Protagoniste del settore minerario sono le aziende di Stato (la National Gold Group Corporation da sola detiene il 20% della produzione nazionale), che oltre all’oro, diversificano le loro strategie puntando anche su terre rare e altri minerali. Per il resto poco trapela dell’organizzazione delle più di 3,389 miniere sparse a macchia di leopardo tra Shandong, Henan, Fujian, Liaoning Mongolia interna e di quelle di recente scoperte nel Guizhou, Yunnan e Tibet.

Se possibile ancora meno si conosce delle piccole e medie miniere artigianali, comuni non solo all’estrazione dell’oro ma all’intero settore minerario, per lo più realtà illegali che spesso si installano ai margini delle miniere ufficiali, e dove i minatori, il più delle volte contadini, lavorano in condizioni estreme, privi di macchinari e spesso dei minimi rudimenti del mestiere.

Una notizia però è trapelata lo scorso anno ed è che lo Shandong Gold Group, conglomerato minerario di stato, ha scoperto quello che potrebbe essere il più grande deposito di oro del paese (l’equivalente del 20% delle riserve nazionali). Proprio nell’omonima regione, nella zona di Jiaodong, esiste quella che è ritenuta dai geologi una condizione unica al mondo: rocce relativamente vecchie alle quali corrispondono depositi d’oro con un’età di mineralizzazione molto più recente. Un vero dilemma per gli specialisti del settore e una manna per la Cina che non riesce a coprire il proprio fabbisogno e deve guardare all’estero per soddisfarlo.  Di qui gli imponenti investimenti in progetti minerari che il paese effettua da anni in diversi paesi africani, asiatici e sud americani con esiti spesso problematici.

Che sia prodotto o importato nel paese, l’oro cinese va a nutrire comparti industriali come quello tecnologico e manifatturiero ma soddisfa anche la richiesta di investimenti sicuri di una classe media che solo a partire dal 2004 ha potuto possedere a titolo privato il metallo prezioso.

Le più recenti stime rese note dal World Gold Council parlano di 20.5 tonnellate di oro prodotte nel 2017 e all’inizio dello stesso anno il Ministero dell’Industria e dell’Informazione ha dichiarato di voler mantenere una crescita annua del settore del 3%. Previsioni che dovranno essere riviste al ribasso, almeno per ora, dal momento che nel primo semestre del 2017 la produzione cinese è calata del 7.9% rispetto all’anno precedente che pure era stato il primo anno di declino produttivo negli ultimi 17 anni. Il calo è imputabile allo sforzo avviato dal governo verso un consolidamento della struttura industriale e che coinvolge anche il settore. Parte delle miniere considerate obsolete sono state chiuse come risultato di uno sforzo di efficientamento e in conseguenza dell’inasprimento delle regolamentazioni ambientali per raggiungere gli obiettivi “green” prefigurati durante l’ultimo Congresso del partito comunista.

Uno sforzo, quello di adeguarsi agli standard esistenti in materia ambientale e di trasparenza della catena di approvvigionamento che muove dalla pressione di giganti dell’IT  e non solo che in Cina producono e che a loro volta sono sotto il continuo scrutinio di organizzazioni internazionali e non governative. Presente e attivo interlocutore  sui tavoli di discussione internazionali, come quello dell’OCSE – ente emanatore delle Linee Guida per il comparto minerario e oro – la Cina é però spesso impegnata a tradurre in “circostanze cinesi” qualsiasi tentativo di regolamentazione che sappia di ingerenza esterna. Da qui la nascita di linee guida ad hoc per la produzione responsabile di minerali sia in Cina sia negli investimenti esteri in aree ad alto rischio o di conflitto, redatte sulla falsariga di quelle dell’OCSE e dei Principi Guida delle Nazioni Unite sul business e i diritti umani. Su come queste vengano implementate, quantomeno a livello domestico, rimane però un grande punto di domanda.