I titoli di oggi:
- Usa incriminano il capo della gang indiana Bishnoi per l’omicidio del separatista sikh Nijjar in Canada
- Studio cinese segnala debolezze tecnologiche nell’industria nazionale delle terre rare
- Cina, boom del lavoro “gig” nasconde fragilità del mercato e pressioni sul welfare
- Cina, Wang Yi torna dal nord Europa chiedendo maggiore cooperazione economica e diplomatica
- Rapporto cinese contesta le rivendicazioni filippine nel mar Cinese meridionale
- Entra in vigore la legge contro le “fake news” in Corea del Sud, tra la preoccupazione dei media
Cina, boom del lavoro “gig” nasconde fragilità del mercato e pressioni sul welfare
Sempre più cinesi stanno passando dal lavoro formale alle piattaforme digitali, spinti da licenziamenti, scarsa domanda interna e un mercato del lavoro debole. Secondo il China New Employment Forms Research Center, i lavoratori flessibili raggiungeranno 320 milioni nel 2026, pari al 44% della forza lavoro. Il settore assorbe gli esuberi causati dalla crisi immobiliare, dall’automazione e dalla ristrutturazione industriale, coinvolgendo ormai anche giovani laureati e ex impiegati del settore tech. Il lavoro “gig” attenua l’impatto della disoccupazione, ma espone a redditi instabili e a una scarsa copertura previdenziale. Le contribuzioni alla sicurezza sociale non sono obbligatorie e molti lavoratori scelgono di non versare contributi, aggravando i rischi per un sistema pensionistico già sotto pressione.
Nel 2024 solo 70,6 milioni di lavoratori flessibili risultavano iscritti al regime pensionistico urbano, mentre la maggior parte dei migranti contribuisce solo al sistema di base, con assegni minimi. Studi mostrano che meno del 10% dei rider sarebbe disposto ad accettare contributi obbligatori. Il governo ha aumentato i trasferimenti per coprire i deficit dei fondi sociali, arrivando a circa 3 trilioni di yuan, ma gli esperti avvertono che la crescita del lavoro precario riduce consumi e fiducia. Allo stesso tempo, un aumento dei contributi obbligatori per le piattaforme potrebbe frenare la loro capacità di creare posti di lavoro, con possibili ricadute sulla stabilità sociale.
Usa incriminano il capo della gang indiana Bishnoi per l’omicidio del separatista sikh Nijjar in Canada
Un tribunale federale ha accusato a Lawrence Bishnoi – detenuto in un carcere indiano – e al suo vice nordamericano Satinderjeet Singh, detto “Goldy Brar”, di aver ordinato l’assassinio di Hardeep Singh Nijjar, leader separatista sikh canadese, ucciso il 18 giugno 2023 fuori da un tempio sikh a Surrey, in British Columbia. Secondo l’atto d’accusa, Bishnoi avrebbe diretto l’operazione dalla cella usando cellulari di contrabbando, fornendo a un complice foto e indirizzi di Nijjar. L’indagine, condotta congiuntamente da autorità Usa e canadesi, ha portato all’incriminazione di 37 imputati legati a tre gruppi criminali organizzati di base in India, con 24 arresti. La svolta giudiziaria ha tuttavia riacceso le critiche di gruppi sikh canadesi, che accusano Ottawa di non ritenere l’India responsabile e di non proteggere adeguatamente la comunità sikh dalle ingerenze straniere.
Studio cinese segnala debolezze tecnologiche nell’industria nazionale delle terre rare
Una nuova ricerca pubblicata sul Bulletin of the Chinese Academy of Sciences sostiene che, nonostante la Cina domini l’estrazione, la raffinazione e l’export di terre rare, il paese resta indietro nelle tecnologie avanzate legate ai materiali funzionali ad alto valore aggiunto. Lo studio mostra che la maggior parte dei brevetti chiave è controllata da Giappone e Stati Uniti. Tecnologie come magneti permanenti, catalizzatori, materiali luminescenti e prodotti per la lucidatura rappresentano oltre l’80% dei brevetti globali del settore. Nei magneti permanenti, il Giappone mantiene la leadership, mentre la Cina eccelle solo in alcune tecnologie legate alle leghe, restando indietro in materiali magnetici, polveri metalliche, leghe al cobalto, metodi di sinterizzazione e tecnologie per i rotori.
Cina, Wang Yi torna dal nord Europa chiedendo maggiore cooperazione economica e diplomatica
Martedì 7 luglio il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha concluso ufficialmente il suo tour nel nord Europa, dove ha visitato Danimarca, Svezia, Finlandia e Norvegia. Come riportato dalla Xinhua, le parti si sono impegnate a sostenere i partenariati bilaterali e a rafforzare la cooperazione in vari settori, dall’ambiente alla diplomazia globale. Il numero uno della politica estera cinese ha ribadito ai paesi regionali che Cina ed Europa sono partner, non rivali, invitando ad approfondire anche la collaborazione economica e commerciale. In tal senso tutti gli stati europei visitati da Wang hanno dato il loro sostegno all’apertura dei mercati internazionali, opponendosi al “disaccoppiamento” e all’interruzione delle catene di approvvigionamento. Dopo l’incontro con Wang, il primo ministro norvegese Jonas Gahr Stoere ha inoltre dichiarato di aver chiesto a Pechino di usare i suoi legami con Mosca per favorire le trattative di pace tra Russia e Ucraina.
Rapporto cinese contesta le rivendicazioni filippine nel mar Cinese meridionale
Mercoledì 8 luglio l’Istituto cinese per gli affari marini, che fa capo al ministero della Risorse naturali, ha pubblicato un rapporto nel quale afferma che le rivendicazioni delle Filippine sull’isola di Huangyan e su altri atolli situati nel mar Cinese meridionale sono “prive di fondamento storico e giuridico”. Il report è stato redatto da vari studiosi di storia e diritto internazionale, che hanno smontato legalmente alcune delle pretese di sovranità di Manila sul mare conteso. Le principali lacune sarebbero legate al contesto giuridico filippino: più volte negli ultimi decenni, sostiene il rapporto, il governo filippino avrebbe tentato di espandere la propria sfera territoriale modificando la costituzione del paese ed emanando decreti unilaterali, privi di fondamento giuridico internazionale. A questo si è unito un processo di manipolazione dell’opinione pubblica globale che, concludono gli studiosi, ha portato alla progressiva destabilizzazione del mar Cinese meridionale, con conseguenze economiche e sociali per tutti i paesi dell’area.
Entra in vigore la legge contro le “fake news” in Corea del Sud, tra la preoccupazione dei media
Il 7 luglio è entrata in vigore la legge contro le “fake news” in Corea del Sud. La norma consente al governo di infliggere multe a testate giornalistiche e influencer ritenuti colpevoli di aver diffuso informazioni false, manipolate o “illegali” allo scopo di destabilizzare l’opinione pubblica o trarne un profitto economico. L’importo previsto delle sanzioni è molto alto (può arrivare fino all’equivalente di 580.000 euro) e, secondo i sindacati dei giornalisti e vari gruppi per la difesa dei diritti civili, la legge è formulata in modo vago, non definendo chiaramente quali siano le informazioni vietate né prevedendo adeguate garanzie per i media. Tutte condizioni che rischiano di scoraggiare il giornalismo di inchiesta o le critiche a politici e grandi aziende del paese. Il governo del presidente democratico Lee Jae-myung ha minimizzato i timori sulla censura, sostenendo che saranno i gestori privati delle piattaforme online, e non il governo, a decidere se il contenuto segnalato sia da considerare falso o manipolato. La legge dovrebbe inoltre tutelare le inchieste di “interesse pubblico”, ma restano le preoccupazioni anche relative all’autocensura.
