I titoli di oggi:
- Aveva raccontato il Covid a Wuhan, altri quattro anni di carcere per Zhang Zhan
- TikTok, Trump svela i nuovi investitori e si prepara a intascare una commissione
- L’Ue propone sanzioni per le aziende cinesi che comprano petrolio russo
- Cina, lanciata campagna di repressione contro i predicatori religiosi online
- Arrivata in Cina prima delegazione della camera Usa dal 2019
- Cina, partita nave cargo per testare la rotta artica
- La Corea del Nord apre al dialogo con Trump ma esclude la denuclearizzazione
- L’accordo di mutua difesa tra Pakistan e Arabia Saudita eleva Islamabad a garante di sicurezza nel Golfo
- Filippine, scontri tra manifestanti e polizia durante le proteste anti-corruzione
Aveva raccontato il Covid a Wuhan, altri quattro anni di carcere per Zhang Zhan
Venerdì 19 settembre Zhang Zhan, una delle giornaliste che ha raccontato le prime fasi della pandemia da Covid a Wuhan, è stata condannata da un tribunale cinese a scontare altri quattro anni di carcere. Lo ha riportato Reporter Senza Frontiere. Zhang era stata arrestata per la prima volta a dicembre del 2020 con la generica accusa di aver “scatenato disordini e provocato problemi” ed era rimasta in carcere fino a maggio di quest’anno, prima di essere rilasciata e poi nuovamente arrestata ad agosto. Le accuse contro di lei non sono ancora state rese pubbliche, riporta la Reuters.
Arrivata in Cina prima delegazione della Camera Usa dal 2019
L’Ue propone sanzioni per le aziende cinesi che comprano petrolio russo
La Commissione Europea sta pensando di sanzionare le aziende cinesi che acquistano petrolio dalla Russia. La proposta, che prima di entrare in vigore dovrà essere approvata dai 27 Stati membri dell’Ue, è stata inserita all’interno del nuovo pacchetto di sanzioni contro Mosca ed è arrivata a seguito delle pressioni del presidente americano Donald Trump. A Bruxelles sta crescendo da tempo una certa frustrazione nei confronti della Repubblica popolare, ritenuta troppo intransigente nel corso delle trattative commerciali e troppo vicina alla Russia, specialmente per quanto riguarda il supporto bellico dual use all’esercito russo.
Per questo all’interno della Commissione si discute da mesi della possibilità di impiegare contro Pechino uno strumento anti-coercizione commerciale (ACI), anche definito un “bazooka commerciale”. L’applicazione dell’ACI prevederebbe il dispiegamento di un insieme di misure di ritorsione commerciale, come dazi, controllo a import ed export dalla Cina, esclusione delle aziende cinesi dalle gare d’appalto europee e così via. Si tratta comunque di un’ipotesi ancora remota. Come riportato dal South China Morning Post, l’eventuale utilizzo dell’ACI dovrebbe essere prima discusso ed eventualmente approvato dal Consiglio Europeo, una via non così semplice.
TikTok, Trump svela i nuovi investitori e si prepara a intascare una commissione
Mentre la Cina deve confermare ancora l’esistenza di un accordo, dagli Stati Uniti continuano ad arrivare nuovi dettagli sulla presunta cessione di Tik Tok a un gruppo di investitori americani. Ieri Trump ha fatto i nomi: Lachlan Murdoch, Michael Dell e Larry Ellison, fondatore di Oracle. Definendoli, “patrioti americani”. Il presidente ha dichiarato di credere che “faranno un ottimo lavoro”. Nella giornata di sabato, la Casa Bianca aveva annunciato che l’accordo di massima discusso con Xi Jinping prevede che sei dei sette posti nel consiglio di amministrazione di TikTok verranno assegnati a cittadini americani e che l’algoritmo dell’app passerà sotto il controllo degli Stati Uniti.
Secondo il Wall Street Journal, Trump starebbe inoltre cercando di replicare l’intesa raggiunta con Nvidia per la vendita dei chip alla Cina, chiedendo agli investitori di pagare al governo federale una commissione da miliardi di dollari in cambio della negoziazione condotta dall’amministrazione con la Cina per evitare il ban dell’app cinese, come previsto da una legge approvata dal Congresso che – se non fosse stato per Trump -ne avrebbe decretato la chiusura nel gennaio 2025.
Cina, lanciata campagna di repressione contro i predicatori religiosi online
La scorsa settimana l’Amministrazione nazionale per gli affari religiosi cinese ha pubblicato un codice di condotta per limitare la commercializzazione online delle pratiche religiose, di qualunque culto. Secondo le nuove norme, la predicazione su internet sarà permessa solo ai templi e alle organizzazioni religiose registrate, limitando così le attività di influencer, indovini o cartomanti che negli ultimi anni hanno sfruttato i social e il livestreaming per diffondere le proprie pratiche religiose (in alcuni casi guadagnando dalla vendita di prodotti o servizi di stampo divinatorio). Tra le attività vietate non viene però nominata esplicitamente la cartomanzia online, a cui molti – soprattutto giovani – hanno accesso tramite app dedicate o utilizzando l’intelligenza artificiale [al tema abbiamo dedicato un articolo della rubrica Dialoghi, che si legge qui].
Sempre la scorsa settimana i media statali avevano inoltre annunciato di aver fermato tre persone legate a Shi Yongxin, l’abate del famoso Tempio Shaolin finito sotto inchiesta a luglio per appropriazione indebita e altri potenziali reati.
Cina, partita nave cargo per testare la rotta artica
Il 20 settembre, dal porto cinese di Ningbo-Zhoushan, è partita una nave cargo (accompagnata da un rompighiaccio) che viaggerà lungo la costa settentrionale della Russia per arrivare dopo 18 giorni di navigazione a Felixstow, nel Regno Unito, con tappe anche a Danzica, Rotterdam e Amburgo. Sebbene non sia la prima volta che un’imbarcazione da carico passa per l’Artico, l’obiettivo in questo caso è più ambizioso e non si limita al completamento di un singolo viaggio: Pechino vuole infatti testare la possibilità di creare una rotta artica regolare di collegamento tra Asia ed Europa, evitando così le rotte più lunghe e pericolose che passano per Stretto di Malacca, Mar Rosso e Canale di Suez.
Il test sarà importante anche per acquisire conoscenze tecniche riguardo il percorso e prepararsi così per quando l’Artico sarà navigabile con maggiore sicurezza, uno scenario reso possibile dallo scioglimento dei ghiacci causato dal cambiamento climatico. Restano però varie criticità ambientali: il rischio di versamenti di carburante è molto alto e le specie marine potrebbero inoltre risentire dell’inquinamento acustico causato dalle navi.
La Corea del Nord apre al dialogo con Trump ma esclude la denuclearizzazione
La Corea del Nord è disposta a riprendere i colloqui con gli Stati Uniti, a condizione che Washington non persegua la denuclearizzazione del Paese. “Ho bei ricordi personali del presidente statunitense Donald Trump”, ha affermato Kim in un discorso tenuto ieri all’Assemblea suprema del popolo, secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa ufficiale Kcna. Kim, forte del suo recente debutto internazionale in Cina, ha aggiunto che “non c’è ragione per cui Corea del Nord e Stati Uniti debbano evitare il dialogo se Washington vuole la pacifica convivenza”. È la prima volta che il leader nordcoreano formula commenti espliciti in merito ai rapporti con Trump dall’inizio del secondo mandato del presidente Usa, lo scorso gennaio.
Durante la sessione parlamentare, Kim tuttavia ha ribadito che Pyongyang non abbandonerà mai le armi nucleari e ha respinto l’ipotesi di uno scambio del programma atomico con l’alleggerimento delle sanzioni Onu. Le affermazioni del leader supremo segnano un’inversione rispetto ai precedenti commenti della sorella e sembrano rispondere all’apertura dimostrata dal nuovo presidente sudcoreano Lee Jae Myung che ha invitato a perseguire obiettivi più realistici come il congelamento del programma nucleare nordcoreano anziché imporre a Pyongyang la distruzione dell’arsenale. Prendendo le distanze da Washington, proprio ieri il leader progressista aveva dichiarato che la Corea del Sud deve abbandonare il “pensiero sottomesso” secondo cui il paese alleato americano non può difendersi senza truppe straniere.
L’accordo di mutua difesa tra Pakistan e Arabia Saudita eleva Islamabad a garante di sicurezza nel Golfo
Secondo vari esperti contattati dal Nikkei, l’accordo di mutua difesa siglato la scorsa settimana tra Pakistan e Arabia Saudita ha di fatto reso Islamabad un garante di sicurezza per gli Stati del Golfo Persico, condizione legata in particolare al fatto che il paese sia dotato della bomba atomica. Attraverso il trattato, Islamabad e Riyad hanno in realtà potenziato e istituzionalizzato una relazione militare bilaterale che ha radici lontane, e che ora non si limiterà più solo a casi specifici. Uno dei punti più rilevanti dell’accordo riguarda l’avvio di una vera e propria cooperazione tra le industrie belliche dei due paesi, con potenziale trasferimento di tecnologie militari avanzate (in questo caso, soprattutto da Riyad verso Islamabad) e coproduzione di armamenti.
Filippine, scontri tra manifestanti e polizia durante le proteste anti-corruzione
Domenica 21 settembre sono andate in scena in varie città delle Filippine delle grandi manifestazioni per protestare contro uno scandalo di corruzione che sta mettendo in crisi di legittimità governo e parlamento [alla questione abbiamo dedicato l’ultimo numero della newsletter dedicata ai sottoscrittori: qui per sapere come ottenerla]. Le dimostrazioni più partecipate si sono tenute nella capitale Manila e sono state perlopiù pacifiche, almeno in mattinata. Nel pomeriggio alcuni manifestanti hanno bruciato il rimorchio di un camion e iniziato a tirare oggetti contro gli agenti di polizia schierati per bloccare il ponte Ayala, che porta verso palazzo Malacañang, la residenza presidenziale. Ne sono nati degli scontri, con un bilancio finale di 76 manifestanti e 129 poliziotti feriti, e oltre 100 persone arrestate (tra cui vari minori).
Le proteste erano state organizzate in risposta alla scoperta di una rete di tangenti e appalti fittizi orchestrata da decine di parlamentari e grandi imprenditori, che nell’ultimo decennio avrebbero dirottato miliardi di dollari di fondi pubblici dai programmi di welfare alla costruzione di progetti per il contenimento delle inondazioni causate dai tifoni. Si è scoperto che buona parte di queste infrastrutture esiste solo su carta: l’accusa è che i parlamentari coinvolti e le aziende appaltatrici si siano messi d’accordo per dividersi i finanziamenti, inventandosi dei progetti fantasma per occultare la spartizione del denaro statale.
