jimmy lai

Hong Kong, attesa la sentenza su Jimmy Lai

In Cina, Economia, Politica e Società by Lorenzo Lamperti

Oltre cinque anni dopo l’introduzione della legge di sicurezza nazionale, si attende la sentenza per il magnate dell’editoria accusato di sedizione e “collusione con forze straniere”

A Pechino, la chiamano “stabilità riconquistata”A Hong Kong, molti la definiscono “identità cancellata”. Il 30 giugno 2025 ha segnato il quinto anniversario dall’entrata in vigore della legge sulla sicurezza nazionale imposta dalla Cina continentale all’ex colonia britannica. Una mossa giunta dopo le enormi proteste anti governative del 2019 e la dura repressione delle autorità. Dopo le manette della polizia, la legge di sicurezza nazionale ha consegnato al governo locale un arsenale normativo quasi infinito per prendere di mira gli oppositori. La normativa del 2020 criminalizza secessione, sovversione, terrorismo e collusione con forze straniere, con pene fino all’ergastolo. A questa si è aggiunta nel 2024 l’ulteriore stretta dell’Articolo 23, che ha ampliato il campo d’azione per includere reati come tradimento e sedizione. I numeri parlano chiaro: oltre 330 persone arrestate, 165 condannate, e solo due assoluzioni in cinque anni.

In molti sperano che possa essercene presto una terza, anche se potrebbe rivelarsi un’ipotesi remota. Il nome in questione è quello di Jimmy Lai, il magnate ed editore accusato di aver sostenuto le proteste col suo media Apple Daily. E, soprattutto, di averlo fatto con una “connivenza” con entità straniere. Andiamo per ordine. Lai è una delle figure più note della Hong Kong contemporanea. Nato in Cina continentale nel 1947, fuggì da ragazzo verso l’allora colonia britannica e da lì iniziò una carriera imprenditoriale che lo rese molto ricco, prima nella moda, poi nel settore dei media. Dopo aver fondato la catena di abbigliamento Giordano, negli anni Novanta si concentrò sul giornalismo, dando vita a Next Digital e soprattutto al quotidiano Apple Daily, diventato presto uno dei giornali più letti e influenti della città. La linea editoriale era chiara: difesa delle libertà civili, critica al Partito comunista cinese e sostegno esplicito al movimento pro-democrazia di Hong Kong. Per questo Lai è stato a lungo considerato non soltanto un imprenditore, ma un simbolo politico.

Il punto di svolta arriva con l’introduzione della Legge sulla sicurezza nazionale, di cui Lai diventa presto uno dei bersagli principali. Le accuse più gravi che gli sono state rivolte riguardano la “collusione con forze straniere”, ovvero il presunto coinvolgimento in attività volte a sollecitare pressioni internazionali o sanzioni contro la Cina e le autorità di Hong Kong. Secondo l’accusa, Lai avrebbe usato la sua posizione e i suoi contatti per incoraggiare governi stranieri a intervenire negli affari interni della città, un reato che la legge sulla sicurezza nazionale punisce con pene molto pesanti, fino all’ergastolo.

Accanto a questo capo d’imputazione, Lai deve affrontare anche accuse di sedizione. Qui il riferimento è alla pubblicazione di articoli, editoriali e commenti su Apple Daily ritenuti “sediziosi”, cioè capaci di fomentare odio o disprezzo verso le autorità. Per sostenere queste accuse, i pubblici ministeri hanno fatto ricorso a norme di epoca coloniale, riesumate e applicate in modo combinato con la nuova legislazione sulla sicurezza. In entrambi i casi, il magnate si è dichiarato non colpevole. La difesa insiste sul fatto che le azioni contestate siano espressione di opinione politica, attività giornalistica legittima e critica verso il potere, elementi che dovrebbero essere tutelati dal diritto internazionale e dalla stessa Basic Law di Hong Kong. In parallelo, l’imprenditore ha subito procedimenti per reati considerati “ordinari”: condanne per frode legate alla gestione dei suoi uffici e all’uso irregolare di spazi commerciali, e pene detentive per aver preso parte a manifestazioni definite “non autorizzate”. Si tratta, secondo i suoi sostenitori, di una strategia per sommergerlo di imputazioni diverse e impedire che resti una voce libera.

Il processo più importante, quello per collusione con potenze straniere e sedizione, è iniziato nel gennaio 2024 ed è tuttora in corso. Lai si trova in carcere da quasi 1700 giorni. Se condannato, rischia l’ergastolo. Ma i suoi sostenitori e familiari, a partire dal figlio, hanno più volte denunciato i suoi problemi di salute, manifestando timori sul fatto che l’editore possa morire in cella. Nel procedimento giudiziario, che ha subito molti rinvii, Lai ha testimoniato per oltre cinquanta giorni, negando ogni accusa e rivendicando la natura pacifica e politica del suo impegno. La procura, invece, ha portato come prove oltre 160 articoli, post e interviste, cercando di dimostrare un disegno coordinato per indebolire l’autorità cinese e spingere l’opinione pubblica internazionale ad agire contro Pechino. La difesa ha contestato la credibilità di alcuni testimoni chiave, denunciando persino che alcune testimonianze sarebbero state estorte con la tortura durante detenzioni in Cina continentale.

La vicenda ha assunto un valore simbolico che va oltre il destino personale del magnate. La chiusura forzata di Apple Daily e il processo contro il suo fondatore rappresentano, per molti, il punto di non ritorno della libertà di stampa a Hong Kong. La mobilitazione internazionale è cresciuta: Stati Uniti e Unione Europea hanno chiesto la liberazione di Lai, e persino Donald Trump ha dichiarato di aver sollevato la questione nei colloqui con la Cina. Pechino, però, risponde accusando l’Occidente di ingerenza negli affari interni e ribadendo la necessità di “stabilità” e “sicurezza nazionale”.

Le arringhe finali si sono concluse il 28 agosto. I giudici stanno ora deliberando. Non è ancora stata fissata una data precisa per la sentenza, che dovrebbe comunque arrivare nelle prossime settimane.

Il caso di Jimmy Lai non è isolato, ma si inserisce in un contesto più ampio. Dopo le misure normative degli ultimi anni, l’opposizione parlamentare è completamente scomparsa. La legge elettorale patriottica ha di fatto messo fuori gioco tutti coloro che non promettono fedeltà al governo di Pechino. A febbraio si è sciolto il Partito democratico, storico baluardo dell’opposizione. Solo pochi mesi fa è toccato alla Lega dei Socialdemocratici, l’ultimo partito d’opposizione attivo, dopo l’arresto e la condanna del suo fondatore Leung Kwok-hung.

Ma la legge di sicurezza nazionale ha di fatto azzerato anche l’opposizione civile. Lo scorso novembre, sono stati condannati 45 attivisti pro democrazia. La condanna più dura, 10 anni, è stata per il giurista Benny Tai. Joshua Wong, ex studente e volto internazionale delle proteste, doveva uscire dal carcere a inizio 2027 ma poche settimane fa ha ricevuto nuove accuse e rischia un’altra condanna. Decine di gruppi della società civile, compresi sindacati e mezzi di comunicazione sono stati costretti a chiudere. Da ultimo è toccato alla storica ONG China Labour, punto di riferimento per le lotte sul lavoro.

Le autorità sostengono che la legge di sicurezza nazionale abbia ristabilito la stabilità e attratto investimenti, come dimostra il recente aumento delle quotazioni in Borsa. Ma dietro la normalizzazione c’è un’omologazione che ha eroso l’unicità di Hong Kong.

Di Lorenzo Lamperti

[Pubblicato su GariwoMag]