Il filo rosso tra Ucraina e Corea

In Relazioni Internazionali by Lorenzo Lamperti

L’asse con Mosca rafforza Kim, Trump manda segnali a Pyongyang ridimensionando le esercitazioni con Seul e Lee offre colloqui di pace. Il conflitto ridisegna gli equilibri tra le due Coree

Grande è la confusione sotto il cielo della penisola coreana, ma a Seul e dintorni la situazione non sembra eccellente. Nei giorni scorsi, un gruppo di soldati nordcoreani ha oltrepassato la linea di demarcazione lungo la zona demilitarizzata tra le due Coree. Le truppe sudcoreane hanno risposto con spari di avvertimento. È la prima volta che accade nel 2026, dopo le 17 dell’anno scorso. Stavolta, l’episodio si inserisce in un contesto particolarmente fluido. Nel giro di pochi giorni si sono succeduti nuove richieste di armi da Kiev, l’ampliamento dell’alleanza Pyongyang-Mosca, l’avvio delle esercitazioni congiunte tra Corea del sud e Stati uniti, il loro ridimensionamento da parte di Donald Trump.

Il punto di partenza è il coinvolgimento della Corea del nord nella guerra in Ucraina, che di fatto collega direttamente Europa e Asia orientale. Dopo l’accordo di mutua difesa siglato da Kim Jong-un e Vladimir Putin nel 2024, Pyongyang avrebbe inviato circa 14 mila militari, milioni di proiettili di artiglieria e centinaia di missili. Alcuni sarebbero stati utilizzati dalla Russia negli ultimi attacchi su Zaporizhzhia. Kiev sostiene che Mosca si starebbe preparando a ricevere fino ad altri 50 mila soldati nordcoreani. Di certo, Mosca e Pyongyang stanno completando la costruzione del loro primo valico stradale: un ponte sul fiume Tumen che affiancherà l’unica ferrovia esistente e renderà più rapidi gli scambi, facilitando l’elusione della sorveglianza satellitare.

Oltre alla possibilità di testare uomini e armi in combattimento, in cambio del sostegno militare la Corea del nord riceve benefici economici e, secondo Seul, trasferimento tecnologico in settori strategici come quello satellitare. Non solo. Da circa un anno il Cremlino appoggia esplicitamente il programma atomico di Kim, che il regime vede come unica garanzia di sicurezza. Convinzione rafforzata dalla cattura di Maduro in Venezuela e dall’uccisione di Khamenei in Iran. Il supporto di Mosca rafforza la posizione negoziale del leader supremo, che ha ribadito a più riprese a Stati uniti e Cina che sulla denuclearizzazione non ha più intenzione di discutere.

Domenica, in uno scambio di messaggi per l’anniversario della resa del Giappone, Putin e Kim si sono ripromessi di approfondire ulteriormente la “cooperazione in tutti i settori”. Un messaggio ai vicini asiatici, amici e nemici, inviato subito dopo l’inedita visita del presidente russo alle Curili che ha riacceso la disputa con Tokyo. E subito prima delle esercitazioni congiunte annuali tra America e Corea del sud, iniziate ieri e che Pyongyang etichetta “preparativi all’invasione”, minacciando un “nuovo livello di deterrenza”. L’Ucraina sta utilizzando questi argomenti per chiedere aiuti militari diretti, ma Seul per ora li nega, citando una vecchia legge che impedisce le spedizioni di armi a paesi in guerra.

A rafforzare ulteriormente la posizione di Kim potrebbe contribuire Trump, che a poche ore dall’inizio delle manovre ne ha chiesto il ridimensionamento al Pentagono, come già aveva fatto nel suo primo mandato. “Sono troppo costose e mandano un segnale ostile a un paese non minaccioso e rispettoso”, ha scritto il presidente americano su Truth, dove aver ribadito che con Kim va “d’accordissimo” e accusato Seul di non aver supportato “gli sforzi per la denuclearizzazione dell’Iran”. Un modo per ribadire la volontà di riaprire il dialogo con Kim, suggerendo un potenziale abbandono dell’obiettivo di smantellamento del suo arsenale. Senza contare il segnale di incertezza sulla tenuta dell’alleanza e dell’interoperabilità tra le forze armate.

Eppure, la risposta sudcoreana è stata cauta. Alla Corea del sud non dispiacerebbe la riapertura del dialogo tra Casa bianca e Pyongyang. Anzi, con l’arrivo del presidente democratico Lee Jae-myung il disgelo intercoreano è un obiettivo prioritario, dopo che il predecessore trumpiano Yoon Suk-yeol è stato condannato per aver inviato droni oltre confine allo scopo di creare una crisi militare che potesse giustificare la sua legge marziale. Sabato, Lee ha proposto a Kim dei colloqui per mettere formalmente fine alla guerra di Corea, conclusa nel 1953 con un armistizio senza trattato di pace. Nel farlo, non ha citato la denuclearizzazione, menzionando solo “misure per arrestare l’avanzamento delle capacità nucleari” di Pyongyang.

Preoccupata dai contropiede unilaterali di Trump, Lee pare voler sondare la disponibilità della Cina a favorire il processo. Nei giorni prossimi è atteso a Seul il ministro degli esteri cinese Wang Yi. Pechino teme che l’alleanza Kim-Putin rafforzi nel medio periodo la presenza americana in Asia, giustificando il riarmo giapponese. Ma la possibilità che Xi Jinping possa farsi garante di una “gestione” dello sviluppo atomico nordcoreano è complicata dal ruolo della Russia.

Di Lorenzo Lamperti

[Pubblicato su il Manifesto]