Nell’ambito delle controversie del lavoro, è tornata d’attualità la Apple e i suoi subappaltatori che operano in Cina. Il 19 e il 20 dicembre, migliaia di lavoratori hanno protestato di fronte a una fabbrica a Shanghai dopo aver ricevuto la comunicazione che sarebbero stati trasferiti a Kunshan, nella provincia orientale del Jiangsu. Entrambi gli stabilimenti sono di proprietà di Pegatron, colosso taiwanese dell’elettronica e secondo assemblatore di iPhone dopo Foxconn.

A novembre, due indagini condotte in parallelo da Financial Times e da China Labour Watch, ong statunitense, hanno fatto luce sull’utilizzo illegale del lavoro di migliaia di tirocinanti nella fabbrica di Kunshan, per far fronte a scadenze e ritardi di produzione causati dalla pandemia. Di età compresa tra i 16 e i 19 anni, gli studenti hanno dichiarato di essere stati obbligati a svolgere straordinari e turni notturni, in violazione dei regolamenti vigenti.

Il Ceo di Apple, Tim Cook, ha affermato che avrebbe sospeso gli ordini fino al completamento delle azioni correttive richieste. Tuttavia, il fatto che sia stato programmato un trasferimento di personale proprio nello stabilimento coinvolto non fa ben sperare che il colosso di Cupertino abbia rispettato quanto detto.

Ogni anno, il lancio del nuovo prodotto Apple comporta un aumento dei ritmi produttivi e Pegatron e Foxconn hanno dovuto più volte rispondere alle accuse di aver impedito agli operai di abbandonare la fabbrica, attraverso misure quali la confisca dei documenti d’identità e la detrazione salariale. Per far fronte alla carenza di manodopera, le due multinazionali taiwanesi assumono ogni settembre migliaia di lavoratori temporanei, provenienti tanto da uffici di collocamento quanto da istituti professionali.

Questi ultimi, da quanto emerge da un saggio del 2015 pubblicato su The Asia-Pacific Journal, organizzano i tirocini in collaborazione con le imprese e l’amministrazione locale. Sono le necessità produttive dettate dalle aziende a fissare gli obiettivi e le tempistiche degli stage.

Costretti spesso in catena di montaggio, gli studenti si ritrovano a svolgere mansioni che non hanno nulla a che fare con gli studi scelti. Malgrado esista dal 2007 una regolamentazione in merito, i tirocinanti, non figurando come lavoratori «dipendenti», non godono di alcuna tutela giuridica e costituiscono una forza lavoro flessibile e a basso costo per le multinazionali che operano in Cina, in particolare quelle di elettronica.

A beneficiarne sono anche gli istituti scolastici, i quali spesso detraggono una «commissione» dal loro stipendio o ricevono finanziamenti direttamente dalle aziende. I lavoratori temporanei detengono un basso potere contrattuale e ciò li rende soggetti a veri e propri ricatti. Per gli stagisti di Kunshan dimettersi avrebbe significato non solo perdere lo stipendio, ma anche incontrare problemi nell’ottenimento del certificato di diploma.

Radio Free Asia, ong statunitense, ha riportato che i manifestanti che a Shanghai si sono opposti al trasferimento sono stati licenziati e privati della quota promessa dalle agenzie di reclutamento, che costituisce una parte sostanziale del loro salario.

In caso di controversia sul lavoro, le autorità sostengono la dirigenza delle aziende e il sindacato cinese è impegnato perlopiù a garantire relazioni di lavoro armoniose e non ha alcun interesse a verificare che non avvengano abusi sul lavoro. Nel caso di Apple, i controlli della condotta dei fornitori si effettuano solitamente durante la bassa stagione, quando non emergono violazioni sul lavoro. La multinazionale di Cupertino è solita imputare le responsabilità degli abusi al mancato rispetto delle norme negli stabilimenti di produzione e, inoltre, sembra da anni voler dipendere sempre meno dalla Cina.

Lo scorso anno ha varato un piano di investimenti per un miliardo di dollari, indirizzati ad ampliare le fabbriche già presenti in India.

Di Vittoria Mazzieri

[Pubblicato su il manifesto]