Il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione di condanna contro la repressione di Hong Kong. La mozione, discussa ieri in videoconferenza, chiede “sanzioni mirate” contro i funzionari cinese e hongkonghesi responsabili del recente giro di vite nell’ex colonia ritannica che ha portato all’arresto di circa settanta persone solo nell’ultimo mese. Gli eurodeputati “si rammaricano” che i negoziati per l’accordo di investimento bilaterale, terminati di recente, non siano stati utilizzati “come strumento di leva per preservare l’alto grado di autonomia di Hong Kong, nonché i suoi diritti e le libertà fondamentali”.  “L’Ue rischia di minare la sua credibilità come attore globale dei diritti umani “, avverte il comunicato criticando la frettolosità con cui Bruxelles ha chiuso le trattative, cominciate sette anni fa e rimaste in bilico fino a novembre. L’intesa è stata raggiunta sotto le pressioni di Pechino (in cerca di una sponda contro Washington) e Berlino – che ha lasciato da poco la presidenza del Consiglio al Portogallo. Il testo, non ancora reso pubblico, dovrà passare il vaglio del Consiglio e del Parlamento europeo, ma considerato il clima che aleggia a Strasburgo un’approvazione è tutt’altro che scontata. Il processo di ratifica potrebbe durare anche più di un anno.

Covid: test di massa a Pechino. Hong Kong prepara il primo lockdown

E alla fine il virus ha raggiunto anche Pechino. Dopo aver costretto le autorità dello Hebei, Heilongjiang e Jilin a prendere misure radicali, la capitale ha avviato test di massa. Dalla fine di dicembre, quattro distretti su 16 hanno avviato campagne di test obbligatori. Daxing e Shunyi hanno già completato i loro screening per tutti i membri e nel weekend il distretto di Daxing e quello di Xicheng contano di “tamponare” circa 2 milioni di persone.  Le immagini delle lunghe file stanno circolando sul web da diverse ore. Intanto, secondo il SCMP, Hong Kong annuncerà presto il primo lockdown dall’inizio dell’epidemia. La regione amministrativa speciale ha riportato meno di 10 mila casi, ma la rapida diffusione del virus in alcune zone ha messo in allerta le autorità. Stando alle fonti del quotidiano locale, le misure riguarderanno i distretti di Jordan e Sham Shui Po, che coprono una parte piccola ma densamente popolata della penisola di Kowloon.  Il governo di Hong Kong ha accettato di utilizzare uno dei vaccini prodotti dall’azienda cinese Sinovac Biotech, ma i dati contrastanti sull’efficacia hanno ritardato i piani per iniziare la distribuzione a gennaio. Mentre i comuni cittadini dovranno attendere l’arrivo del vaccino BioNTech/Pfizer, circa 200 politici e parlamentari locali verranno vaccinati in Cina a partire da oggi. L’operazione si svolgerà a Shenzhen e ha lo scopo di mettere in sicurezza i delegati prima dell’Assemblea nazionale del popolo, che si terrà a marzo nella capitale cinese.
[fonte Reuters SCMP, FT]

La Cina verso le emissioni zero: triplicata la capacità eolica

Nel 2020 la Cina ha più che raddoppiato la costruzione di nuove centrali eoliche e solari rispetto all’anno precedente. Segno che Pechino è seriamente deciso a intraprendere la strada della neutralità carbonica, come promesso da Xi Jinping. La Cina è il principale emettitore di CO2 al mondo, ma è anche il paese che da anni investe di più nelle rinnovabili. Secondo dati National Energy Administration (NEA), nel 2020 oltre la Muraglia sono stati aggiunti 71,67 gigawatt (GW) di capacità eolica, il livello più alto e quasi triplo del 2019. Numeri che pongono il gigante asiatico davanti ai 60,4 GW di nuova capacità eolica aggiunta a livello globale nel 2019. L’aumento coincide con l’annuncio della fine dei sussidi statali per i nuovi progetti di energia eolica onshore a partire dal 2021. E non è un caso che l’incremento maggiore sia stato riportato a dicembre. Secondo la roadmap annunciata da Xi Jinping, entro il 2030 la Cina porterà al 25% la quota di combustibili non fossili nel suo consumo di energia primaria. [fonte Reuters, Caixin]

La Cina aumenta i controlli sugli investimenti stranieri

Lunedì 18 gennaio è entrata in vigore la nuova normativa per il controllo degli investimenti stranieri in Cina che fornisce al governo cinese il potere di bloccare ogni investimento ipoteticamente rischioso per la sicurezza nazionale. I nuovi meccanismi di screening – che si aggiungono alla Foreign Investment Law dello scorso anno – riguardano gli investimenti stranieri in diversi settori (dalla difesa all’agricoltura) sia diretti che indiretti. A presiedere l’analisi delle operazioni finanziarie sarà una commissione permanente, regolata dalla dalla National Development and Reform Commission congiuntamente al ministero del commercio. Le nuove regolamentazioni, annunciate formalmente il mese scorso, sono state interpretate come una contromisura alla pioggia di sanzioni americane che ha colpito centinaia di aziende cinesi. Solo la settimana scorsa, la compagnia telefonica Xiaomi e il colosso petrolifero National Offshore Oil Corporation sono entrate a far parte della lista nera degli USA. Pechino spiega che le nuove leggi sono necessarie per “gettare fondamenta solide per una nuova apertura (agli investimenti esteri, ndr) diffusa e profonda” e che il provvedimento presenta meccanismi simili a quelli già vigenti in altri paesi. Ciò nonostante, molte lobby internazionali presenti in Cina hanno espresso preoccupazione riguardo alle misure, soprattutto per l’ampio raggio dei settori soggetti agli screening aggiuntivi. Il timore è che una regolamentazione così stringente possa scoraggiare futuri investimenti stranieri nel paese. Tale previsione sembra essere in contrasto con la pubblicazione del nuovo catalogo per gli investimenti di poche settimane fa, con la quale la Cina ha facilitato il coinvolgimento di imprese straniere in 127 aree di investimento, nel tentativo di attirare capitali in aree meno evolute del paese. Secondo il presidente della Camera di commercio europea in Cina Joerg Wuttke inoltre, questa strategia sarebbe “incompatibile con il progetto cinese di apertura e trasparenza negli affari”, uno dei principi contenuti nel recente accordo sugli investimenti sottoscritto dal governo di Pechino con l’Unione Europea. Secondo diversi economisti, la misura è da considerarsi parte del decoupling in corso tra Cina e USA, ma Pechino potrebbe ancora fare un passo indietro se gli Stati Uniti annulleranno parte delle misure coercitive introdotte negli ultimi anni ai danni delle aziende cinesi. [fonte SCMP]

Cambia la strategia USA nel mar Cinese meridionale

Gli Stati Uniti hanno annunciato una nuova strategia integrata per contrastare la crescente presenza cinese nelle acque contese del mar cinese meridionale. Il piano “Advantage at Sea”, pubblicato il mese scorso, prevede l’inclusione della guardia costiera americana tra le forze navali presenti regolarmente nelle acque a sud della Cina, andando così ad affiancare marina americana e corpo dei marines. La misura tripartita americana, la prima dal 2015, è pensata come deterrente nei confronti delle rivendicazioni cinesi e si caratterizza come un dispiegamento di forze passivo, tipico delle “zone grigie” in ambito militare. Negli ultimi mesi la Cina ha intensificato la propria attività marittima nell’area, incrementando il numero di imbarcazioni e di pattugliamenti della guardia costiera secondo il principio della linea dei “nove punti”, con il quale rivendica il 90% delle acque del mar cinese meridionale. Lo scorso luglio gli Stati Uniti hanno definito la Cina come “la minaccia strategica più pressante sul lungo periodo” e hanno invitato a un rafforzamento delle alleanze marittime in loco. Secondo diversi analisti, gli Stati Uniti potrebbero avvalersi degli accordi bilaterali contro la pesca illegale che detengono con molti paesi del Pacifico, i cosiddetti shipriders agreements, per legittimare l’accesso della guardia costiera nelle acque contese e così implementare la nuova strategia. Questo dovrebbe consentire agli altri paesi che hanno interessi nel mar cinese meridionale una maggiore forza deterrente nei confronti della guardia costiera cinese (e di peso negoziale nei confronti del governo di Pechino). Secondo gli analisti questo approccio presenta dei rischi, e citano in particolare il caso della contesa con le Filippine per il controllo delle acque attorno a Scaraborough Shoal. Ma non vanno trascurate nemmeno le dispute per le isole Natuna con l’Indonesia e lo stand off con il Vietnam per la Vanguard Bank. C’è dunque chi teme che l’ingresso della guardia costiera americana possa aumentare il rischio di conflitto. [fonte SCMP]

Giappone: nuovo aumento dei suicidi

Dopo un decennio di calo, in Giappone sono tornati ad aumentare i suicidi. Il 2020 si è dimostrato un annus horribilis a causa della pandemia da coronavirus. Secondo i dati preliminari della polizia si sono registrati 20.919 suicidi, 750 (3,7%) in più rispetto al 2019. Mentre un numero minore di uomini si è tolto la vita, lo stress emotivo e le difficoltà finanziarie causate dalla pandemia sembrano essere state fatali per molte donne. [fonte Reuters]

Ha collaborato Lucrezia Goldin

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