Huawei non si ferma. Con il lancio globale del nuovo sistema operativo HarmonyOS, sviluppato autonomamente dopo il ban commerciale imposto dagli Usa, il gigante delle telecomunicazioni cinese mira al mercato dell’Internet of Things. L’obiettivo è chiaro: superare Android e iOS di Apple ed essere presente su un numero maggiore di dispositivi rispetto ai competitor. Il colosso di Ren Zhengfei ha avviato alcune partnership con diverse aziende cinesi e internazionali con lo scopo di installare il nuovo sistema operativo su diversi dispositivi intelligenti, come smartwatch, televisori, elettrodomestici intelligenti e altri prodotti connessi a Internet. La lista delle imprese coinvolte è lunga e conferma l’intenzione di Huawei a riconquistare il suo posto nel mondo tecnologico. Il colosso di Shenzhen sta siglando accordi il gigante cinese degli elettrodomestici Midea, il produttore di droni SZ DJI Technology Co e con i produttori di orologi svizzeri Tissot e Swatch. Secondo Wang Chenglu, presidente dell’unità software del gruppo Huawei Consumer Business, il mercato dell’IoT è in grande crescita, mentre quello degli smartphone è ormai saturo. Ad accelerare l’ingresso di Huawei nel mondo dell’IoT è soprattutto il basso costo impiegato per la progettazione del sistema operativo Harmony. Ne è convinto Wang, che ha sottolineato come siano necessari mezzo milione di yuan per sviluppare un’app per altri sistemi operativi, che dovrà essere aggiornata in un secondo momento per funzionare su una piattaforma diversa. “Ma con Harmony – ha detto Wang – i costi potrebbero aggirarsi a 10mila yuan all’anno”. HarmonyOS, noto in cinese come Hongmeng, dovrebbe funzionare su un massimo di 300 milioni di dispositivi intelligenti entro la fine di quest’anno, tra cui 200 milioni di smartphone Huawei. La posta in gioco è alta per il colosso cinese, ma anche per altre importanti aziende tecnologiche nell’area dell’Asia-Pacifico, poiché la spesa regionale per l’IoT dovrebbe raggiungere quest’anno i 288,6 miliardi di dollari. [fonte SCMP]

Budapest nomina vie per Hong Kong e uiguri dove sorgerà l’Università Fudan

La città di Budapest ha rinominato in onore degli uiguri, di Hong Kong, del Dalai Lama e di un vescovo cattolico perseguitato, alcune vie vicino all’area in cui sorgerà la sede distaccata dell’Università cinese di Fudan. All’inaugurazione, il sindaco Gergely Karacsony, esponente dell’opposizione liberale, ha dichiarato che i nomi non vogliono avere un impatto sulle relazioni sino-ungheresi ma semplicemente “inviare alla Cina il messaggio chiaro che Budapest non mette gli interessi economici al di sopra dei diritti umani”. “Questo progetto della Fudan metterebbe in dubbio molti dei valori su cui l’Ungheria si è impegnata 30 anni fa” alla caduta del comunismo, ha aggiunto Karacsony, che prevede di candidarsi il prossimo anno per spodestare Viktor Orban. Mentre l’Ungheria è uno dei principali alleati cinesi all’interno dell’Ue, la costruzione del nuovo campus – che costerà 2 miliardi di dollari ai contribuenti – è stata accolta con diffidenza dalla municipalità di Budapest. La contromossa di Karacsony arriva a pochi giorni dall’incontro tra il ministro degli Esteri Wang Yi e l’omologo ungherese Peter Szijjarto. Durante il meeting, Wang ha rassicurato che “ la cooperazione della Cina con l’Ungheria non è mai stata, e non sarà mai, finalizzata a dividere l’Europa. Servirà invece ad aumentare la comprensione e la tolleranza reciproche, per contrastare mosse che distruggono la cooperazione Cina-Europa”. [fonte Reuters, SCMP]

Birmania: condannati a due anni per “fake news” due giornalisti

Ennesima repressione dei giornalisti da parte della giunta militare birmana. Un tribunale del Myanmar, posto sotto il controllo dei militari, ha condannato alla detenzione due giornalisti locali, accusati di incitamento e diffusione di notizie false, nell’ambito del loro lavoro giornalistico dedicato alla copertura degli eventi delle manifestazioni. La sentenza è stata pronunciata nella giornata di ieri dal tribunale militare nel sud di Myeik, ordinando la reclusione di due anni per il reporter Aung Kyaw del Democratic Voice of Burma (DVB) e per Zaw Zaw, giornalista freelance di Mizzima. Aung Kyaw è il terzo giornalista della DVB finito in carcere da quando c’è stato il colpo di Stato lo scorso 1°febbraio, mentre Zaw Zaw è il sesto reporter arrestato dello staff di Mizzima. DVB e Mizzima sono tra le varie testate giornalistiche a cui è stata revocata la licenza dalla giunta, che ha limitato l’accesso a Internet e vietato le trasmissioni satellitari esterne nel tentativo di soffocare l’opposizione al suo governo. [fonte Reuters]

“Scarcerate il capo di Samsung per avere più microchip”

La crisi dei chip può portare alla scarcerazione dell’erede di Samsung Electronics, Lee Jae-yong? È difficile che ciò accada al momento, ma gli appelli lanciati al presidente Moon Jae-in dai magnati dei grandi conglomerati sudcoreani si muovono tutti in questa direzione. La richiesta è stata presentata congiuntamente lo scorso aprile durante un pranzo tra Moon e i leader dei quattro importanti imperi economici del paese, Samsung, Hyundai, LG e SK, con l’obiettivo di ripristinare l’economia nazionale e internazionale spingendo sull’industria dei microchip. Lee Jae-yong, condannato lo scorso gennaio a due anni e mezzo di reclusione nell’ambito dello scandalo corruttivo che ha visto protagonista l’ex presidente sudcoreana Park Geun-hye, potrebbe portare la Samsung ad accelerare la produzione dei chip. Secondo la legge sudcoreana, Lee potrebbe passare a un regime di libertà vigilata, dal momento che ha scontato un terzo della sua pena e che ha fin qui mantenuto una condotta esemplare. Per questo, i leader dei colossi industriali nazionali hanno invitato il presidente Moon a concedere un’amnistia a Lee, contravvenendo anche alle sue promesse elettorali. Il presidente sudcoreano, prima di insediarsi nella Casa Blu, aveva difeso con forza la volontà di non voler perdonare coloro che hanno commessi reati economici, come la corruzione e l’appropriazione indebita. Probabilmente, però, Moon, che recentemente ha concordato con il suo omologo americano Joe Biden l’intenzione di rafforzare la catena di approvvigionamento globale per la produzione ad alta tecnologia, potrebbe cambiare idea. [fonte Reuters ]

Ha collaborato Alessandra Colarizi