La nostra rassegna quotidiana


Se Kim Jong-un è “Rocket Man” allora Donald Trump è un “cane rabbioso”. Il ministro degli Esteri nordcoreano Ri Yong-ho ha risposto al colorito discorso con cui il presidente americano ha minacciato di distruggere la Corea del Nord, durante il suo debutto all’assemblea generale delle Nazioni Unite. Ri, dicendosi dispiaciuto per i consulenti della Casa Bianca, ha spiegato che se The Donald “pensava di poterci spaventare abbaiando come un cane, era davvero un sogno da cane”. I toni aggressivi di Trump hanno provocato una reazione piuttosto pacata in Asia, con Giappone e Corea del Sud moderatamente soddisfatti della risolutezza del leader statunitense, mentre Cina e Russia hanno ricordato che soltanto una risoluzione pacifica convincerà Kim a trattare sul nucleare.

Intanto proprio oggi Seul ha approvato un pacchetto di aiuti umanitari da 8 milioni di dollari: 4,5 milioni per donne e bambini nordcoreani attraverso il World Food Programme e 3,5 milioni per vaccini e medicine in collaborazione con l’UNICEF. Una decisione controversa nell’aria da alcuni giorni che non ha mancato di suscitare le critiche del Giappone fautore di un approccio più duro e persino dell’opinione pubblica sudcoreana.

Pechino prepara la visita di Trump con una campagna sulla proprietà intellettuale

Pechino ha lanciato una campagna di quattro mesi per tutelare la proprietà intellettuale delle aziende straniere, prima iniziativa del genere a coinvolgere tutto il paese. Secondo il comunicato rilasciato dal ministero del Commercio, l’intento è quello di “creare un parco giochi”, proteggere gli interessi legittimi degli investitori e “aumentare ulteriormente gli investimenti stranieri” in Cina, che nei primi sette mesi dell’anno sono diminuiti del 6,7%. Il piano — in cui sono coinvolti 12 organi governativi e giudiziari tra cui il ministero della Sicurezza pubblica e la Corte suprema — arriva in un momento delicato per il gigante asiatico, tacciato di protezionismo nei confronti delle società straniere e accusato di voler mettere le mani sulla tecnologia occidentale attraverso accordi di M&A. Più precisamente, il provvedimento sembra voler spianare la strada alla prima visita di Trump oltre la Muraglia, prevista per novembre. Lo scorso mese l’amministrazione americana ha avviato un’indagine per verificare la possibilità di furto di proprietà intellettuale da parte delle compagnie cinesi. Secondo quanto anticipato da Steve Bannon al Scmp, ex chief strategist della Casa Bianca, l’esito degli accertamenti verrà reso noto prima della trasferta di The Donald in modo da aggiustare il tiro durante il suo soggiorno a Pechino.

Cina pronta a scavalcare gli Usa nella decodificazione genetica

Dalla protezione dei panda a quella degli umani: la città cinese di Chengdu nota per i paciosi orsacchiotti è diventata il centro nevralgico di un ambizioso progetto plurimiliardario, condotto dalla Sichuan University, che dovrebbe portare la Cina a scavalcare gli Usa in materia di decodificazione del genoma. Lo scopo è quello di individuare le cause di malattie quali la schizofrenia e il cancro, e trovare le cure più adatte in modo da tagliare i costi che ricadono sulle casse dello stato. Scienza e tecnologia, si sa, sono ormai il cavallo di battaglia dell’ex fabbrica del mondo. Pechino punta a ultimare la raccolta dei dati entro il 2020, ovvero due anni prima rispetto alla tabella di marcia degli Usa, e nonostante abbia avviato il progetto un anno dopo. La ricerca coinvolgerà i dati genetici di 1 milione di cittadini e costerà i 9 miliardi di dollari nel 2030.

WeChat avvisa gli utenti sul rilascio delle informazioni personali al governo

Secondo MoneyControl, il popolare servizio di micromessaggi WeChat avrebbe cominciato ad avvisare privatamente gli user sull’utilizzo poco ortodosso dei loro dati personali: “potenzialmente tutte le informazioni degli utenti possono essere rivelate alle autorità”, spiega il portale finanziario riportando quanto scritto nella notifica. Con 963 milioni di netizen, l’app di Tencent deve le sue fortune al lento declino di Weibo, il twitter cinese che negli ultimi tre anni ha perso appeal proprio a causa della sua eccessiva remissività nei confronti della censura. Le cose sono cominciate a cambiare lo scorso anno quando Amnesty International ha posto WeChat in fondo alla classifica delle piattaforme di messaggistica quanto a protezione della privacy. Ad agosto la Cyberspace Administration of China ha chiesto perentoriamente ai social network e ai forum di verificare l’identità degli utenti, una regola finora adottata in maniera frammentaria. Ulteriori controlli sono stati imposti proprio su WeChat, con i creatori dei gruppi online chiamati ora a rispondere dei contenuti delle chat e del comportamento degli user membri. E come un tempo gli appassionati di Weibo sono riparati sulla creatura di Tencent per scappare al “Grande Fratello”, così ora sono Telegram (accessibile però solo con Vpn) e altri servizi crittografati a fornire riparo a chi vuole sfuggire alla censura.

Duterte: “ se mio figlio è nella droga lo faccio ammazzare”

“Come ho detto in precedenza, se uno dei miei figli fosse nella droga, lo ucciderei così nessuno potrebbe dire nulla”. E’ quanto ribadito ieri da Rodrigo Duterte durante una riunione presso il palazzo presidenziale. Il riferimento va chiaramente all’inchiesta in cui è coinvolto il figlio Paolo, apparso recentemente in Senato per smentire le accuse che lo vedrebbero complice delle triadi cinesi nel contrabbando di un’ingente carico di crystal meth. “Così ho detto a Paolo: il mio ordine eè quello di ucciderti se verrai preso, e proteggerò la polizia che ti ucciderà se (le accuse) sono vere”, ha proseguito il presidente filippino, salito al potere con la promessa di liberare il paese dalla droga. Duterte ha dichiarato di essere “felice di macellare” tre milioni di tossicodipendenti e ha descritto i bambini freddati nella guerra contro la droga “danni collaterali”. Ma ha anche ripetutamente insistito sul fatto che non abbia mai istruito la polizia a fare nulla di illegale e che le uccisioni sono giustificabili solo in caso di difesa. Ad oggi sono oltre 7000 le persone morte nel corso di raid effettuati dalle forze dell’ordine o da vigilantes.