Al vertice in Kirghizistan, l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai rafforza la sua proiezione globale. Condanna delle sanzioni e supporto politico all’Iran, ma le misure operative sono ancora limitate. Xi fa aspettare ancora Putin sul Power of Siberia 2
Un ordine mondiale multipolare non è più un auspicio, ma un “processo storico irreversibile”. Xi Jinping sceglie questa formula a Bishkek per fissare la proiezione globale della Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, SCO. Nata nel 2001 per stabilizzare le frontiere post-sovietiche e contrastare terrorismo, separatismo ed estremismo, la SCO vuole ormai pesare sulla governance globale. Non solo sicurezza, ma finanza, energia, trasporti, intelligenza artificiale, catene logistiche e riforma delle istituzioni internazionali. Con Cina, Russia, India, Pakistan, Iran, Bielorussia e quattro repubbliche dell’Asia centrale allo stesso tavolo.
La proiezione cresce però più velocemente della capacità operativa. A Bishkek vengono adottati 28 documenti, rafforzate le strutture di sicurezza e messe in cantiere nuove iniziative economiche e tecnologiche. La Dichiarazione finale condanna le “misure coercitive unilaterali”, chiede più peso per i Paesi in via di sviluppo nelle istituzioni finanziarie internazionali e offre sostegno politico all’Iran. Ma ancora non nasce la Banca di sviluppo, non viene creato un meccanismo comune contro le sanzioni secondarie americane e la proiezione operativa del gruppo mosta ancora dei limiti. La stessa Dichiarazione precisa d’altronde che la SCO “non è un blocco politico-militare”. Non un’alleanza in stile Nato, dunque, ma una rete di relazioni che la Cina può comunque utilizzare come capitale politico. A maggior ragione in una fase dove gli Stati Uniti di Donald Trump fanno vacillare alcune delle loro storiche alleanze.
Xi e la SCO del mondo multipolare
Durante la sessione plenaria del summit, Xi porta la discussione direttamente sul piano dell’ordine internazionale. Venticinque anni fa, ricorda, la SCO nacque dalle “profonde lezioni della Guerra fredda” e dalla necessità di tutelare sovranità, sicurezza e sviluppo. Ora deve assumersi la sua “responsabilità storica” davanti allo scontro tra multilateralismo e unilateralismo, cooperazione e giochi a somma zero. Rivendica lo “spirito di Shanghai”, fatto di fiducia e beneficio reciproci, uguaglianza, consultazione e rispetto delle diverse civiltà. Soprattutto, indica come tratto distintivo della SCO la convivenza “senza alleanze, senza confronto e senza prendere di mira terze parti”.
È il modello con cui Pechino distingue la propria proiezione dal sistema delle alleanze americane. Nessuna Nato eurasiatica, nessun obbligo di difesa collettiva. Una rete abbastanza larga da tenere insieme Paesi che non condividono una politica estera comune e hanno rapporti molto diversi con Washington. Xi chiede più coordinamento contro minacce tradizionali e non tradizionali, interferenze esterne e le “tre forze del male”, ma accompagna il discorso sulla sicurezza con un’offerta soprattutto economica e tecnologica. La Cina istituirà un Centro internazionale di cooperazione per le applicazioni dell’intelligenza artificiale, un Centro di cooperazione economica portuale Cina-SCO a Tianjin e realizzerà cento progetti scientifici e tecnologici con gli altri membri nei prossimi tre anni. Previsto anche un centro per la cooperazione nell’istruzione di base.
Putin: multipolarismo, finanza e memoria della guerra
Vladimir Putin parte dalla storia. Ricorda che il primo settembre coincide con l’anniversario dell’invasione tedesca della Polonia del 1939 e invita a impedire che provocazioni e scontri politici producano nuovamente le condizioni per un conflitto armato. Poi passa al presente. La SCO, sostiene, sta diventando una forza sempre più influente dell’ordine multipolare. Gli scambi tra i membri si avvicinano ai mille miliardi di dollari e Mosca vuole accelerare sulla cooperazione economica e finanziaria, a partire dalla prospettata Banca di sviluppo. Per la Russia, colpita dalle sanzioni e costretta dalla guerra in Ucraina a ridisegnare verso est una quota crescente dei propri flussi commerciali ed energetici, strumenti finanziari meno esposti al dollaro hanno un valore immediato. Mosca spinge più di altri perché la convergenza politica della SCO produca anche infrastrutture economiche alternative.
Modi: terrorismo e autonomia strategica
Narendra Modi riporta la plenaria a uno dei dossier originari dell’organizzazione. Bisogna “smantellare l’intero ecosistema del terrorismo”, dal finanziamento al reclutamento, dalla radicalizzazione ai rifugi sicuri. E nella lotta al terrorismo, avverte, non possono esserci “doppi standard”. Il Pakistan resta sullo sfondo. India e Pakistan siedono nella stessa organizzazione di sicurezza senza condividere pienamente nemmeno la definizione delle minacce terroristiche. È una delle contraddizioni che accompagnano la SCO sin dall’allargamento ai due rivali nucleari. La presenza di Modi ha però un peso che supera l’agenda antiterrorismo. Il disgelo tra India e Cina riduce uno degli ostacoli principali alla capacità delle piattaforme multilaterali non occidentali di guadagnare spazio. Nuova Delhi non entra nell’orbita di Pechino e continua a coltivare relazioni strategiche con Stati Uniti, Europa e Giappone, ma rivendica la libertà di sedersi allo stesso tavolo con Xi, Putin e Pezeshkian senza scegliere un campo.
Pezeshkian porta l’Iran sotto attacco
Masoud Pezeshkian parla a Bishkek con un’urgenza diversa. Denuncia unilateralismo, sanzioni e uso della forza, definisce gli attacchi condotti da Stati Uniti e Israele contro l’Iran una “chiara violazione” della Carta delle Nazioni Unite e sostiene che gli sviluppi dall’Iran al Libano, da Gaza alla Cisgiordania mostrino quanto gli approcci fondati sulla forza stiano mettendo a rischio la stabilità regionale e globale.
Lascia però aperta la porta al negoziato. Se Washington tornerà a rispettare gli impegni dell’intesa provvisoria di giugno, Teheran è pronta a fare altrettanto immediatamente. Pezeshkian insiste su cooperazione, rispetto della sovranità, non ingerenza e rifiuto degli approcci coercitivi. A Bishkek ottiene soprattutto che una parte di questo linguaggio entri nella posizione collegiale della SCO.
Lukashenko vuole accelerare sulla banca
Il presidente bielorusso Alexander Lukashenko è tra quelli che spingono maggiormente verso nuovi strumenti comuni. Propone una nuova architettura di sicurezza eurasiatica e definisce la SCO un possibile “centro eurasiatico del nascente ordine mondiale multipolare”. Sul piano economico chiede la rapida istituzione della Banca di sviluppo e un maggiore utilizzo delle valute nazionali nei pagamenti reciproci. Aggiunge uno spazio digitale comune e sicuro, maggiore cooperazione su intelligenza artificiale e cybersicurezza e un fondo scientifico dell’organizzazione. Per Minsk, come per Mosca e Teheran, la riduzione dell’esposizione all’architettura finanziaria occidentale è legata direttamente all’esperienza delle sanzioni.
Tokayev candida il Kazakistan a sede della banca
Kassym-Jomart Tokayev rende ancora più concreta la proposta. Il Kazakistan sostiene la Banca di sviluppo, suggerisce di concentrare i finanziamenti su infrastrutture, tecnologia e industria e si candida a ospitarne la sede qualora venga raggiunto il consenso tra i membri. Astana vuole anche meno barriere commerciali, procedure digitalizzate e una rete logistica più integrata. Tokayev propone consorzi industriali pilota che permettano ad alcuni Paesi di avviare progetti senza attendere ogni volta l’adesione di tutti, per estendere eventualmente agli altri quelli che funzionano.
Il problema del consenso entra così direttamente nella discussione economica. Più la SCO si allarga, più diventa complesso trasformare le iniziative politiche in progetti condivisi da tutti. Sul fronte della sicurezza, Tokayev propone anche una conferenza ministeriale sulla stabilità strategica e sulle misure di fiducia in Eurasia, con l’obiettivo di ridurre i rischi militari, evitare una nuova corsa agli armamenti e creare meccanismi per prevenire incidenti. Sostiene inoltre il nuovo Centro universale contro le minacce alla sicurezza e il Centro antidroga.
Japarov: niente blocchi, più strumenti comuni
Il padrone di casa Sadyr Japarov ha anticipato le celebrazioni per la festa dell’indipendenza del 31 agosto per accogliere i leader del gruppo. La SCO deve restare “libera da logiche di blocco e confronto”, ma allo stesso tempo dotarsi di un sistema di sicurezza “efficace e integrale”, ha detto nel suo discorso. Il Kirghizistan vuole accelerare l’avvio del Centro universale contro le minacce e ha predisposto a Bishkek le strutture per il contrasto alla criminalità organizzata transnazionale. Japarov chiede anche una “soluzione pratica” sulla Banca di sviluppo e invita governi e imprese a utilizzare la zona finanziaria e d’investimento speciale di Tamchy, nella regione di Issyk-Kul. Sulla connettività indica nella ferrovia Cina-Kirghizistan-Uzbekistan il progetto più importante e propone uno «spazio tecnologico unico» della SCO, con accesso più equilibrato alle tecnologie per evitare che il divario digitale diventi una nuova linea di frattura.
Uzbekistan e Tagikistan
L’uzbeko Shavkat Mirziyoyev vuole spostare la SCO dall’enunciazione all’attuazione. Propone un coordinamento su acqua, cibo ed energia, un programma tecnologico sull’efficienza idrica ed energetica fino al 2035 e un consiglio per integrare le reti ferroviarie dei membri. Sull’intelligenza artificiale appoggia l’iniziativa cinese, propone un corpus multilingue di dati della SCO e offre Tashkent come sede di un futuro forum sull’AI e le nuove tecnologie digitali. Sull’Afghanistan chiede di ripristinare un dialogo regolare con Kabul, considerandone la stabilità essenziale per l’intera regione. Tashkent ospiterà inoltre il Centro universale per il contrasto alle minacce e ai rischi per la sicurezza.
Il tagiko Emomali Rahmon propone invece zone di crescita economica e una piattaforma agroecologica digitale regionale. Per le repubbliche centroasiatiche la SCO non è soltanto il contenitore del confronto fra Cina, Russia e India. È uno strumento per attrarre investimenti, tecnologia e infrastrutture, diversificando interlocutori in uno spazio rimasto per decenni sotto una forte influenza russa.
Il Pakistan prende la presidenza di turno
Shehbaz Sharif ha sfruttato la sua presenza al vertice di Bishkek per assumere dal Kirghizistan la presidenza della SCO per il 2026-2027 e definisce “storico” il summit. Il premier pachistano insiste sul terrorismo, ricordando le oltre 90 mila vittime che il Pakistan sostiene di aver subito nella lotta ai gruppi armati e perdite economiche superiori ai 150 miliardi di dollari.
La seconda priorità è la connettività. Sharif presenta il China-Pakistan Economic Corridor come uno strumento per collegare le economie regionali al Mar Arabico e insiste sulla necessità di corridoi energetici sicuri. Sul dossier iraniano, Islamabad sostiene il ritorno alla diplomazia e l’attuazione dell’intesa raggiunta a giugno, posizione ribadita da Sharif anche nel bilaterale con Pezeshkian.
I 28 documenti di Bishkek
Dalla plenaria esce un pacchetto di 28 documenti. Il principale è la Dichiarazione di Bishkek per il venticinquesimo anniversario della SCO. Viene inoltre adottato un protocollo di modifica della Carta del 2002. La parte più strutturata resta quella sulla sicurezza. Arrivano i regolamenti del nuovo Centro universale per il contrasto alle sfide e alle minacce e del Centro antidroga, programmi contro stupefacenti e droghe sintetiche fino al 2030 e un piano sulla sicurezza internazionale dell’informazione per il 2026-2028. I membri intendono proseguire la cooperazione tra i ministeri della Difesa e le esercitazioni antiterrorismo “Peace Mission”. L’agenda si allarga a porti e logistica, data center, capacità di calcolo e industria dell’intelligenza artificiale. Vengono adottati memorandum intergovernativi su AI e cambiamento climatico e testi specifici sulla sicurezza nucleare, sulla cooperazione tra sistemi energetici, sull’efficienza energetica e sull’assistenza agli Stati colpiti da emergenze.
Sul piano politico, la Dichiarazione porta il confronto sul fronte della governance globale. I membri chiedono una riforma dell’architettura finanziaria internazionale per aumentare la rappresentanza e il ruolo dei Paesi in via di sviluppo negli organismi decisionali delle istituzioni finanziarie internazionali, comprese Banca mondiale e Fondo monetario internazionale. Il documento condanna le “misure coercitive unilaterali” contrarie alla Carta dell’Onu, al diritto internazionale e alle regole dell’Organizzazione mondiale del commercio, accusandole di danneggiare sicurezza alimentare, energetica e umanitaria e di avere conseguenze negative sull’economia mondiale. Russia e Iran sono i destinatari più evidenti dei regimi sanzionatori, ma il linguaggio coincide anche con la critica cinese ai dazi e all’utilizzo dell’accesso al mercato e al sistema finanziario internazionale come leva geopolitica.
Iran sì, Ucraina no
La Dichiarazione sostiene esplicitamente la “sovranità e integrità territoriale della Repubblica islamica dell’Iran” e chiede che la crisi venga risolta “esclusivamente con mezzi politici e diplomatici”. Il testo condanna gli attacchi contro il territorio iraniano e considera inaccettabili il ricorso alla forza e le misure coercitive unilaterali. Non replica però il linguaggio utilizzato da Pezeshkian dal palco: il presidente iraniano nomina direttamente Stati Uniti e Israele, la formulazione collegiale della SCO evita di farlo. La differenza non è secondaria. Teheran ottiene una presa di posizione politica forte, ma costruita in modo da mantenere il consenso tra dieci governi con rapporti molto diversi con Washington e con il Medio Oriente.
La guerra in Ucraina, al contrario, non viene citata. La Dichiarazione dedica spazio all’Iran e alle crisi mediorientali, ma evita una posizione collegiale sulla principale guerra combattuta nello spazio eurasiatico. La convergenza sulla critica all’unilateralismo non cancella le differenze tra Mosca, Pechino, Nuova Delhi e le capitali centroasiatiche sulle guerre concrete.
La banca che ancora non c’è
Il test più atteso era la Banca di sviluppo. A Bishkek non arriva ancora il via libera definitivo di un annoso progetto, rilanciato lo scorso anno da Xi al vertice di Tianjin. Nell’elenco dei 28 documenti non compare alcun accordo costitutivo. Sono arrivati segnali politici sulla volontà di realizzare la Banca. Ma capitale, governance e funzionamento restano da negoziare. Come detto, Lukashenko chiede un’accelerazione. Tokayev offre il Kazakistan come sede. Japarov vuole una soluzione concreta. Cina e Kirghizistan registrano “significativi progressi” nella creazione dell’istituto e chiedono di accelerare il processo preparatorio per arrivare rapidamente all’avvio delle operazioni.
Per Russia e Iran sarebbe molto più di una banca di sviluppo. Mosca e Teheran la vedono anche come una possibile infrastruttura per ridurre l’esposizione al dollaro e alle sanzioni occidentali. Ma gli interessi dei membri non coincidono. Altri Paesi mantengono relazioni profonde con i mercati finanziari occidentali e hanno molto meno interesse a trasformare un nuovo istituto SCO in uno strumento apertamente associato all’aggiramento delle sanzioni. Per ora si resta all’aumento dell’uso delle valute nazionali, al rafforzamento del Consorzio interbancario e alla prosecuzione dei negoziati.
La sponda all’Iran resta soprattutto politica
La stessa distanza emerge sull’Iran. La presa di posizione della Dichiarazione è più netta rispetto al passato, ma nessun meccanismo comune protegge banche, aziende e partner commerciali dalle sanzioni secondarie americane. Teheran esce da Bishkek meno isolata politicamente, non ancora più protetta finanziariamente. Anche l’ingresso della banca iraniana designata nel Consorzio interbancario SCO, auspicato dalla Dichiarazione, resta un passaggio assai diverso dalla creazione di un’infrastruttura finanziaria collettiva capace di assorbire i costi delle sanzioni.
Gli impegni economici più concreti arrivano dai bilaterali. Modi ha promesso a Pezeshkian di ampliare e diversificare gli scambi con l’Iran. Putin ribadisce la solidarietà russa e la volontà di mantenere lo slancio delle relazioni economiche. Xi è più prudente: un breve scambio con Pezeshkian, senza impegni pubblici analoghi.
Xi-Putin, il gasdotto può aspettare
La prima pagina del Quotidiano del Popolo del 1° settembre, dominata dai colloqui di Xi con il leader Kirghizistan. Putin è in taglio basso insieme agli incontri con Uzbekistan e Mongolia
Anche il bilaterale più osservato restituisce un quadro meno lineare di quello suggerito dalle fotografie. Putin celebra con Xi una cooperazione “senza precedenti”. I due parlano di energia, industria, spazio, trasporti, logistica e commercio agricolo. Ma il presidente russo lascia Bishkek ancora senza il via libera definitivo cinese a Forza della Siberia 2.
Mosca spinge da anni sul super gasdotto per trasferire verso la Cina parte dei volumi di gas persi sul mercato europeo. Pechino non chiude la porta, ma continua a prendere tempo. L’intesa politica non elimina l’asimmetria economica. La Russia ha bisogno di vendere il proprio gas verso est più di quanto la Cina abbia bisogno di acquistarlo alle condizioni proposte da Mosca. Xi conserva il vantaggio negoziale e non lo sacrifica in nome della partnership strategica.
La Cina accelera in Asia centrale
Mentre fa aspettare Putin sul gasdotto, Xi accelera in Asia centrale. Nei media ufficiali cinesi trovano grande spazio i colloqui con il Kirghizistan e l’Uzbekistan, i progetti energetici regionali e soprattutto la ferrovia Cina-Kirghizistan-Uzbekistan. La nuova direttrice rafforza i collegamenti terrestri verso occidente senza passare dalla Russia. Pechino moltiplica investimenti, infrastrutture, corridoi energetici e partnership bilaterali con le repubbliche centroasiatiche senza bisogno della mediazione di Mosca.
Non è una dinamica che provoca dissidi aperti con il Cremlino. Ma è un segnale della progressiva autonomia cinese nello spazio ex sovietico, accelerata dall’invasione russa dell’Ucraina e dalla maggiore richiesta di margini di manovra delle capitali centroasiatiche. Per il Kirghizistan, la ferrovia con Cina e Uzbekistan diventa il progetto simbolo della nuova connettività regionale. Per Tashkent, l’integrazione ferroviaria è parte di un’agenda più ampia su industria, energia e tecnologia. Per Pechino, l’Asia centrale è ormai molto più di una cintura di sicurezza a ovest dello Xinjiang: è una cerniera verso Caspio, Medio Oriente ed Europa.
La SCO uscita da Bishkek riflette la stessa traiettoria. Non un blocco compatto e nemmeno un embrione di Nato asiatica. Una piattaforma sempre più larga nella quale Pechino può tenere nello stesso perimetro Putin e Modi, Teheran e Islamabad, Mosca e le repubbliche centroasiatiche senza chiedere a nessuno un allineamento completo. La densità istituzionale aumenta. I meccanismi di sicurezza si moltiplicano, l’agenda economica si amplia, la tecnologia entra tra i nuovi pilastri, il linguaggio sulla governance globale diventa più ambizioso. Ma i dossier che richiederebbero la condivisione dei rischi restano aperti.
La SCO cresce. Non abbastanza, almeno per ora, da trasformare la convergenza sul multipolarismo in un’alleanza. Ed è forse proprio questo che vuole la Cina, che in ossequio al suo approccio in politica estera coltiva rapporti trasversali e multiformi, senza farsi “incastrare” in obblighi strategici.
Di Lorenzo Lamperti
Classe 1984, giornalista. Direttore editoriale di China Files, cura la produzione dei mini e-book mensili tematici e la rassegna periodica “Go East” sulle relazioni Italia-Cina-Asia orientale. Responsabile del coordinamento editoriale di Associazione Italia-ASEAN. Scrive di Cina e Asia per diverse testate, tra cui La Stampa, Il Manifesto, Affaritaliani, Eastwest. Collabora anche con ISPI. Cura la rassegna “Pillole asiatiche” sulla geopolitica asiatica.


