In Cina e Asia – Guerra tariffaria: l’Omc dà ragione alla Cina

In Notizie Brevi by Alessandra Colarizi

Le tariffe americane imposte nel 2018 su oltre 200 miliardi di dollari di prodotti cinesi violano le regole del commercio internazionale. E’ quanto annunciato ieri dall’Organizzazione mondiale del commercio, secondo la quale i dazi – introdotti in risposta al presunto trasferimento forzato di tecnologia e proprietà intellettuale – discriminano la Cina e superano le aliquote massime che gli Stati Uniti si sono impegnati a rispettare. Il panel di esperti ha inoltre messo in discussione la scelta dei prodotti colpiti dalle sanzioni e la necessità delle misure come forma di ritorsione contro l’appropriazione indebita e la concorrenza sleale. L’agenzia internazionale ha pertanto invitato “gli Stati Uniti ad adeguare le misure ai propri obblighi …” e a collaborare con la controparte cinese per risolvere le controversia e le “tensioni commerciali globali senza precedenti”. Commentando il comunicato, il rappresentante per il Commercio Usa Robert Lighthizer ha dichiarato che la decisione conferma l’inadeguatezza dell’Omc, che l’amministrazione Trump sta cercando di sabotare bloccando la nomina dei giudici della Corte d’appello. Fattore che ora rende la presentazione di ricorso più complicata e l’esito delle indagini meramente simbolico. [fonte Reuters, SCMP]

Il Pcc rafforza il controllo sulle aziende private

Mentre le autorità americane hanno al vaglio un accordo che – se approvato – scongiurerà l’espulsione di Tik Tok dagli Stati uniti, a Pechino, la leadership cinese rafforza il controllo sulle imprese private. Nella giornata di ieri l’ufficio generale del comitato centrale del Pcc ha rilasciato nuove linee guida con l’obiettivo di cementare la supervisione del dipartimento del Fronte unito (organizzazione di “intelligence” incaricata di gestire i rapporti con individui ed entità non direttamente associate al partito) sulla comunità d’affari locale, incluse le sue diramazioni a Hong Kong e Macao. L’obiettivo è quello di ” focalizzare meglio la saggezza e la forza degli imprenditori privati per raggiungere l’obiettivo di realizzare il grande ringiovanimento della nazione cinese”. Ricordando i “rischi e le sfide” della Nuova Era, le direttive richiedono inoltre la creazione di “un team di base di imprenditori privati che sia affidabile e utilizzabile nei momenti chiave”. Negli ultimi mesi, la crisi epidemica ha dato nuova centralità al comparto statale, mobilitato per rilanciare la produzione e stabilizzare il mercato del lavoro. Ma Pechino sa bene che il settore privato – il più colpito dal rallentamento economico – ha un ruolo centrale nella creazione di nuovi posti di lavoro e soprattutto nella rivoluzione tecnologica perseguita da Xi Jinping. Assicurarsene la lealtà politica è di primaria importanza. Il pericolo è, però, che un legame più stretto penalizzi il business delle aziende cinese all’estero, dove colossi come Huawei e Tik Tok vengono già visti come emanazione del governo cinese. [fonte Bloomberg]

Flessione del soft power cinese in Africa

L’aumento degli investimenti cinesi in Africa non sembra aver rafforzato il soft power di Pechino nel continente. Anzi in alcuni casi ha compromesso l’immagine del gigante asiatico. E’ quanto emerge da un’indagine di Afrobarometer, la prima dal 2015. Lo studio, che prende in esame 18 nazioni e precede la crisi epidemica, evidenzia come il peggioramento sia più marcato in Kenya e Nigeria, dove sono concentrati alcuni tra progetti più imponenti finanziati da Pechino. Negli ultimi cinque anni, la popolazione nigeriana ad avere una visione positiva della Cina è scesa dal 67% al 62%, mentre solo il 65% dei kenioti vede di buon grado l’attivismo cinese, laddove nel 2015 Pechino riscuoteva le simpatie di ben il 76% dei cittadini. Trend invertito invece negli stati più piccoli, come Burkina Faso e Mali, dove invece si registra un grado di approvazione maggiore. Non solo. La seconda economia mondiale vanta ancora un lievissimo margine di vantaggio sugli Stati Uniti, con il 59% dei rispondenti inclini a ritenere “l’influenza economica e politica della Cina per lo più positiva” contro il 58% propenso a dire lo stesso di Washington. Ma i limiti dell’appeal cinese sono riscontrabili anche nello scarso interesse verso lo studio del mandarino, ritenuto la lingua straniera più importante da solo il 2% dei rispondenti. [fonte SCMP, China in Africa Project]

Il pericoloso surriscaldamento dell’industria dei chip

Pannelli solari, bike sharing, veicoli elettrici. La prossima bolla cinese arriverà dal mercato dei semiconduttori? Secondo la rivista finanziaria Caixin, diversi segnali suggeriscono il ripetersi di uno scenario familiare oltre la Muraglia: il governo fissa un obiettivo, stanzia fondi pubblici, mobilita ingenti risorse per raggiungerlo. Ma l’insostenibilità economica della missione ne determina il fallimento. Secondo GobaSearcher, dall’inizio dell’anno le richieste di posti di lavoro nel settore dei chip sono aumentate del 50%, mentre gli stipendi ammontano tra il 30% e il 100% in più rispetto a quanto percepito dal candidato al momento dell’offerta. La continua nascita di nuove startup tecnologiche sta trainando la domanda di nuovi talenti, tanto che secondo un’agenzia affiliata al  Ministero dell’Industria e dell’Information Technology, entro la fine del prossimo anno serviranno 720.000 professionisti rispetto ai 460.000 presenti sul mercato alla fine del 2018. Ma cosa succederà poi se si verificheranno altri casi sul genere della Wuhan Hongxin Semiconductor Manufacturing Co. Ltd., promettente azienda produttrice di chip sull’orlo del collasso dopo aver speso 15 miliardi di yuan per tre anni senza nemeno riuscire ad avviare la produzione? [fonte Caixin]

La guerra contro Covid diventa una serie tv

La prima serie tv cinese dedicata alla guerra contro Covid debutterà sul canale  CCTV1 giovedì prossimo.  Intitolato “Zui Mei Ni Xing Zhe” (Eroi in pericolo), il telefilm in 14 puntate ripercorre i giorni convulsi in cui la Cina era in piena crisi epidemica, soffermandosi sul ruolo ricoperto dai comuni cittadini per dare risalto alla “solidarietà a livello nazionale, al sacrificio, al rispetto della scienza e al senso di una missione per l’umanità”. Di tutt’altro genere è invece 76 Days, documentario proiettato lunedì al Toronto Film Festival girato da due registi negli ospedali di Wuhan lo scorso febbraio. Occultata la propria identità dietro mascherine e tute protettive, i due filmmaker hanno immortalato la tragedia vissuta da pazienti e medici quando il virus si pensava fosse un fenomeno esclusivamente “cinese”. La pellicola, curata dal regista di base a New York  Hao Wu, dimostra come paradossalmente, nonostante i rigidi controlli imposti da Pechino, fosse in realtà incredibilmente facile introdursi nelle strutture ospedaliere afflitte dalla carenza di personale. [fonte GT, SCMP]

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