“Non c’è nemmeno un goccio d’acqua“. E’ difficile credere alle parole di Hui Chunjie, la trentacinquenne intervistata dalla rivista digitale Sixth Tone che lo scorso inverno ha deciso di lasciare il villaggio d’origine per trasferirsi nella contea di Si, nella provincia centrale dello Anhui, zona orientale della Cina. Ogni giorno Hui è costretta a trasportare un contenitore di acqua filtrata per quattro rampe di scale per far fronte alla carenza di risorse idriche che talvolta lascia a secco la zona anche per dieci giorni di fila. Pensare che trent’anni fa la contea, situata nel delta dello Yangtze in prossimità del lago Hongze, il quarto bacino d’acqua dolce più grande del Paese, aveva risorse sotterranee in grado di riempire 420mila piscine olimpioniche.

Mentre non tutto il paese vive lo stato d’emergenza dello Anhui, secondo gli esperti, circa due terzi delle città cinesi sono costantemente minacciate dalla carenza d’acqua. Il problema è più evidente a Nord. La pianura settentrionale, al cui margine nord-orientale si trova Pechino, ospita il 42% della popolazione nonostante abbia appena il 7% delle riserve d’acqua nazionali. Di contro, la Cina meridionale si avvale di quattro quinti delle risorse idriche complessive, di cui la maggior parte localizzata proprio attorno al bacino dello Yangtze.

Oggi però il livello dei pozzi locali è sceso dagli 80mila litri del 2005 agli attuali 10mila, tanto che la contea si trova a gestire un deficit di 20 milioni di litri d’acqua, pari alla domanda di due terzi della popolazione locale. Nei mesi estivi, quando la richiesta aumenta, le risorse vengono razionate e rese disponibili due ore alla mattina, a mezzogiorno e alla sera. Ma per chi, come Hui, abita al quinto piano lo scenario è anche più tragico a causa del crollo della pressione dell’acqua, che di fatto lascia a secco i piani alti.

Mentre i residenti aggirano il problema ricorrendo a taniche e pompe elettriche, ospedali e scuole hanno cominciato a scavare i propri costosi e poco efficaci pozzi da circa 15mila dollari l’uno. Con il risultato che “anche scendendo a una profondità di 150 metri non è detto si riesca a ottenere forniture stabili”, spiega a Sixth Tone Zhang Yue, il funzionario incaricato di gestisce l’impianto idrico di Si.

La carenza d’acqua affligge da tempo la contea, soggetta a sporadici periodi di siccità. Ma è soltanto dallo scorso anno che il problema ha raggiunto trasversalmente tutta l’area. Il motivo va ricercato parzialmente nell’impossibilità di attingere a fiumi e falde acquifere più superficiali a causa dell’alto grado di contaminazione. Il rapido processo di urbanizzazione, ravvisabile nelle onnipresenti file di condomini in costruzione, concorre ad aggravare la penuria. Un tempo abitata da circa 35mila persone, la contea ha visto lievitare la propria popolazione di dieci volte dal 1996 a oggi sulla scia delle politiche governative che individuano in cemento e mattoni il volano della crescita economica.

Le città sono sinonimo di produttività e incremento dei consumi interni. Con il risultato che se nel 1978 un cinese su cinque viveva nelle zone urbane, oggi a risiedervi è quasi il 60% della popolazione. Va da sé che all’aumento demografico corrisponde uno sfruttamento più intensivo delle risorse. Secondo He Shouyang, professore associato dell’Università del Guizhou, nel 2016 le campagne hanno consumato giornalmente soltanto un terzo dei 220 litri di acqua utilizzati nelle città. Lo scarto va attribuito all’impiego di docce ed elettrodomestici, come lavatrici e lavastoviglie.

Ecco che proprio l’assetato Nord diventa fonte d’ispirazione per le autorità della contea di Si. Entro il prossimo giugno, un impianto per il trattamento delle acque dovrebbe collegare Suzhou, il centro amministrativo locale, alle risorse del fiume Huai, più a Sud, attraverso un sistema di condotte. Riproduzione in scala minore del ciclopico progetto di diversione delle acque (il South North Water Transfer Project), avviato nel 2002 per dissetare le zone industriali del paese, grazie a una serie di canali e acquedotti, che andrà a servire quasi 500 milioni di persone. Un’opera mastodontica, paragonata da molti alla Grande Muraglia, che pomperà 44,8 miliardi di metri cubi d’acqua all’anno dal letto dello Yangtze verso l’arido Nord per 4.350 chilometri.

Le critiche non mancano. Ad oggi due delle tre tratte previste dal progetto sono già in funzione ma con costi due volte superiori a quanto preventivato inizialmente. Senza contare che al momento la capacità delle condotte è in grado di rispondere soltanto a un ottavo delle esigenze della Cina settentrionale. Interrogativi analoghi offuscano il progetto di Suzhou. Una volta sborsati gli 1,36 miliardi di yuan necessari, la contea tornerà veramente a vedere l’acqua?

di Alessandra Colarizi

[Pubblicato su Il Fatto quotidiano online]