Il legame perverso tra calcio e real estate accresce i timori per una bolla del pallone. In almeno 11 società su 16 si contano interessi riconducibili al mattone


di Andrea Pira

La marcia bianco verde è stata bloccata a Sanlintun, quartiere dei locali della capitale cinese. È l’ottobre 2009. Il Beijing Guo’ann è appena diventato per la prima volta campione di Cina. I tifosi si riversano lungo la Gonti Lu, la via dello Stadio dei lavoratori che ospita le partite del club. Viene anche sfasciata una Mercedes nera targata Tianjin. Qualcosa del genere accadrà anche tre anni dopo. Ma questa volta a farne le spese sarà una Jaguar nera, sempre con targa della municipalità ad appena una mezz’ora di treno da Pechino.

Quello del 2009, al momento, è anche l’ultimo titolo del Guo’an. Esclusa la parentesi dello Shandong Luneng nel 2010, gli ultimi sei campionati hanno conosciuto soltanto lo strapotere dei cantonesi del Guanzhou Evergrande, forti degli investimenti messi dall’omonimo gruppo immobiliare, che assieme a Vanke si contende lo scettro di leader nel settore, e dal 2014 i del sostegno di mr. Alibaba, Jack Ma.

Sette anni senza vittorie non hanno comunque impedito alla squadra della capitale di attirare l’attenzione del gruppo del real estate Sinobo Land, che nei mesi corsi ha rilevato dalla conglomerata statale Citic il 64% della società, portando in questo modo la valutazione della squadra a 750 milioni di euro. Per dare un metro di paragone è più di quanto valgano Milan e Atletico Madrid, club di tutt’altro blasone sui quali si sono allungate le mire dei magnati e della finanza d’oltre Muraglia.

A detta di alcuni addetti ai lavori l’operazione è l’ennesimo segnale del rischio che la marcia per trasformare la Cina in una potenza del pallone possa alla fine risolversi in una bolla economica. Di sicuro è l’ennesimo esempio di un gruppo immobiliare o delle costruzioni che decide di puntare sul calcio.

Dando uno sguardo alle proprietà delle squadre della China Super League che ha preso il via lo scorso 2 marzo, in almeno 11 società su 16 si contano interessi riconducibili al mattone. “Gli investitori guardano ai club come a un possibile catalizzatore per un ulteriore sviluppo delle città e delle aree attorno agli stadi», scrivevano lo scorso ottobre gli analisti di Nielsen.

“Il comparto del real estate si basa sulla capacità di costruire su terreni che inevitabilmente appartengono allo Stato. Quindi per tirare su qualsiasi genere di struttura occorrono i permessi per usare il terreno e per costruire”, spiega al manifesto il professor Simon Chadwick, docente alla Salford Business School di Manchester e tra i massimi esperti mondiali di calcio in Cina e dei legami tra pallone ed economia, “Mostrarsi a sostegno della politica governativa sul calcio vuol dire avere maggiori possibilità di ricevere i permessi. La Cina funziona così: il governo fa un decreto e si attende che gli imprenditori si adeguino, se ciò non avviene possono sorgere difficoltà”.

Da quando nel 2015 il presidente Xi Jinping ha proclamato l’obiettivo di portare la Cina al top del calcio, passando per l’organizzazione di un’edizione del Mondiale, sulla China Super League sono piovuti milioni di dollari, capaci di portare nella Repubblica popolare campioni strappati ai principali campionati europei. Nel 2016, dicono i dati della Fifa Tms, il calciomercato cinese è stato il quinto più ricco al mondo, preceduto soltanto dalla Premier League, dalla Bundesliga tedesca, dalla Liga spagnola e dalla Serie A italiana. Complessivamente i club cinesi hanno speso 541,3 milioni di dollari, con un incremento del 344,4% rispetto all’anno prima.

Un attivismo che ha messo in guardia le stesse autorità di Pechino preoccupate per le spese pazze dei magnati del pallone (e del mattone). L’arrivo oltre Muraglia di Hulk per 55 milioni di dollari, Oscar per 60 milioni, Pato per 18, Witsel per 20, Pellé per 15 e Tevez per 25 milioni (soltanto per citare i nomi più conosciuti) è considerato un modo per dare blasone e spessore al torneo Alla Cina occorre però coltivare talenti propri, in grado di rimpolpare una nazionale che vivacchia all’86esimo posto del ranking mondiale. La Federcalcio cinese e l’Autorità per l’amministrazione dello sport hanno pertanto posto un tetto alle spese che le squadre possono sostenere per il calciomercato e ridotto il numero di stranieri che si possono avere in rosa. Mosse che vanno di pari passo all’enfasi posta sulla formazione.

Lo scorso maggio il governo ha messo nero su bianco un piano in 50 punti, con l’obiettivo di 70mila nuovi campi da gioco e 50 milioni di calciatori entro il 2020. Obiettivi che diventano altrettante opportunità d’affari. Il prossimo settembre il Barcellona aprirà una propria scuola calcio. Il Blaugrana hanno siglato un accordo con il gruppo immobiliare Missione Hills per creare un’accademia capace di accogliere fino a 1.000 allievi tra i sei e i 18 anni. Valore dell’operazione, secondo quanto riporta il Guardian: 8,5 milioni di dollari.

L’Inter si muove allo stesso modo. Come riportato a inizio febbraio da Milano Finanza, i milanesi di proprietà del gruppo cinese Suning sono in trattativa con la scuola Bayi di Pechino, legata all’esercito, per una collaborazione nel campo dell’insegnamento del calcio. Lo scorso 22 marzo Bayern Monaco e Wolfsbug hanno invece aperto uffici di rappresentanza sul suolo cinese, rispettivamente a Shanghai e nella capitale, per meglio raggiungere la propria base di tifosi, che almeno per quanto riguarda i campioni di Germania è già 136 milioni di sostenitori.

Tanto entusiasmo e tanto attivismo hanno comunque fatto suonare il campanello d’allarme per il rischio di una corsa agli investimenti condotta senza criterio. Considerato l’interesse del vertice stesso del Paese la sostenibilità di tale cavalcato può comunque essere considerata assodata, commenta Chadwick: “Per la Cina il calcio non è soltanto uno sport. Al contrario è considerato un settore industriale nel quale investire e il cui sviluppo segue il cammino che abbiamo visto nella crescita dell’elettronica, dell’ingegneria e della finanza. L’esposizione dello stesso Xi è stata tale che se dovesse fallire, potrebbe correre il rischio di perdere la faccia. Non permetterà che questo accada”.

A questo punto occorrerà vedere come i club sapranno adattarsi. “Al momento non sono sicuro che vedano sé stessi come produttori di fatturato. Non nascono infatti per fare profitto, dunque sarà interessante capire come cresceranno nei prossimi anni”, aggiunge il professore britannico. Anche perché il grosso delle entrate arriva dagli ingressi allo stadio. Mentre le sponsorizzazioni (che di solito coincidono con la proprietà) e il merchandising sono quasi assenti (pesa la contraffazione ).

La base da cui partire sono i bilanci dell’ultima stagione: i campioni del Guangzhou Evergrande, emerge da un’analisi di Calcio e Finanza, hanno avuto un giro d’affari di 52 milioni di dollari e un tasso di riempimento del 79% dell’impianto. Il Jiangsu Suning ha incassato 36 milioni, ma lo stadio è stato sfruttato in media per appena un terzo degli oltre 61mila posti. Quanto allo Shanghai SIPG (di proprietà dell’autorità portuale) il fatturato è stato di 37 milioni, 7 in più del Guo’an. I cui tifosi sono anche tra i più affezionati e infervorati.

Scritto per il manifesto