raggiungendo i 67,9 miliardi di dollari, più della Ferrari. Il rapporto spiega il succcesso così: “WeChat ha sviluppato diverse app di codice sanitario commissionate dal governo per tenere traccia di coloro che viaggiano o si trovano in quarantena, fornendo a oltre 300 milioni di utenti accesso a dati in tempo reale sul Covid-19, consultazioni online e servizi di autodiagnosi basati sull’intelligenza artificiale”. Il tempismo ha la sua importanza, certo, ma più in generale la pandemia sembra premiare il nuovo modello di sviluppo cinese, che dal 2013 punta a sostenere la crescita con l’economia digitale. [fonte SCMP]

L’aeroporto di Guangzhou primo al mondo per traffico aereo

Grazie al Covid, il Guangzhou Baiyun International Airport  ha superato lo scalo internazionale di Atlanta diventando l’aeroporto più trafficato al mondo con un totale di 43, 77 milioni di voli. Per 22 anni di seguito il Hartsfield-Jackson Atlanta International Airport si è mantenuto saldo in testa alla classifica mondiale, fungendo da hub per la Delta, una delle maggiori compagnie aeree degli Stati Uniti e del mondo. Ma la pandemia da coronavirus ha portato a un crollo del traffico aereo del 61,17% rispetto all’anno precedente. La capitale della Georgia si è fermata così a 42,9 milioni di voli permettendo il sorpasso di Guangzhou, sebbene la città cinese abbia a sua volta riportato un calo del 40,35%. L’aeroporto internazionale di Pechino, il secondo più trafficato del mondo nel 2019, ha visto il numero di visitatori precipitare del 65,5% a 34,5 milioni, posizionandosi ben dietro Guangzhou. Dopo i primi mesi di lockdown, la Cina è stata il primo paese a uscire dalla crisi tanto che nella seconda metà dell’anno la ripresa della viabilità ha permesso di recuperare parte di quanto perso inizialmente. [fonte Caixin]

China Files propone alle aziende italiane interessate alla Cina servizi di comunicazione quali: newsletter, aggiornamenti su specifici settori, oltre a progetti formativi e approfondimenti ad hoc. Contattaci a info@china-files.com