Quattro leader della Hong Kong Alliance in Support of Patriotic Democratic Movements of China, il gruppo che ogni anno organizza la veglia in ricordo del massacro di piazza Tian’anmen, sono stati arrestati stamani per sospetta “collusione con forze straniere”, uno dei reati coperti dalla legge sulla sicurezza nazionale. In manette sono finiti la vicepresidente Chow Hang-tung, Simon Leung Kam-wai, Tang Ngok-kwon and Chan To-wai. Il presidente Lee Cheuk-yan e e il vice  Albert Ho stanno già scontando pene di  20 e 18 mesi di reclusione per aver partecipato a una manifestazione non autorizzata il 1 ottobre 2019. L’operazione di stamattina non giunge inattesa. Da giorni la polizia minacciava di intervenire dopo che l’organizzazione pro-democrazia si era rifiutata di consegnare, come richiesto, la lista dei propri membri e le informazioni finanziarie. Nel mirino delle autorità ci sono le attività condotte in tandem con la National Endowment for Democracy, l’Ong americana colpita dalle sanzioni cinesi lo scorso anno. Gli ultimi arresti seguono lo scioglimenti di altri gruppi legati all’opposizione, tra cui l’Unione degli insegnanti professionisti e il Fronte civile per i diritti umani, un’altra istituzione del movimento in memoria di Tian’anmen. [fonte SCMP, Nikkei]

Ex dipendente di Alibaba presto in libertà: “l’aggressione non è reato”

Le autorità giudiziarie dello Shandong hanno archiviato il caso dell’ex manager di Alibaba accusato di aver aggredito sessualmente una collega durante un viaggio di lavoro. “Secondo le leggi e i regolamenti, l’accusa ha scoperto che la presunta aggressione forzata da parte del sospetto Wang non costituisce un crimine e non effettueremo un arresto formale”, hanno affermato in una nota i pubblici ministeri della città orientale di Jinan. L’uomo rimarrà comunque in stato di fermo in base a un regolamento che consente alla polizia di trattenere chi è accusato di “molestie gravi” per 10-15 giorni. E’ stato invece confermato l’arresto del cliente di Alibaba sospettato a sua volta di stupro. La decisione delle autorità non ha mancato di suscitare nuove polemiche e sono già diverse le aziende – come Trip.com e iQiyi –  ad aver preso provvedimenti rivedendo i propri codici di condotta. Intanto nella giornata di lunedì la All China Women’s Federation, il Ministero dell’Istruzione e il Ministero delle Risorse Umane e della Previdenza Sociale hanno emesso congiuntamente un comunicato in cui vengono esposte una serie di misure per meglio tutelare i diritti delle neolaureate sul posto di lavoro. “Dobbiamo rafforzare la vigilanza del mercato, aprire canali per reclami e segnalazioni, controllare e affrontare tempestivamente le questioni che riflettono la discriminazione di genere sul lavoro e condurre colloqui congiunti con i datori di lavoro sospettati di discriminazione di genere sul lavoro”, recita la nota.[fonte SCMP, WSJ]

Il golpe in Guinea preoccupa la Cina

Il golpe militare in Guinea, Paese ricco di materie prime, rischia di avere pesanti ricadute anche in Cina. Il gigante asiatico è il principale produttore di alluminio a livello globale e il più grande consumatore di bauxite, che importa dalla nazione africana per il 55% delle proprie forniture. Dall’inizio della crisi politica i prezzi della bauxite in Cina hanno raggiunto il loro massimo in quasi 18 mesi. Secondo gli analisti, un’interruzione delle importazioni dalla Guinea aumenterà inevitabilmente la dipendenza della Cina dall’Australia, il suo secondo principale fornitore. Nell’ultimo anno Pechino aveva tentato di affrancarsi dai minerali australiani per punire Canberra dopo la richiesta di un’indagine indipendente sulle origini del coronavirus. Nel 2017, la Cina ha concesso a Conakry prestiti per 20 miliardi di dollari in cambio di concessioni minerarie. I timori di Pechino per la situazione in Guinea traspaiono dalla reazione del ministero degli Esteri cinese: “La Cina si oppone ai tentativi di colpo di Stato per prendere il potere e chiede l’immediato rilascio del presidente Alpha Condé”. Nel caso del colpo di Stato in Zimbabwe e Myanmar la leadership cinese utilizzò un linguaggio molto più soffuso. In risposta il colonnello golpista Doumbouya ha riferito lunedì che un comitato istituito dalla giunta salvaguarderà le imprese commerciali operanti in Guinea: “tutti gli impegni saranno rispettati”. [fonte NIKKEI, People’s Daily]

Credit Suisse chiude il conto di Ai Weiwei

Credit Suisse ha annunciato che chiuderà il conto bancario della fondazione di Ai Weiwei a causa dei suoi “precedenti penali” in Cina, sebbene l’artista non sia mai stato ufficialmente dichiarato colpevole di alcun reato. L’archistar, padre dello stadio Nido d’Ucello, era stato trattenuto per 81 giorni nel 2011, dopo aver denunciato le responsabilità del governo nelle morti del terremoto del Sichuan. Ma mai formalmente incriminato. Secondo quanto rivelato dall’archistar in un editoriale su Artnet, inizialmente l’istituto di credito avrebbe giustificato la decisione in riferimento a un’intervista rilasciata Ai a un giornale locale in cui criticava gli svizzeri per aver votato a favore di “politiche anti-immigrazione” più severe. La fondazione in questione è impegnata nella promozione dell’arte e della libertà di espressione. Non è la prima volta che Credit Suisse mantiene una posizione ambigua nei confronti dei diritti umani in Cina. L’anno scorso, stando alla Reuters, la sede hongkonghese della banca svizzera avrebbe cercato di verificare l’orientamento politico dei propri clienti, temendo di finire nel mirino della nuova legge sulla sicurezza nazionale. Sono sempre di più gli istituti di credito occidentali che per difendere la propria presenza nel lucroso mercato cinese si trovano davanti a scelte eticamente controverse. [fonte SCMP]

Myanmar: il governo ombra lancia “guerra difensiva popolare”

Il Governo di unità nazionale (Nug) del Myanmar, l’esecutivo ombra formato dai legislatori destituiti dal colpo di Stato dello scorso primo febbraio, ha lanciato un appello per una “guerra difensiva popolare” contro la giunta militare. In un video pubblicato martedì mattina su Facebook, il presidente ad interim del Nug, Duwa Lashi La, ha parlato di “rivoluzione pubblica” invitando tutti i cittadini – compresi i gruppi etnici – a “rivoltarsi contro il regime dei militari terroristi guidati dal generale Min Aung Hlaing”. Alle milizie delle neocostituite Forze di difesa popolare è stato chiesto di “colpire la giunta militare e le sue proprietà”, mentre le guardie di frontiera sono state invitate a disertare e i funzionari pubblici nominati dai golpisti a dare le dimissioni. Duwa Lashi ha chiesto la comprensione della comunità internazionale parlando di “necessità” date le circostanze attuali. La chiamata alle armi giunge a pochi giorni dalla richiesta di quattro giorni di cessate il fuoco da parte dell’inviato speciale prescelto dall’Asean. Al messaggio del presidente ad interim hanno fatto seguito scene di caos nei negozi alimentari e duri scontri nella regione di Tanitharyi, nel sud del Myanmar, dove i miliziani dell’Unione nazionale Karen (Knu) hanno affrontato l’esercito birmano. La Cina guarda con apprensione a quanto sta avvenendo in Mynanmar. Alcune aziende cinesi presenti nel Paese hanno già ricevuto la sospensione degli ordini. Secondo quanto riferito da uomo d’affari che vive a Yangon, dopo gli attacchi riportati negli scorsi mesi presso alcuni impianti cinesi, diverse fabbriche sono già tornate in Cina.