È in funzione da pochi mesi, ma sta già sorpassando il GPS americano: si tratta di Beidou, il nuovo sistema satellitare lanciato da Pechino lo scorso giugno. Secondo i dai della società USA Trimble, le capitali di 165 su 195 paesi ricevono più trasmissioni dai satelliti cinesi che da quelli GPS. La tecnologia all’origine di Beidou – come è avvenuto per il GPS – ha origini militari ed è stata sviluppata a partire dal 1994. Oggi nei paesi in via di sviluppo si parla già di “passi da gigante” nella qualità della geolocalizzazione, ampiamente sfruttata dai fornitori di servizi in risposta alle restrizioni richieste dall’emergenza Covid-19. Il successo di Beidou sarebbe stato amplificato dalla popolarità degli smartphone cinesi, più economici ma ugualmente efficienti. A preoccupare gli Stati Uniti è soprattutto la rapidità con cui la Cina sta avanzando nel cyberspazio, un settore in mano agli USA dagli albori di internet. Secondo le osservazioni di Nikkei, la nuova tecnologia satellitare sarebbe funzionale a Pechino per raccogliere dati più accurati su correnti e geografia dei fondali marini nel Pacifico e nel Mar Cinese Meridionale, ma anche sulle operazioni in corso nelle varie base americane offshore. [Fonte: Nikkei]

Le relazioni tra Cina e Australia si fanno sempre più tese

Non si placa lo scambio di accuse tra Pechino e Canberra, dopo che un twitt del portavoce Zhao Lijian ha riacceso le polemiche tra i due paesi. Nel post del funzionario cinese compare l’immagine di un soldato australiano in una posizione che suggerirebbe l’uccisione di un bambino. Sotto l’immagine il commento: “Sconvolto dall’assassinio di civili e prigionieri afghani da parte di soldati australiani. Condanniamo fermamente tali atti e chiediamo di ritenerli responsabili”. Il primo ministro australiano Scott Morrison ha subito definito l’azione una “falsificazione oltraggiosa”, invitando il funzionario a scusarsi e a eliminare il post. L’evento è avvenuto in circostanze molto delicate per il governo australiano, che sta facendo i conti con le accuse di crimini di guerra in Afghanistan ad opera delle proprie forze armate tra il 2009 e il 2013. Questo caso di diplomazia da “wolf warrior”, come è stato spesso chiamato l’atteggiamento sempre più aggressivo dei funzionari cinesi negli affari esteri, è sintomo dell’esacerbarsi degli screzi politici tra i due paesi. Solo questo finesettimana è scattata una nuova serie di dazi doganali che minaccia il settore delle esportazioni vitivinicole e del carbone australiane in Cina, mentre Pechino continua a giustificare le sue scelte come una risposta alle “14 azioni anticinesi” intraprese dal partner commerciale, tra cui il sostegno ai manifestanti pro-democrazia di Hong Kong e una politica sempre più restrittiva sugli ingressi dalla Cina. L’Australia rappresenta meno del 4% degli scambi commerciali con la Cina, mentre questa al contrario occupa il 35% del commercio totale australiano: è il partner economico più influente, seguito dal Giappone che però non arriva a un terzo di tale percentuale. La strategia di Pechino è anche una risposta all’inasprirsi delle condizioni del panorama internazionale e secondo gli esperti punta a lanciare un segnale agli altri paesi anglofoni coinvolti nella Five-Eyes Alliance (Stati Uniti, Regno Unito, Canada e Nuova Zelanda) insieme ai loro alleati nel Pacifico. “L’Australia ha volutamente fatto eco alla politica anti-Cina di Washington e si è coordinata con le intenzioni strategiche di Trump” ha affermato Chen Hong, direttore dell’Australia Studies Centre presso la East China Normal University. Le ritorsioni economiche alle scelte politiche di Canberra preoccupano anche gli altri paesi che nei mesi precedenti hanno imposto dei blocchi alla presenza cinese nei settori più strategici, come il caso del 5G di Huawei. La Cina è il secondo partner commerciale dell’Unione Europea, anch’essa ripresa da Wang Yi nella sua ultima telefonata alla controparte EU Josep Borrell, dove avvertiva a non cadere nella polarizzazione politica in stile guerra fredda che Pechino si aspetta nonostante il cambio di presidenza negli Stati Uniti. Il Financial Times avrebbe parlato infatti di un invito dell’Europa nei confronti degli USA a costruire un’alleanza globale per contrastare la Cina. Secondo gli osservatori, Pechino starebbe scommettendo sul peso della propria leva economica, nella speranza che la maggior parte degli altri paesi impari la lezione e smetta di provocare la Cina. [Fonti: SCMP, Straits Times]

I contadini indiani in marcia contro la deregolamentazione

Si fanno sempre più accese le proteste dei contadini indiani, arrivati da ogni parte del paese – molti a piedi – per manifestare contro le nuove leggi sull’agricoltura. Centinaia di migliaia di persone hanno invaso la capitale questo fine settimana, tra cui molti accampati ora in periferia perché le vie principali sono state bloccate dalle forze dell’ordine. Nuova Delhi ha deciso di rispondere con il pugno di ferro, colpendo i manifestanti con cannoni d’acqua e gas lacrimogeni. “Siamo pronti a rimanere qui per tutto il tempo necessario, anche per tutto l’inverno. Gli agricoltori dell’India sono stati traditi” ha detto uno dei manifestanti alla stampa, criticando le nuove misure che colpirebbero il settore con maggiore manodopera del paese. Le misure del nuovo “Farmers Bill” prevedono la deregolamentazione dei prezzi dei beni agricoli, eliminando anche il prezzo minimo garantito per il raccolto. Agli occhi dei contadini, uno vero e proprio atto di favoritismo nei confronti delle grandi corporation, nonostante il governo affermi che le misure vogliono evitare proprio questo squilibrio. La causa dei contadini sta già avendo un’eco nel resto del mondo, accolta con favore dalla comunità indiana oltreoceano. Ancora incerte le proposte avanzate dai manifestanti, tra chi chiede di far tornare le cose come prima, e chi invece vorrebbe l’eliminazione di altre leggi considerate “ingiuste”, come il divieto all combustione delle stoppie in quanto fattore di inquinamento atmosferico. Oggi il governo avrebbe accettato di parlare della questione con i sindacati. [Fonte: The Guardian]

Facebook e YouTube complici della censura in Vietnam

Secondo l’ultimo rapporto di Amnesty International, i due giganti del web sono accusati di complicità con i regimi autoritari per limitare la libertà di espressione. In Vietnam, nel 2020 Facebook avrebbe accolto centinaia di richieste di censura nei confronti dei contenuti pubblicati dagli utenti sulla piattaforma, tra cui molte critiche “pacifiche” all’establishment politico che di norma non rientrano nei parametri tali da giustificare un blocco. Anche YouTube è finita sotto accusa per aver aumentato drasticamente la censura sulla propria piattaforma, nonostante la compagnia dichiari di essere in linea con gli standard sui diritti umani che comprendono la libertà di espressione. Il Vietnam ha intrapreso una serie di riforme economiche importanti, ma la stretta del Partito sui media è ancora molto forte, tale da classificare il paese al 175° posto su 180 nell’indice della libertà di stampa. Il Vietnam è un mercato molto redditizio per i colossi del web, portando nelle casse di Facebook oltre un miliardo di dollari nel 2018. Anche Google ha avuto fortuna grazie alla popolarità di YouTube, con guadagni che raggiungono il mezzo miliardo. Per Amnesty questo non giustificherebbe la crescita drammatica di censura e di troll fiancheggiati dallo stato. Negli ultimi mesi Facebook avrebbe anche accettato diverse richieste di cesura da parte del governo thailandese relative alle manifestazioni contro l’etablishment. [Fonte: The Guardian]

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