Nel 2019 la Repubblica Popolare Cinese ha festeggiato il settantantesimo anniversario della sua fondazione. Era il 1° ottobre del 1949 quando Mao Zedong, affacciato su Piazza Tiananmen, pronunciò la frase “il popolo cinese si è alzato in piedi”, sancendo l’inizio di una nuova era, alle cui spalle venivano lasciate, ma non dimenticate, violenze, occupazioni, umiliazioni e guerra civile. Da quel giorno il Partito Comunista Cinese, secondo per numero di iscritti nel mondo solo al Bharatiya Janata Party indiano, è stato de facto il detentore esclusivo del potere politico all’interno del Paese.

La “partocracy” o il “Party-state” cinese prevede però costituzionalmente l’esistenza di una pluralità di partiti politici. Di fatto, quella che suona come una contraddizione è una consolidata realtà racchiusa nella formula “multi-party cooperation and political consultation under the leadership of the CCP”. Oppure, come semplicisticamente vengono etichettate circostanze apparentemente incompatibili ma coesistenti in Cina, democrazia socialista o “con caratteristiche cinesi”.

Nel marzo del 2018, nel corso della tredicesima Assemblea Nazionale del Popolo, Xi Jinping disse: “sostenere la leadership del Partito Comunista Cinese non significa rinunciare alla democrazia, ma significa creare una forma di democrazia più ampia ed efficace”. Quelle parole furono pronunciate nel corso del primo panel di discussione della Conferenza Politica Consultiva del Popolo Cinese (CPPCC), l’istituzione con funzioni consultive che si incontra una volta l’anno, in concomitanza all’Assemblea Nazionale del Popolo (l’organo legislativo), la cui simultaneità è nota come i “due incontri” (lianghui).

La CPPCC fu istituita nel corso della guerra civile (1945-1949), prima che il PCC prendesse ufficialmente il potere: l’obiettivo era quello di riunire i vari partiti e gruppi politici esistenti all’epoca affinché fornissero contributi e sostegno all’instaurazione del nuovo regime. Dopo la fondazione della RPC nel 1949 queste parti hanno continuato ad esistere legalmente in Cina (sebbene dalla Campagna dei Cento Fiori fino alla morte di Mao i loro incarichi furono ampiamente limitati) e la CPPCC ha continuato a mantenere la sua funzione con un corpo di 2.100 delegati (e un Comitato Permanente di circa 300 membri) formato dai rappresentanti dei vari partiti politici, dei sindacati cinesi ufficiali e di altri gruppi professionali e commerciali, delle minoranze etniche e da alcuni individui appositamente selezionati.

Sebbene la CPPCC sia ufficialmente descritta come un organo consultivo che consente ai delegati esterni al PCC di “esercitare una supervisione democratica“, essa è di fatto posta sotto il controllo del PCC: la carica di presidente della CPPCC è generalmente rivestita da un leader del Partito Comunista che siede anche nel Comitato Permanente del Politburo ed è lui che, insieme al Comitato Permanente della CPPCC di cui è al capo, giudica e approva la lista di candidati per ogni nuova CPPCC. La procedura di selezione è piuttosto opaca, ad essere nota è solo l’esistenza di quote per numero di delegati assegnate alle rappresentanze che compongono la CPPCC.

I partiti che, al di là di quello comunista, sono legalmente registrati in Cina sono otto: il Comitato rivoluzionario del Kuomintang cinese (RCCK) fondato nel 1948 a Hong Kong; la Lega Democratica Cinese (CDL), fondata nel 1941 e costituita principalmente da intellettuali che lavorano nei settori della cultura, dell’istruzione, della scienza e della tecnologia; l’Associazione di Costruzione Nazionale Democratica della Cina (CNDCA), fondata nel 1945 e costituita principalmente da industriali e uomini d’affari; l’Associazione Cinese per la Promozione della Democrazia (CAPD) fondata nel 1945;  il Partito Democratico dei Contadini e dei Lavoratori Cinesi (CPWDP), fondato nel 1930 e costituito principalmente da intellettuali di spicco nel campo dell’assistenza sanitaria e della protezione ecologica; il Partito della Cina per l’Interesse Pubblico (Zhi Gong Dang) fondato nel 1925 e composto principalmente da cinesi d’oltremare che sono tornati nella Cina continentale, da parenti di cittadini residenti all’estero e da persone con stretti legami con cinesi d’oltremare; la Società del 3 Settembre (Jiu San) fondata nel 1945 e la Lega di autogoverno democratico di Taiwan, fondata nel 1947 e costituita principalmente da taiwanesi che vivono nella Cina continentale.

La ratio alla base della loro esistenza è la concezione secondo cui il loro ruolo in sede alla CPPCC permetterebbe alla Repubblica Popolare Cinese di prevenire le complicazioni legate all’assenza di consultazione tipica dei governi monopartitici. Allo stesso tempo la loro non eleggibilità scongiurerebbe i rischi legati alla rotazione del potere e alla concorrenza tra più partiti politici.

Ai partiti democratici, però, ci si riferisce spesso con l’espressione “vasi per fiori”, ovvero pura decorazione. Coloro che vi si iscrivono solo raramente credono nella capacità del partito di esercitare un’influenza che abbia parvenza democratica, mentre molto più comunemente i tesserati sono motivati da stratagemmi professionali finalizzati al conseguimento di promozioni destinate a membri esterni al PCC, per cui la concorrenza è di gran lunga inferiore rispetto a quelle destinate ai membri del PCC.  Entrare a far parte di un partito democratico non è tuttavia cosa facile: i candidati non devono solo essere accademici, scienziati, artisti o imprenditori di almeno medio livello, ma hanno anche bisogno di una raccomandazione da parte di membri senior del partito prescelto.

Sono partiti finti, solo un miraggio, ma la maggior parte delle persone non viene ingannata” ha dichiarato al New York Times Jin Zhong, caporedattore di Open Magazine, una rivista politica di Hong Kong. “Le persone che si uniscono a loro hanno la fantasia di poter influenzare il Partito Comunista“.

Tali prese di posizione sono respinte con veemenza dai leader dei partiti democratici, che affermano che il sistema funziona perfettamente e fornisce al governo proposte dettagliate e preziosi consigli. Nel corso della loro storia, i partiti non comunisti hanno avviato indagini di vigilanza su questioni come l’assistenza sanitaria, l’istruzione, l’integrazione economica regionale e la riduzione della povertà; raccolto fondi per borse di studio universitarie; studiato problemi sociali e redatto report presentati alla CPPCC. Tuttavia, le loro attività, che includono anche banchetti, convegni e occasionali visite di stato all’estero, sono finanziate dal Partito Comunista: i bilanci dei partiti democratici dipendono quindi dalle entrate fiscali, dalle tasse pagate da tutti i contribuenti, anche i non iscritti a tali partiti, un meccanismo che suscita non poche polemiche tra la popolazione.

Sul sito del Ministero degli Affari Esteri cinese si legge che i partiti non comunisti della Cina non sono né partiti fuori legge, né partiti di opposizione, ma partiti amichevoli che “si impegnano nella supervisione reciproca, dimostrano assoluta devozione tra loro, e condividono onore e disgrazia” con il PCC. Di fatto, oltre a fornire al Partito Comunista un mezzo per assimilare gli aspiranti avversari, i partiti democratici offrono ai propri membri uno stimolo personale, con opportunità di avanzamento di carriera e, in alcuni casi, la possibilità di partecipare alla conferenza consultiva annuale a Pechino.

Dalla fine degli ’70, quando furono avviate le riforme promosse da Deng Xiaoping, vi sono stati tre ministri non appartenenti al Partito Comunista: dal 2007 al 2018 il presidente del Partito della Cina per l’Interesse Pubblico, Wan Gang, è stato Ministro della Scienza e della Tecnologia; dal 2007 al 2013 Chen Zhu, Presidente del Partito Democratico dei Contadini e dei Lavoratori Cinesi, ha ricoperto la carica di Ministro della Sanità e lo scorso 29 aprile Huang Runqiu, membro della Società del 3 Settembre, è stato nominato Ministro dell’Ecologia e dell’Ambiente.

Quando nel 2013 il New York Times gli chiese se sperasse che un giorno la Cina potesse avere elezioni multipartitiche, Wan Exiang, presidente del Comitato rivoluzionario del Kuomintang cinese, ha affermato che tali domande tradiscono un preconcetto occidentale sulla democrazia elettorale: “Una volta avevamo più di 300 partiti nella fase iniziale della Repubblica di Cina, e le conseguenze furono la rivalità tra partiti politici e signori della guerra e la disintegrazione nazionale. La Cina non avrebbe mai potuto ottenere un successo economico così brillante oggi se avessimo seguito quel tipo di sistema politico“.

Di Fabrizia Candido*

**Fabrizia Candido si è  laureata in Relazioni e Istituzioni dell’Asia e dell’Africa, con specializzazione sulla Cina, presso l’Università L’Orientale di Napoli. Appassionata di relazioni internazionali e diplomazia scientifica, Fabrizia lavora a progetti di internazionalizzazione per startup e PMI di ambito scientifico-tecnologico. Ama viaggiare, scrivere e sperimentare le chinoiseries più stravaganti