La nostra rassegna di oggi da Cina e Asia


Cina e Ue unite contro i cambiamenti climatici

Mentre gli Usa si apprestano ad abbandonare l’accordo di Parigi sul clima, Unione europea e Cina riaffermano la loro determinazione a difendere il trattato. In attesa che le anticipazioni giornalistiche vengano ufficializzate questo pomeriggio da Trump, il blocco dei 28 e il gigante asiatico hanno pronto un comunicato da rilasciare al termine dell’EU-China summit, in agenda giovedì e venerdì a Bruxelles. La dichiarazione congiunta Ue-Cina offrirà svariati dettagli su come i due paesi intendono mantenere le promesse fatte quando hanno accettato di limitare il riscaldamento globale al di sotto dei 2°C. Entrambe le parti si sono impegnate ad aiutare i paesi in via di sviluppo a ridurre le emissioni e a condividere il proprio know-how tecnologico. “Affrontare i cambiamenti climatici e riformare i nostri sistemi energetici sono fattori importanti per la creazione di posti di lavoro, opportunità di investimento e la crescita economica”, si legge nella dichiarazione congiunta ripresa dal Guardian. Giovedì sera a Bruxelles, il primo ministro cinese Li Keqiang si unirà al presidente del Consiglio europeo Donald Tusk e al presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker per una cena informale, mentre per il giorno successivo ci si attende l’annuncio di una serie di comunicati e memorandum d’intesa.

In Cina nei giorni scorsi si è insistito molto sulla spaccatura tra Europa e Stati Uniti emersa al vertice G7 di Taormina, ci è sottolineato come non ci sia stato un comunicato congiunto sul commercio e proprio sul clima e anche le parole della Merkel di un G6+1, rimarcando l’isolamento di Trump. Insomma, si va verso un nuovo fronte Europa-Cina, che insieme rappresentano circa un terzo delle emissioni carboniche globali. La cooperazione nasce dal fatto che sia Pechino sia l’Europa condividono la visione di un futuro prospero ma sostenibile e già da anni collaborano sui cosiddetti crediti carbonio, sulla progettazione di città a basse emissioni e su altri progetti. Per la Cina è sia una questione di sopravvivenza — conosciamo tutti le difficili condizioni ambientali — sia di soft power: mostrarsi nuova superpotenza responsabile.

Cybersecutriy law per 19 mesi in versione “soft”

Da oggi diventa effettiva la controversa cybersecurity law, approvata dal parlamento cinese a novembre e interpretata dalla comunità internazionale come l’ennesimo muro eretto da Pechino in difesa della propria cybersovranità a discapito del business straniero. Oltre 50 compagnie d’oltremare hanno richiesto una posticipazione dell’implementazione della legge, ritenuta troppo vaga. All’inizio del mese la Cyberspace Administration of China (CAC) ha cercato di rispondere alle preoccupazioni della comunità internazionale in un meeting a porte chiuse. Di nuovo nella giornata di ieri la CAC ha dichiarato che “lo scopo [della legge] è salvaguardare la sovranità nazionale e la sicurezza nazionale, piuttosto che limitare le imprese estere”. Un’affermazione corroborata dalla decisione di procrastinare di 19 mesi l’attuazione delle regole sul trasferimento di dati cross-border. A impensierire è sopratutto la richiesta — alle società cinesi ed estere — di mantenere i dati raccolti in Cina e sottoporsi a controlli di sicurezza. Misure che abbinate al pressing tecnologico portato avanti da Pechino con il progetto “Made in China 2025” rischia di rosicchiare la competitività straniera oltre la Muraglia. Il tutto in un momento in cui il gigante asiatico punta il dito contro il protezionismo occidentale ergendosi a difensore della globalizzazione.

Arrestati attivisti: indagavano sulle violazioni nelle fabbriche di Ivanka

Un attivista di China Labor Watch è stato arrestato e altri due risultano irraggiungibili nell’ambito di un caso che non sembra soltanto confermare la crescente ostilità di Pechino nei confronti dell’attivismo per i diritti dei lavoratori. I tre, infatti, stavano investigando presunte violazioni dei diritti umani presso due fabbriche, nelle province del Guangdong e del Jiangxi, incaricate di produrre scarpe per Ivanka Trump e altri brand occidentali. Secondo Li Qiang, executive director di China Labor Watch, la società della figlia del presidente americano era stata informata delle violazioni della legge cinese il 27 aprile, ma da allora la situazione all’interno degli impianti è rimasta invariata. Il tempismo delle detenzioni — le prime in 17 anni di attività della Ong — è quantomai sospetto considerato gli sforzi messi in campo a Washington e Pechino per stabilizzare le relazioni bilaterali in funzione anti-Pyongyang.

Premier vietnamita primo leader del Sudest asiatico alla Casa Bianca

Il premier vietnamita è diventato il primo leader del Sudest asiatico a venire ricevuto da Trump alla Casa Bianca. Mercoledì i due paesi hanno annunciato la sigla di accordi per miliardi di dollari, tra cui spicca un’intesa con General Electric da 7,7 miliardi per la fornitura di energia elettrica, motori per aeromobili e servizi. Lontani sono i tempi in cui Stati Uniti e Vietnam si consideravano l’un l’altro acerrimi nemici. Con la minaccia cinese sempre a mente, i due paesi negli ultimi anni hanno intrapreso un graduale processo di riavvicinamento, tanto che ad oggi Hanoi può essere annoverato nella cerchia dei protégée regionali di Washington. Ma se le divergenze di natura politica sono state appianate, quelle commerciali economiche rimangono un tasto dolente. Tra i due paesi incombe un deficit commerciale da 32 miliardi di dollari trainato dall’acquisto americano di semiconduttori e altri prodotti elettronici, in aggiunta ai tradizionali settori delle calzature e dell’abbigliamento. Un problema a cui avrebbe potuto parzialmente giovare la Trans-Pacific Partnership, da cui però Washington si è recentemente sfilato sotto il motto “America First”.

Allo Shangri-La forum la Corea del Nord soppianterà il Mar cinese

Ci sarà molta Corea del Nord al prossimo Shangri-La forum, il vertice sulla sicurezza in programma venerdì a Singapore. Il meeting, che vedrà la partecipazione del nuovo segretario alla Difesa americano, arriva in seguito ad una lunga serie di test missilistici messi in atto da Pyongyang — presumibilmente — con l’intento di acquisire una posizione di forza nel momento in cui verrà ristabilito un dialogo diretto con gli altri attori regionali; ipotesi che con l’insediamento di Moon Jae-in alla Casa Blu sembra farsi più concreta. Il diversivo nordcoreano distoglierà probabilmente l’attenzione generale dall’attivismo cinese nei tratti di mare contesi con i paesi rivieraschi dell’Asia-Pacifico, tanto più considerato il riavvicinamento tra Washington e Pechino in chiave anti-Pyongyang. Il forum potrebbe inoltre fornire l’occasione per una definizione più chiara della strategia di Trump nella regione. La visita di Mattis segue le trasferte asiatiche del vicepresidente Mike Pence e del segretario di stato Rex Tillerson, ma difficilmente riuscirà a rassicurare i partner regionali preoccupati per l’opacità della strategia di Trump sullo scacchiere asiatico. Mentre è al vaglio un incremento del budget militare per l’Asia Pacifico di 7,5 miliardi di dollari, fonti nipponiche hanno evidenziato con disappunto l’assenza di alti funzionari con expertise asiatici al Pentagono e al Dipartimento di Stato.