La drammatica situazione abitativa rappresenta il punto di partenza per una disamina più approfondita circa la distribuzione della ricchezza nella città. L’analisi di Francesca Leva
I dati riguardanti lo sviluppo economico di Hong Kong mostrano in maniera allarmante quanto la città sia uno dei luoghi più iniqui al mondo. Qui, solo cinquanta persone possiedono il 10% della ricchezza totale della città e, nel 2024, il 10% delle famiglie più ricche guadagnava ottantadue volte di più del 10% dei nuclei meno abbienti. Questo trend è più che quintuplicato negli ultimi cinque anni, portando uno studio della Stanford University a definire la città “uno dei luoghi più ineguali al mondo”.
Non è semplice condurre uno studio approfondito sulla distribuzione della ricchezza nella città, principalmente a causa di dati molto frammentati, ma semplicemente aggirandosi per le strade locali il divario tra chi vive nelle lussuose ville a The Peak e chi invece vive ammassato nei celeberrimi “Monster Buildings” è evidente.
Uno dei luoghi più in voga tra chi visita la città è infatti l’Yik Cheong Monster Building, un complesso di edifici vertiginosi che circondano una corte interna, dalla quale provengono le famose foto scattate con il grandangolo. Quello che racchiudono queste mura sono in realtà le cosiddette “case-bara”: spazi di 2 metri quadrati che più di duecentomila hongkonghesi chiamano “casa”, una realtà non limitata all’Yik Cheong Monster Building, ma largamente diffusa nella città.
La drammatica situazione abitativa descritta rappresenta il punto di partenza per una disamina più approfondita circa la distribuzione della ricchezza nella città e per un’analisi sul ruolo che la storia – congiuntamente a politiche economiche, sistema di tassazione e equilibri macroeconomici regionali -hanno avuto sia nella fioritura di Hong Kong come centro finanziario regionale, tanto quanto nella creazione di un sistema profondamente iniquo per chi la abita.
Nel 1842, a seguito della Prima Guerra dell’Oppio combattuta tra Regno Unito e Regno Qing cinese, la sovranità dell’isola di Hong Kong venne ceduta agli inglesi, che stabilirono un sistema volto a massimizzare gli introiti governativi, per cui la terra era posseduta dal governo ma veniva affittata a individui e imprese locali per favorirne l’amministrazione. A seguito della Seconda Guerra Mondiale, Hong Kong divenne il luogo di emigrazione della popolazione cinese in fuga dal sistema maoista. Tra il 1950 e il 1960, favorita dall’imprenditorialità e da un sistema aperto al commercio internazionale, Hong Kong fece perno sulla manodopera a basso costo immigrata, diventando un hub manifatturiero regionale. Il suo PIL pro-capite moltiplicò di venti volte, permettendo alla città di annoverarsi tra le “Tigri Asiatiche”, congiuntamente a Singapore, Taiwan e Corea del Sud.
Tuttavia, più rapida è la crescita, più deboli sono le fondamenta che dovrebbero sostenerla: nel 1976 morì Mao e, nel 1979, a seguito delle politiche di liberalizzazione economica promosse da Deng Xiaoping, la Cina si aprì al mondo diventando un centro manifatturiero globale. Con la progressiva espansione e sviluppo della Greater Bay Area e il trasferimento delle operazioni delle aziende in Cina a discapito di Hong Kong, la citta’ puntò sul settore finanziario e dei servizi: negli anni ’90 più di diecimila aziende vi si trasferivano ogni anno. Se da un lato favoriscono la circolazione di capitali, il settore finanziario e dei servizi è al contempo intrinsecamente più iniquo, in quanto esclude automaticamente le fasce meno abbienti della popolazione senza accesso a livelli elevati di istruzione.
Il gap tra professionisti e lavoratori del settore manifatturiero sarebbe ulteriormente peggiorato avvicinandosi alla fine del secolo per una duplice ragione. In primo luogo, la “Sino-British Joint Declaration” stipulata nel 1984 tra Margaret Thatcher e il Premier Zhao Ziyang stabilì il ritorno della città alla Cina nel 1997. Il 1997 fu inoltre un anno fatale, in quanto numerosi Paesi del Sud-Est Asiatico vennero colpiti dalla crisi finanziaria. Preoccupati per il destino dei propri capitali, numerosi investitori e aziende decisero di lasciare la città verso mercati più sicuri. Spinto dalla necessità di mantenere la ricchezza entro i propri territori, il Governo di Hong Kong mise in atto una serie di misure di tassazione volte a trattenere i capitali, favorire i consumi e incoraggiare la domanda. Tra queste, le imposte sul reddito vennero ridotte dal 25% al 16%, venne eliminata l’imposta patrimoniale sugli assets, venne eliminata la tassa sugli interessi da guadagni azionari, vennero abolite le imposte sull’eredità e vennero inoltre drammaticamente ridotte le imposte sul reddito delle società. Ognuna di queste misure era volta a favorire individui con capitale e investimenti, che videro una crescita incrementale della ricchezza a discapito delle classi meno abbienti.
Ogni leva economica, tuttavia, aziona un meccanismo che necessariamente ha effetti di spillover secondari: con entrate ridotte a causa del nuovo sistema di tassazione, il Governo si trovò sull’orlo di una crisi finanziaria, privo di fondi per sostenere i servizi e le infrastrutture di una città. Hong Kong decise quindi di ritornare al sistema coloniale importato dagli inglesi, cominciando a vendere terreni a investitori privati e arrivando a generare ricavi pari a venti miliardi di dollari americani all’anno. La compravendita di terreni, con la gestione del relativo mercato immobiliare, divenne un business enormemente redditizio considerando la continua immigrazione che nel 1999 portò a una densità abitativa di seimila persone per chilometro quadrato: centocinquanta volte in più della media mondiale, ben sopra le cifre di New York e Londra.
Dal mercato immobiliare di Hong Kong emersero infine quattro famiglie che tutt’oggi controllano il 50% delle abitazioni private, dei proventi fondiari e dei relativi assets, per valori più ampi del PIL annuale cittadino. Le famiglie e le relative società sono i Li – CK Assets Holding Limited –, i Lee – Henderson Land Group –, i Kwok – Sun Hung Kai Properties – e i Cheng – New World Development Company Limited. Molto più che semplici nomi per gli abitanti della città, queste quattro famiglie detengono un patrimonio pari a circa centoventicinque miliardi di dollari americani e gestiscono quasi interamente il mercato immobiliare locale, con effetti diretti sul benessere delle persone. Al fine di massimizzare i propri margini – pari a circa il 30% – 50%, contro l’usuale 15% del mercato immobiliare –, queste società creano infatti una scarsità abitativa artificiale che comporta l’innalzamento dei prezzi, mentre contestualmente le dimensioni degli appartamenti vengono sempre più ridotte. Per gli abitanti di Hong Kong, non solo è impensabile possedere una casa di proprietà, ma la maggior parte del reddito – e in modo incrementale per le classi meno abbienti – viene spesa per sopravvivere in condizioni abitative inaccettabili.
Nonostante Hong Kong possa essere definito un mercato libero, il mercato immobiliare è invece un monopolio, che a sua volta ha portato gli studiosi Piketty e Yang a definire Hong Kong un sistema “Pluto-comunista”, dove l’ideologia comunista di fondo (si faccia riferimento all’annessione al territorio cinese nel 1997) è affiancata da un’élite con potere economico e politico sproporzionato. I Lee, i Li, i Kwok e i Cheng – congiuntamente ad altri importanti membri della comunità business locale – hanno infatti stretti legami con il governo e con i media: basti pensare che 4 dei 16 membri non ufficiali dell’Executive Council fanno parte del settore finanziario e dei servizi della città. Questo permette loro di bloccare politiche che limiterebbero la loro influenza politica o danneggerebbero i loro interessi economici — ad esempio, politiche redistributive che potrebbero ridurre le disuguaglianze. Queste preferenze corrispondono peraltro a quelle dell’attuale governo di Hong Kong, tipicamente allineato con la Cina continentale, che pone meno enfasi sull’espansione della democratizzazione e più enfasi sulla stabilità e l’armonia.
Di Francesca Leva
