Il ruolo della Cina sulla tregua in Iran

In Relazioni Internazionali by Lorenzo Lamperti

Donald Trump riconosce l’azione di Pechino nel convincere Teheran a concordare il cessate il fuoco. Per Xi Jinping si tratta di un successo d’immagine, in vista del summit di metà maggio col presidente americano. Ma la Cina non vuole il ruolo di garante della tregua

La mano è del Pakistan, la mente è (anche) della Cina. La tregua sul conflitto di Stati uniti e Israele contro l’Iran rafforza le credenziali di “potenza responsabile” di Pechino. La spinta maggiore arriva dallo stesso Donald Trump, che subito dopo l’intesa in extremis ha dichiarato all’Afp di ritenere che il governo cinese abbia contribuito a portare Teheran al tavolo negoziale. La tesi è stata confermata dall’agenzia Ap, secondo cui Pechino ha cercato prima di operare attraverso intermediari come Pakistan, Turchia ed Egitto, per poi esporsi in prima persona con contatti diretti. La Cina avrebbe chiesto all’Iran di dare prova di flessibilità e allentare le tensioni, confermano fonti iraniane citate dal New York Times. Da Pechino, che in questi giorni ha anche ospitato colloqui negoziali tra Pakistan e Afghanistan sulla loro crisi, non arriva alcuna smentita. “Abbiamo lavorato in modo attivo per promuovere la pace e fermare i combattimenti sin dall’inizio del conflitto”, ha dichiarato ieri la portavoce del ministero degli esteri, Mao Ning.

D’altronde, la scorsa settimana il ministro degli esteri pachistano Ishaq Dar si è recato in Cina per incontrare l’omologo Wang Yi. Al termine dei colloqui, era stato presentato un piano in cinque punti per promuovere la fine della guerra. Un programma in realtà piuttosto generico, che include principi già menzionati da Pechino su altre crisi internazionali, a partire dalla guerra in Ucraina. Stavolta, però, c’è stata un’azione più concreta. L’Asia occidentale è la regione dove la diplomazia cinese ha ottenuto i risultati più efficaci, anche negli anni scorsi. Due esempi: la facilitazione dell’intesa per il riavvio dei rapporti tra Iran e Arabia saudita, l’ospitalità concessa ai round negoziali delle fazioni palestinesi. Senza dimenticare l’intercessione che ha portato all’ingresso di alcuni paesi della regione in piattaforme multilaterali come i Brics.

Poco dopo l’inizio della guerra, l’inviato speciale Zhai Jun ha visitato i paesi del Golfo. Nelle scorse settimane, Wang ha tenuto 26 colloqui con tutti i governi della regione, Iran e Israele inclusi. Lo sforzo si è fatto apparentemente ancora maggiore dopo che Trump aveva chiesto l’invio di navi da guerra per proteggere le rotte marittime della regione. Pechino non poteva certo esaudire la richiesta, sia per i suoi rapporti con Teheran sia per la sua storica pretesa di neutralità e non utilizzo della forza nelle crisi internazionali. Si tratta della stessa scusa con cui la Cina, insieme alla Russia, ha posto il veto alle Nazioni unite contro la risoluzione per la riapertura forzata di Hormuz. Sullo Stretto, peraltro, il sistema di pedaggi imposto dai pasdaran ha sin qui previsto pagamenti in stablecoin o in yuan cinesi, in ossequio al desiderio di de dollarizzazione.

Allo stesso tempo, per la Cina mostrarsi disponibile e attiva alla mediazione è servita come una risposta indiretta: Pechino è pronta ad aiutare, ma attraverso la diplomazia. Il fatto che Trump abbia dato per primo rilevanza all’azione cinese è un segnale che anche la Casa bianca tiene a stabilizzare la tregua commerciale siglata lo scorso ottobre a Busan, in vista del summit con Xi Jinping previsto per metà maggio. Attenzione, però, perché la Cina non intende ricoprire il ruolo di garante della sicurezza e stabilità della tregua. Pechino tiene a mantenere una “giusta distanza” dall’Iran, non solo per tutelare il rapporto con gli altri paesi della regione, ma anche per non legare la sua immagine a potenziali rotture del cessate il fuoco o a una mancata riapertura dello Stretto di Hormuz.

Di Lorenzo Lamperti

[Pubblicato su il Manifesto]