La nostra rassegna quotidiana


Colpire Anbang per educarne cento

Il fermo di Wu Xiaohui presidente della conglomerata Anbang, potrebbe aver scoperchiato un nuovo vaso di Pandora. Nella giornata di mercoledì, la società ha dichiarato che Wu non potrà svolgere le proprie mansioni per “motivi personali” confermando le indiscrezioni su un presunto arresto, riportate il giorno precedente dalla rivista Caijing. Il caso ha proporzioni gigantesche per diversi aspetti. Innanzitutto perché arriva a toccare connessioni politiche molto esclusive; Wu è spostato con una nipote di Deng Xiaoping. Poi perché Anbang è una delle società cinesi più attive all’estero. Nata come compagnia assicurativa ha ormai ampliato il proprio portafoglio arrivando ad abbracciare dal settore bancario con l’acqusizione di quote di China Minsheng Bank e del Waldorf Astoria di New York.

Mentre la stretta sul segmento finanziario è cominciata all’indomani del tracollo delle borse cinesi nell’estate 2015, dallo scorso anno le autorità hanno cominciato a colpire specificatamente il comparto assicurativo, accusato di finanziare il proprio shopping estero con i soldi dei clienti attraverso la vendita di prodotti ad alto rischio. Tra gli arresti eccellenti degli ultimi mesi compaiono Yang Jiacai della China Banking Regulatory Commission e Xiang Junbo, capo della China Insurance Regulatory Commission. Nulla di certo si sa invece sulla sorte di Xiao Jianhua, il tycoon prelevato da Hong Kong in circostanze misteriose e mai più riapparso dallo scorso febbraio.

Commentando la notizia, il Global Times ha affermato che “i media occidentali hanno interpretato la breve dichiarazione di Anbang su Wu da una prospettiva politica, collegandola al 19 ° Congresso del Partito Comunista Cinese. Ma stanno leggendo la notizia attraverso la lente sbagliata. La Cina è un paese socialista in cui il capitale non domina gli affari sociali e le grandi corporazioni non possono decidere la traiettoria politica della nazione.”

Gli investimenti cinesi allarmano la Silicon Valley

Gli investimenti cinesi nell’intelligenza artificiale stanno attirando talenti di alto livello nella Silicon Valley rafforzando le preoccupazioni di Washington per la fuga di cervelli e lo spionaggio aziendale. E’ un duello all’ultimo sangue. Mentre Trump taglia i fondi alla ricerca, la Cina è nel pieno della sua fioritura tecnologica e del suo shopping oltreoceano. Il pericolo è che le tecnologie all’avanguardia sviluppate negli Stati Uniti potrebbero essere utilizzate dalla Cina per rafforzare le proprie capacità militari, permettendole addirittura il sorpasso. E’ così che ora il governo americano vuole rafforzare le competenze della Committee on Foreign Investment in the United States (CFIUS), incaricata di approvare o meno le acquisizioni estere negli States. Una nuova legislazione in via di definizione garantirà all’agenzia più poteri decisionali in materia di investimenti tecnologici, grazie anche al coinvolgimento del Pentagono e dei dipartimenti del Commercio e dell’Energia. Nel 2016 gli Stati Uniti sono stati la prima destinazione degli IDE cinesi per un totale di 45,6 miliardi di dollari. 22 miliardi è quanto invece iniettato tra gennaio e maggio, un 100% in più su base annua. La stretta sull’attivismo cinese giunge in concomitanza con i recenti sforzi messi in campo da Washington per utilizzare l’intelligenza artificiale e l’apprendimento automatico nella lotta contro l’Isis.

Proteste nel centro di Pechino per il diritto all’istruzione (dietro casa)

Martedì e mercoledì, circa un centinaio di genitori hanno protestato accesamente nel centro di Pechino alla decisione del governo di spostare i loro figli in una scuola alla periferia della città considerata di scarsa qualità. La misura colpisce circa 3000 persone, di cui molti colletti bianchi residenti nel distretto di Changping ma provenienti da altre città. Durante le proteste si sono verificati ripetuti tafferugli con circa una ventina di poliziotti disarmati. Almeno tre sono le persone trattenute provvisoriamente dalle autorità. Mentre proteste di tale entità sono piuttosto rare a Pechino, il piano di riassegnazione scolastica arriva in un momento in cui le risorse educative sono sempre più scarse e i prezzi delle case hanno registrato un forte rincaro nell’ultimo anno. Ma dal momento che il valore degli appartamenti è direttamente collegato alla vicinanza a strutture educative, il fatto di non poter accedere alle scuole più vicine — per mancanza di posti — riduce anche il valore degli immobili.

Xi Jinping corteggia la FIFA

Ieri il presidente della FIFA Gianni Infantino è atterrato in Cina per incontrare nientemeno che il presidente Xi Jinping. Il meeting, avvenuto nella nella Grande Sala del Popolo, sembra strizzare l’occhio alle ambizioni calcistiche di Pechino, deciso a ospitare e vincere la Coppa del mondo. Da tempo circolano voci su una possibile candidatura per il 2030 o il 2034. La Repubblica popolare ha partecipato soltanto una volta ai mondiali, nel 2002, senza riuscire nemmeno a segnare un goal. La nazionale cinese è 82esima nel ranking FIFA, ma è da un anno che il gigante asiatico è impegnato in una vera e propria rivoluzione sportiva grazie alla quale dovrebbe diventare una superpotenza del calcio entro il 2050. “Stiamo promuovendo la filosofia del calcio attraverso tutta la società”, ha dichiarato Xi che ha aggiunto: “Il vero significato del calcio non è solo competizione, ma anche coltivare il patriottismo della gente e lo spirito collettivo del combattimento”.

Pochi giorni fa, il nuovo presidente sudcoreano Moon Jae-in ha proposto che nel 2030 a ospitare la Coppa del Mondo siano Cina, Giappone e le due Coree così da facilitare la distensione diplomatica con il regime di Pyongyang.