Durante il discorso sullo stato dell’Unione, che si è tenuto nella giornata di ieri all’Eurocamera, a Bruxelles, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha posto attenzione anche sulla violazione dei diritti umani perpetrati dalla Cina nella provincia nordoccidentale cinese dello Xinjiang e nella Regione Amministrativa Speciale di Hong Kong. Von der Leyen è intervenuta anche sulle pratiche commerciali della Cina e sui rapporti bilaterali con l’Unione Europea, affermando che Bruxelles proponga un sistema di governance e società diverso da quello osservato da Pechino. L’affondo diretto della presidente della Commissione è arrivato sul valore della democrazia e dei diritti dell’uomo, ritenuti universali e imprescindibili. Per questo, Von del Leyen ha promosso l’idea di adottare a livello comunitario una specie di Magnitsky Act, il disegno di legge pensato durante l’amministrazione di Barack Obama per sanzionare i trasgressori dei diritti umani. Se fosse adottato, ci sarebbe un giudizio dei trasgressori votato unanime dai 27 paesi europei. L’intervento sui temi relativi anche alla Cina è arrivato due giorni dopo il vertice che si è tenuto in videoconferenza tra il presidente cinese Xi Jinping, il Presidente del Consiglio europeo Charles Michel, la presidente Ursula von der Leyen e la cancelliera tedesca Angela Merkel. [fonte SCMP]

Cinque hacker cinesi finiti nel mirino degli Usa

Il Dipartimento di Giustizia americano ha incriminato cinque membri di un gruppo di hacker cinese per il loro presunto ruolo in un’azione di hackeraggio a più di 100 aziende negli Stati Uniti. Si tratterebbe di Zhang Haoran, Tan Dailin, Qian Chuan, Fu Qiang e Jiang Lizhi. Inoltre, due uomini d’affari malesi, Ling Yang Ching e Wong Ong Hua, che sono stati arrestati nella giornata di ieri in Malesia con l’ accusa di pirateria informatica, risultano essere indagati per aver aiutato i cinque hacker a svolgere attività di spionaggio in diverse industrie nel mondo. Secondo l’FBI gli hacker, che farebbero parte di un gruppo noto come “APT41”, sono stati autorizzati a operare dal governo cinese. L’accusa diventa più pesante, poiché il governo di Washington ritiene che Pechino non abbia contenuto o limitato le attività di spionaggio condotta dai cinque cittadini cinesi. Secondo i documenti del governo americano, i presunti hacker avrebbero condotto attacchi alla catena di approvvigionamento per ottenere l’accesso alle reti in tutto il mondo, dispiegando attacchi ransomware e chiedendo il pagamento alle vittime. Le società presi di mira sono quelle operanti nel settore di telecomunicazioni, tecnologia, servizi, difesa, istruzione e industrie manifatturiere e sarebbero situate in Usa, Australia, Brasile, Germania, India, Giappone e Svezia. I sospetti presumibilmente hanno anche attaccato fornitori di telecomunicazioni negli Stati Uniti, Australia, Tibet, Cile, India, Indonesia, Malesia, Pakistan, Singapore, Corea del Sud, Taiwan e Tailandia. [fonte nbcnews]

Bannon e Guo Wengui dietro lo studio che ritiene il coronavirus un patogeno artificiale

Una fondazione associata al magnate cinese Guo Wengui e all’ex stratega della Casa Bianca Steve Bannon è collegata a uno studio non sottoposto a revisione scientifica che sostiene che il coronavirus è un patogeno artificiale. Sul frontespizio della ricerca scientifica pubblicata lunedì compare infatti il nome della  Rule of Law Foundation, la fondazione comprendente due enti di beneficenza con sede a New York, che hanno ricevuto da Guo una donazione di 100 milioni nel novembre 2018, e ritenuta invece da Bannon uno strumento creato per aiutare le vittime della persecuzione del governo cinese. Proprio nell’abstract dell’articolo si evince il tema della ricerca: gli studiosi infatti sostengono che la teoria dell’origine naturale del coronavirus “sebbene ampiamente accettata, manca di un supporto scientifico sostanziale”. Come si legge nel studio, la teoria alternativa secondo cui il virus proviene da un laboratorio di ricerca è, tuttavia, rigorosamente censurata su riviste scientifiche peer-reviewed. Il primo autore dello studio è Yan Limeng, un ex ricercatore post-dottorato dell’Università di Hong Kong che a luglio ha denunciato come la HKU lo abbia censurato quando ha affermato di aver scoperto, all’inizio dell’epidemia, che il coronavirus poteva essere trasmesso tra le persone. Yan, in un’intervista rilasciata all’emittente americana Fox News, ha affermato di aver fatto scoperto la trasmissibilità del virus tre settimane prima che il governo cinese lo confermasse il 20 gennaio. L’università di Hong Kong nega la vicenda, affermando che Yan non ha condotto alcuna ricerca sul coronavirus a dicembre o gennaio. [fonte SCMP]

Rohingya: l’esercito birmano indaga su possibili abusi su ampia scala

Una nuova svolta sulle persecuzioni perpetrate dal governo birmano sui musulmani Rohingya è arrivata nella giornata di ieri. L’esercito del Myanmar ha reso noto di aver avviato un’indagine sui probabili piani di violazioni dei diritti umani prima e durante la repressione del 2017 nello Stato di Rakhine. La repressione, infatti, secondo le Nazioni Unite, è stata eseguita con intenti genocidi contro i musulmani rohingya. L’esercito, in più occasioni, ha negato il genocidio, difendendosi dietro quella che ha definito un’operazione legittima contro i militanti rohingya. Dopo le incessanti pressioni delle Nazioni Unite, che hanno dimostrato come tra il 2016 e il 2017 sia stata eseguita un’operazione con intenti genocidi, alcune commilitoni coinvolti in incidenti in diversi villaggi; i dettagli sugli autori, i loro crimini e le documentazioni relative alle sentenze però non sono stati divulgati. Più di 730.000 rohingya sono fuggiti in Bangladesh quell’anno in seguito al lancio di una vasta campagna di protezione e sicurezza del territorio, ma che, secondo i rifugiati, prevedeva uccisioni di massa, stupri di gruppo e incendi dolosi. [fonte Reuters]

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