A urne chiuse, la Cina osserva con preoccupazione le dinamiche europee. Secondo il quotidiano statale China Daily, “le elezioni costringono Bruxelles a camminare su una fune” a causa di una crescente polarizzazione del panorama politico. “L’ascesa dei partiti anti-UE, riscontrabile nella vittoria dei partiti nazionalisti, guidati da Matteo Salvini in Italia, Marine Le Pen in Francia e Nigel Farage nel Regno Unito, non è una buona notizia per coloro che sperano in una maggiore integrazione europea. Per il quotidiano cinese, “il mutamento del panorama politico all’interno dell’UE riflette le difficoltà che il blocco ha incontrato nell’affrontare molteplici problemi, tra cui uno sviluppo squilibrato, un’ondata di immigrazione, un rallentamento della crescita economica e la sfortuna della Brexit.” A preoccupare la Cina è la constatazione che tali tendenze influiranno inevitabilmente sulle scelte di politica estera, in un momento in cui il Vecchio continente si trova a dover scegliere tra la difesa della propria sicurezza interna e un calcolato avvicinamento a Pechino in chiave anti-Trump [fonte: China Daily]

La Cina valuta limitazioni sull’export di terre rare

“Gli Stati Uniti non sottovalutino la capacità della Cina di contrattaccare”. L’ufficialissimo People’s Daily si unisce agli avvertimenti del Global Times su una possibile limitazione dell’export di terre rare agli Stati Uniti. Nella giornata di ieri il caporedattore del GT, citando fonti del governo, aveva definito probabile una contromossa cinese. Oggi è il quotidiano di partito ha sottolineare la “scomoda” dipendenza di Washington dai preziosi minerali di cui la Cina è la prima produttrice al mondo. Ma non è tutto. Chiamata ad esprimersi sulla questione, la Commissione nazionale per lo sviluppo e la riforma ha mantenuto una strategica ambiguità facendo notare come l’attacco americano contro prodotti tecnologici made in China che utilizzano le terre rare costituisca un insulto per il popolo cinese. E’ da quando la settimana scorsa Xi Jinping si è recato nel Jiangxi, provincia in cui è concentrata la produzione mineraria cinese, che gli analisti danno per possibile una nuova ondata di restrizioni, come avvenuto in passato per l’export verso il Giappone. C’è chi però fa notare come le importazioni dirette americane siano piuttosto esigue, mentre la maggior parte degli elementi vengono utilizzati da aziende statunitensi con stabilimenti in Asia o proprio in Cina [fonte: Reuters, AFP]

La leadership cinese compatta dietro il rifiuto dell’accordo con gli Usa

La rottura tra Pechino e Washington sarebbe stata sancita da un incontro privato tra Liu He e i negoziatori americani Robert Lighthizer e Steven Mnuchin a margine della penultima tornata di colloqui avvenuta a Pechino. Nessuno sa esattamente cosa i tre abbiano discusso, ma la loro espressione una volta raggiunto nuovamente il team non lasciava presagire nulla di buono. Il 5 maggio, annunciando un nuovo round di tariffe, Trump ha accusato la Cina di aver ritrattato il testo preliminare dell’accordo. Una settimana più tardi Xi Jinping convocava il Politburo al completo incassando pieno sostegno per un rifiuto delle condizioni imposte dagli Stati Uniti. E’ quanto sarebbe avvenuto nell’ultimo turbolento mese secondo la ricostruzione fornita dal South China Morning Post. Secondo fonti del quotidiano hongkonghese, “[Washington] ha continuato ad aggiungere nuove richieste nelle ultime fasi dei negoziati. Alcune rischiano di influenzare direttamente la stabilità politica e sociale della Cina”. Come la pretesa di un’apertura totale dei servizi di cloud computing, la proposta per l’acquisto di prodotti agricoli da 100 miliardi l’anno e un meccanismo inflessibile di regolamentazione dello yuan [fonte: Scmp]

Dalla guerra commerciale alla sicurezza nazionale

La guerra commerciale tra Pechino e Washington si sta trasformando sempre più in una guerra per la “sicurezza nazionale”. A stretto giro dalle ultime restrizioni su Huawei, è proprio citando la necessità di proteggere la “sicurezza nazionale” e la privacy degli utenti che la Cyberspace Administration of China (CAC) ha pubblicato la bozza di nuove misure volte a rafforzare drasticamente il controllo su come le aziende – straniere e cinesi – gestiscono i dati generati nel paese. La bozza – aperta a consultazioni pubbliche fino al 28 giugno – nel dettaglio vieta di dirottare il traffico Internet interno al di fuori della Cina e impone il rilascio di un permesso per pubblicare, condividere, o commerciare dati con il mondo esterno. Secondo esperti consultati dal Global Times, “tale mossa è necessaria affinché la Cina possa salvaguardare la sicurezza nazionale ed è in linea con pratiche simili adottate da altre grandi potenze tra cui Stati Uniti, Russia e Unione europea”. Come spiega il direttore del  Belt and Road Research Institute presso l’Università di Hainan, “nel contesto della guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti, la nostra sicurezza dei dati diventa molto importante perché gli Stati Uniti potrebbero intraprendere una guerra su internet o utilizzare i dati raccolti per lanciare attacchi conto [la Cina]”. La proposta in materia di dati segue di pochi giorni nuove misure per una supervisione più rigida su prodotti e servizi tecnologici forniti dalle aziende straniere. 

Da quando Trump è entrato in carica, gli Stati Uniti hanno strumentalizzato la sicurezza nazionale per imporre tariffe sulle importazioni di acciaio e alluminio. Lo stesso minacciano di fare con le automobili [fonte: Global Times]

Le molte incognite dietro al caso Baoshang Bank

Quando la Baoshang Bank, con base nella Mongolia Interna, ha pubblicato il suo ultimo bilancio a metà 2017, il credito in sofferenza risultava essere appena l’1,68 per cento del totale. Due anni dopo, l’istituto – che vanta asset per 83 miliardi di dollari – è stato definito un “grave rischio” per il sistema finanziario cinese e pertanto rilevata dal governo. Il commissariamento, che vedrà la banca centrale cinese e la China Banking and Insurance Regulatory Commission assumere il controllo per un anno, costituisce il primo caso del genere in quasi due decadi e getta nuovi dubbi sulla tenuta del settore, soprattutto quando ad essere coinvolte sono piccole banche provinciali. A preoccupare non è soltanto il laissez faire delle autorità davanti all’ accumulo destabilizzante di crediti inesigibili, ma anche la reticenza dei regolatori ad accettare il fallimento di realtà in inarrestabile perdita. Secondo Caixin, il governo cinese ha già garantito almeno il 70% dei fondi dovuti ai creditori. La storia della Baoshang è resa più complessa dalla sua vicinanza all’imprenditore Xiao Jianhua, prelevato dalle autorità cinesi mentre si trovava nel suo hotel d Hong Kong  [fonte: FT, Bloomberg]

Giappone e India sfidano Pechino nello Sri Lanka

Nella giornata di ieri Tokyo e Delhi hanno siglato un MoU con le autorità cingalesi per lo sviluppo congiunto del terminal container East del porto di Colombo (ECT), un progetto che costerà tra 500 milioni e i 700 milioni di dollari. La firma ha messo un punto a circa un anno di negoziazioni e resistenze interne che hanno visto il presidente Maithripala Sirisena e il premier Ranil Wickremesinghe incrociare i guantoni sulla convenienza di una partecipazione indiana nello scalo. Il coinvolgimento di Tokyo pare abbia fatto da ago della bilancia. L’ECT si trova infatti ad appena 3 km dalla città finanziaria internazionale – la “port city” – sviluppata dalla Cina sul lungomare di Colombo. Alla luce dello storico braccio di ferro tra Pechino e Delhi nell’Oceano Indiano, il MoU rischia di inasprire il conflitto tra i due giganti asiatici nell’ex isola di Ceylon. Considerato il cortile di casa dell’India, negli ultimi anni lo Sri Lanka ha attinto generosamente ai capitali cinesi per ricostruire il paese dopo la guerra civile. Ma la comparsa di sottomarini di Pechino ha dato nuovo adito ai dubbi di quanti sospettino non si tratti solo di una partnership economica [fonte: The Hindu]

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