“L’economia giapponese è in condizioni sempre più gravi a causa dell’impatto della diffusione del Covid-19”, così esordisce l’ultimo rapporto della Banca centrale del Giappone del 28 aprile scorso che già registrava una drastica frenata dell’attività economica: dalle esportazioni, alla produzione industriale, fino alla domanda interna, al turismo e all’occupazione. Nel rapporto il calo atteso del prodotto interno lordo per il 2020 si spinge fino al 5 per cento.

Il Giappone allora non era ancora in “lockdown”: solo dal 7 aprile il governo ha raccomandato alle prefetture di chiudere tutto e ai cittadini di restare a casa. Le imprese che hanno potuto hanno messo i propri lavoratori in telelavoro e l’inizio dell’anno scolastico, che in Giappone è in primavera, è stato posticipato.

I dati economici riferiti al periodo gennaio-marzo pubblicati dall’ufficio di gabinetto del governo nella mattinata di ieri sono in linea con le previsioni della Banca centrale. Il PIL è declinato per il secondo trimestre consecutivo: una recessione per gli economisti, che si attendono ora un andamento ancora peggiore per il trimestre in corso (aprile-giugno) a causa del confinamento.

La responsabilità del calo del PIL nell’ultimo trimestre dello scorso anno era stata addebitata alla diminuzione dei consumi dovuta all’aumento dell’imposta sui consumi a ottobre, passata dal dieci all’otto per cento. L’Abenomics – la politica economica del primo ministro Shinzo Abe – sembrava essersi impantanata “su schemi del passato” come accusava a novembre il deputato d’opposizione Kouhei Ohtsuka, un ex dipendente della Banca del Giappone.

Il governatore della Banca centrale Haruhiko Kuroda in un intervento in teleconferenza ha delineato la risposta della Banca centrale: espansione dell’acquisto di titoli di stato per sostenere le nuove emissioni del governo e stabilizzare i tassi di interesse a lungo termine; espansione dell’acquisto di obbligazioni di imprese private e prestiti agevolati alle banche che prestano a loro volta alle piccole e medie imprese, per fornire liquidità e evitare fallimenti.

Il governo ha invece preparato una manovra di aiuti da circa mille miliardi di euro pari ad un quinto del PIL. Per ciascuna famiglia sono previsti centomila yen (circa mille euro) e i governi locali hanno messo a disposizione finanziamenti a tasso zero da restituire su un lungo periodo per varie migliaia di euro. Critiche sono però giunte circa la mancanza di adeguata pubblicità di queste misure.

Gravi sono le conseguenze della recessione anche per i lavoratori. Il principale è la consistente diminuzione dei bonus nella busta paga, che costituisce una parte molto significativa della remunerazione dei dipendenti giapponesi, che la ricevono due volte all’anno ed è basata sui risultati della loro impresa. Vi si aggiungono poi l’attesa pressione verso il basso dei salari, soprattutto nei settori già più svantaggiati, e l’aumento della disoccupazione, soprattutto se i fallimenti dovessero aumentare significativamente.

Nel rapporto della Banca centrale un aspetto positivo viene segnalato dalla Cina, dove le imprese giapponesi interpellate segnalano una buona ripresa della loro produzione. Kuroda nel suo discorso guarda invece più in là: l’innovazione è la possibile opportunità di riscatto di questa crisi. Il paese fino ad ora non avrebbe abbracciato fino in fondo le possibilità offerte dalla tecnologia digitale, per questo la produttività non sarebbe aumentata di molto nonostante la grande innovazione tecnologica disponibile. Per il governatore questo sarebbe il momento adatto per farlo.

[Pubblicato su il manifesto]