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I bambini invisibili della “potenza educativa” cinese

In Cina, Economia, Politica e Società by Redazione

Quando si parla oggi di scuola cinese, l’immaginario corre quasi automaticamente all’intelligenza artificiale, alle piattaforme digitali, ai laboratori di robotica e alla competizione tecnologica con gli Stati Uniti. E questa è l’immagine che emerge anche dal Piano. Osservando le realtà di Hangzhou e leggendo pochi giorni dopo il nuovo Piano educativo nazionale, inevitabilmente è emersa una domanda: quale posto occupano oggi i bambini con disabilità nel progetto di costruzione della “potenza educativa” cinese?

Durante una recente visita a Hangzhou, capitale meridionale della provincia del Zhejiang a circa tre ore di auto da Shanghai, ciò che mi ha colpito maggiormente non sono stati tanto i laboratori di IA o le nuove infrastrutture digitali, ma alcune strutture educative e scuole speciali dedicate ai bambini con disabilità, dove ho anche intervistato insegnanti, dirigenti e personale di assistenza nelle scuole. In quei luoghi ho trovato qualcosa che, nella mia frequentazione quasi trentennale di scuole cinesi, mi ha lasciato sorpresa: edifici moderni, personale numeroso, giovane e coinvolto, molto specializzato, laboratori artistici e professionalizzanti specifici per giovani con disabilità, servizi riabilitativi, spazi dedicati alle famiglie e una rete di comunicazione pubblica attiva che coinvolge educatori, volontari e comunità locali.

Dopo pochi giorni dalla mia visita alle scuole di Hangzhou, il Consiglio di Stato, il 29 giugno, ha pubblicato il nuovo Piano quinquennale per lo sviluppo dell’istruzione (2026–2030) (教育发展“十五五”规划 Jiaoyu fazhan “shiwu wu” guihua) .

Quando si parla oggi di scuola cinese, l’immaginario corre quasi automaticamente all’intelligenza artificiale, alle piattaforme digitali, ai laboratori di robotica e alla competizione tecnologica con gli Stati Uniti. E questa è l’immagine che emerge anche dal Piano. Osservando le realtà di Hangzhou e leggendo pochi giorni dopo il nuovo Piano educativo nazionale, inevitabilmente è emersa una domanda: quale posto occupano oggi i bambini con disabilità nel progetto di costruzione della “potenza educativa” cinese?

Il canale Wechat 种子之声Voice of Seeds propone mini-video con attività educative, interviste e riflessioni sulle questioni socio-educative ed è rivolto alle scuole, agli educatori e alle famiglie.

 

Il Piano della “potenza educativa”

Il documento di giugno 2026 è molto più di un programma scolastico, ma piuttosto disegna una traccia di quale cittadino la Cina vuole formare, quali competenze considera strategiche e quale ruolo attribuisce all’educazione nella competizione globale del XXI secolo.

I diversi media in Italia che hanno riportato la notizia della pubblicazione hanno messo in evidenza l’attenzione che il Piano dedica all’introduzione dell’IA nelle scuole, alla formazione tecnica nelle università e ai centri ricerca che nei prossimi anni sempre più vi si concentreranno, rinforzando la posizione della Cina digitale a livello geopolitico.

Il Piano, infatti, prevede l’introduzione dell’educazione all’IA in tutti gli ordini scolastici e immagina una profonda trasformazione dei processi di insegnamento e apprendimento, in cui il lessico della pedagogia si fonde apertamente con quello della competizione geopolitica. L’intelligenza artificiale attraversa trasversalmente tutto il documento: didattica, valutazione, governance scolastica, ricerca universitaria.

L’analisi del lessico utilizzato mostra chiaramente le priorità del governo: innovazione dei servizi, della formazione, dei manuali scolastici e dei linguaggi; coltivazione dei talenti, la loro formazione e la loro attrattività nelle aziende dei confini nazionali; ricerca scientifica, con la creazione di poli di eccellenza, ma anche di ricerca per la formazione di base; sicurezza nazionale; alta qualità dell’istruzione e equità negli accessi, con attenzione a ridurre le disparità tra le scuole urbane e quelle rurali; infine, come ampiamente affrontato, intelligenza artificiale.

Il concetto dominante, l’”ombrello” sotto il quale è disegnato tutto il discorso programmatico, è quello diUna nazione forte grazie all’istruzionejiaoyu qiangguo), “rinforzare il paese tramite l’istruzione”, ossia arrivare a costruire una “potenza educativa”, capace di sostenere la modernizzazione nazionale e la competizione tecnologica globale.

La parola d’ordine pedagogica rimane 立德树人 (lide shuren), traducibile come “coltivare la virtù e formare la persona”, oppure “formare la persona su una solida base morale”, ma anche, più succintamente, “educazione morale”. Questa espressione costituisce il fondamento della pedagogia ufficiale cinese sin dal XVIII Congresso del Partito Comunista Cinese, nel 2012, e viene richiamata più volte nel documento. Attorno a questo principio, il Piano sviluppa tre direttrici: la prima è la centralità della leadership del Partito e del Pensiero di Xi Jinping come fondamento dell’intero sistema educativo; la seconda è l’integrazione tra istruzione, scienza, tecnologia e formazione dei talenti, in funzione della competizione economica e tecnologica internazionale; la terza è la trasformazione digitale.

Ma proprio questa centralità rende ancora più evidente ciò che rimane sullo sfondo.

La grande assente

Tra le migliaia di parole del Pianoforte, “disabilità” compare pochissime volte. Ma compare. Nel testo principale il riferimento più significativo si trova nell’articolo 15, dove si parla della necessità di migliorare il sistema di tutela dei bambini con disabilità e migranti, ossia provenienti dalle province interne e dalle aree rurali, e di promuovere una “inclusione di qualità” (优质融合 youzhi ronghe).

Per il resto, il silenzio è notevole.

Non si parla di piani educativi individualizzati (PEI), di Piano Didattico Personalizzato (PDP) o di modelli pedagogici che progettano la scuola a partire dalla diversità degli studenti. Qui la diversità viene affrontata prevalentemente attraverso dispositivi specifici e istituzioni dedicate. Nel documento non compaiono riferimenti ai diversi tipi di disabilità, o ai disturbi specifici dell’apprendimento (DSA), che nelle scuole italiane costituiscono circa il 6% della popolazione scolastica (Dati Ministero dell’Istruzione e del Merito). L’intelligenza artificiale, così centrale nel documento, non viene mai menzionata come supporto all’accessibilità o all’inclusione o a percorsi di riabilitazione degli allievi.

A una prima lettura si potrebbe concludere che la disabilità occupi una posizione marginale nelle politiche educative cinesi. Ma, come spesso accade nella lettura della contemporaneità cinese, la realtà appare più complessa.

Ciò che il Piano non dice

La sorpresa arriva leggendo uno dei quindici box operativi allegati al documento.

In uno dei cosiddetti Punti di appoggio del Piano compaiono indicazioni molto concrete:

  • costruzione di centri di risorse per l’autismo;
  • apertura di scuole speciali dedicate all’autismo nelle grandi città;
  • rafforzamento delle scuole speciali nelle contee con oltre 200.000 abitanti;
  • inserimento dell’educazione speciale nella formazione universitaria degli insegnanti.
Una sessione di arte-terapia secondo la metodologia Mosaico, nel Centro servizi territoriali integrati per disabili di Kangshan, città metropolitana di Hangzhou, 2/06/2026.

L’autismo, che negli ultimi 5-6 anni ha un visto un considerevole aumento nelle zone urbane, se pur assente nel testo generale, appare quindi nelle misure operative. Si tratta di un dettaglio importante, perché mostra che la disabilità non è affatto ignorata dalle politiche pubbliche. Piuttosto occupa uno spazio diverso rispetto ai temi considerati strategici.

Inclusione o specializzazione?

È qui che l’osservazione delle scuole speciali di Hangzhou, che ho avuto occasione di visitare insieme a un gruppo di docenti e studenti del Dipartimento di Scienze dell’Educazione “Giovanni Bertin” dell’Università di Bologna, diventa particolarmente interessante.

Mentre il nuovo Piano parla soprattutto di IA, innovazione e talenti strategici, le scuole speciali visitate a Hangzhou raccontano un’altra storia. Una storia meno visibile, poco presente nei documenti ufficiali, ma fatta di insegnanti, terapisti, famiglie e bambini che occupano una posizione periferica nella narrazione della “potenza educativa” e tuttavia costruiscono un ecosistema del tutto vitale.

Le strutture visitate non danno l’impressione di istituzioni marginali o residuali, al contrario, sembrano incarnare un modello educativo fondato sulla specializzazione delle competenze e su un’attenta e generosa allocazione delle risorse. Per un osservatore italiano il contrasto è evidente.

In Italia, dopo la Legge 517 del 1977, la legge che ha rivoluzionato la scuola dell’obbligo introducendo l’integrazione degli alunni con disabilità nelle classi ordinarie, la presenza degli alunni con disabilità ha contribuito a ridefinire il significato stesso della scuola comune. L’inclusione è diventata il principio organizzativo dell’intero sistema.

In Cina la logica è differente.

L’obiettivo non sembra essere l’eliminazione della distinzione tra educazione ordinaria ed educazione speciale, ma il coordinamento di diverse modalità di intervento, tra scuole ordinarie, classi speciali e scuole speciali autonome. L’inclusione assume quindi la forma di una gestione differenziata della diversità, ma molto specializzata.

captionIl centro servizi riabilitativi per bambini disabili (0-9) prevede uno sportello per i genitori. Vi si distribuiscono ausili, materiali didattici, e vi si tengono seminari informativi sull’educazione famigliare dei bambini….

Una presenza senza centralità

La questione non è se la Cina investa o meno nell’educazione speciale. Le scuole visitate suggeriscono che gli investimenti esistono e, in alcuni casi, sono consistenti. La questione riguarda piuttosto il ruolo simbolico e politico che la disabilità occupa all’interno del progetto educativo nazionale.

Il nuovo Piano racconta una Cina che vuole formare ingegneri, scienziati, medici, innovatori e cittadini politicamente affidabili. I bambini con disabilità non sono del tutto esclusi da questo progetto, ma non ne costituiscono il centro. Sono presenti nelle politiche, nelle strutture e nei finanziamenti. Tuttavia, restano ai margini della narrazione ufficiale sulla scuola del futuro.

Ed è forse proprio questa la contraddizione più interessante.

Le scuole speciali di Hangzhou mostrano una realtà fatta di investimenti, professionalità e attenzione educativa. Il Piano nazionale, invece, le colloca in uno spazio laterale rispetto ai grandi temi della “potenza educativa”, dell’intelligenza artificiale e dell’autosufficienza tecnologica.

La Cina del 2030 immaginata dal documento è una società che investe enormemente nella conoscenza e nell’innovazione. Ma continua a pensare la diversità soprattutto come qualcosa da amministrare attraverso istituzioni dedicate, piuttosto che come una dimensione capace di ridefinire l’intero sistema educativo e sociale.

È in questa tensione tra inclusione e separazione, tra investimento materiale e marginalità discorsiva, che si gioca una delle questioni più interessanti della scuola cinese contemporanea. E inoltre pone degli interrogativi che coinvolgono anche noi.

Di Sabrina Ardizzoni

[L’articolo è stato scritto per la newsletter di Simone Pieranni Il Partito. Ci si abbona a questo link]